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domenica 16 luglio 2017

Sapiens: Da Animali a Dei

Cari lettori, qualche mese fa ho deciso di staccare la spina da Fb e dalle distrazioni online per un lungo periodo e ho avuto modo di dedicarmi nuovo a molti miei hobby tra cui la lettura. Tra i libri letti mi sono piaciuti molto Da Animali a Dei e Homo Deus di Yuval Noah Harari e poiché delle sue idee si discute molto nel mondo, inclusi gli Stati Uniti, ho pensato che potrebbe interessarvi un breve articolo che ho scritto per un magazine italiano.

Sapiens: da Animali a Dei
La specie umana secondo
Yuval Noah Harari

Negli ultimi anni negli Stati Uniti stanno suscitando molto interesse le idee di Yuval Noah Harari, storico-saggista di origine israeliana. Il suo libro Da animali a dei: breve storia dell’umanità ha venduto milioni di copie in tutto il mondo ed è stato consigliato, tra i tanti, anche dall’ex Presidente Obama, Bill Gates e Mark Zuckerberg. Le idee di Harari sono suggestive e provocatorie. Secondo il saggista, gli esseri umani si sono differenziati da tutte le altre specie animali quando hanno iniziato a cooperare in modo flessibile e in grandi numeri. Anche gli animali cooperano tra loro ma in numeri ristretti e seguendo sempre gli stessi rigidi schemi.  “Un alveare non può giustiziare la regina e instaurare una repubblica di api o una dittatura comunista di api operaie”. Il segreto della nostra specie è l’immaginazione che consente, tramite il linguaggio, una comunicazione a due livelli: uno per esprimere la realtà oggettiva (pericolo, cibo, acqua, alberi) e l’altro per esprimere una realtà immaginaria con la creazione di storie in cui tutti crediamo e che, nel bene e nel male, hanno guidato la nostra evoluzione perché “finché crediamo nelle stesse storie, tutti obbediamo e seguiamo le stesse regole, norme e valori.”  Miti, religioni, ma anche stati, nazioni, ideologie sono tutte “storie” che uniscono i membri della nostra specie e rendono possibile la cooperazione tra milioni di sconosciuti. Tra queste, la storia di maggior successo è senza dubbio il denaro. Una banconota da un dollaro è un semplice pezzo di carta colorata che non si puo’ bere, mangiare, indossare. Ma se tutti crediamo in questa storia e attribuiamo alla banconota un valore simbolico, la storia funziona e la banconota può essere scambiata per degli oggetti concreti. “Provate a dare una banconota di un dollaro ad uno scimpanzé chiedendogli in cambio una banana. Se potesse, risponderebbe: mi dai un inutile pezzo di carta e ti aspetti che ti dia una banana in cambio? Ma per chi mi hai preso, per un umano? E’ per questa capacita di cooperare flessibilmente e in grandi numeri che siamo diventati i padroni del pianeta mentre gli scimpanzé restano confinati negli zoo e nei laboratori di ricerca.”  Le idee più interessanti di Harari riguardano il futuro della nostra specie e la probabile, ma inquietante, nascita di nuove classi sociali. Oggi è in atto una rivoluzione silenziosa in cui anno dopo anno l’intelligenza artificiale sostituisce i lavoratori con macchine e robot. E’ già ampiamente avvenuto in campo militare dove le guerre vengono combattute da aerei, missili e droni comandati a distanza e presto accadrà anche ad altre categorie come gli autisti che verranno sostituiti da macchine auto-guidanti e i medici che verranno sostituiti da app elaborate, veloci ed efficienti nel diagnosticare qualsiasi malattia. Milioni di disoccupati andranno a formare quella che cinicamente ma realisticamente Harari definisce “La classe degli inutili”. In un mondo sempre più dominato dall’intelligenza artificiale ci sarà sempre meno bisogno di esseri umani e non sarà facile una riconversione in altri settori come avvenne durante la rivoluzione industriale quando milioni di lavoratori si spostarono dalle campagne per ricrearsi una nuova vita nelle città industrializzate. Questa nuova classe, priva di valore militare, perderà anche valore produttivo e gli stati (ma anche le dittature) potrebbero quindi decidere di non investire nel loro benessere. Ma non è tutto. I progressi nel campo dell’ingegneria biologica e dell’ingegneria genetica consentiranno ad alcuni esseri umani, probabilmente i più ricchi, di sottoporsi a costosi interventi per migliorare parti del corpo e della mente. Nascerà quindi una nuova classe di superuomini modificata in laboratorio, uomini potenziati che possono permettersi gli “upgrade”. Pessimismo, fantascienza, distopia? Può darsi, intanto il professor Canavero, soprannominato Dr. Frankenstein, ha annunciato che tra qualche mese tenterà il primo trapianto di testa umana. Se ci riuscirà la specie umana non sarà più la stessa. E le visioni di Harari saranno sempre più reali. Il dibattito etico, politico e scientifico è più che mai aperto.


venerdì 14 luglio 2017

La guerra degli YouTuber Italiani all'estero


Cari lettori, seguo da alcuni mesi molti canali YouTube di italiani all'estero, in particolare quelli che vivono negli Stati Uniti. E' un fenomeno interessante per chi come me è appassionato di letteratura perché questi YouTuber sono dei veri e propri personaggi di "romanzi in progress" che raccontano le loro vite in un Paese in cui stanno cercando di trovare la propria strada. E non è un caso che queste storie facciano appassionare migliaia di follower che li seguono quotidianamente e sono sempre in attesa di un nuovo video-capitolo dei loro personaggi preferiti. Bene, questi YouTuber ci hanno intrattenuto per mesi ma negli ultimi giorni qualcosa è cambiato e dopo un periodo sempre più interessante in cui le loro storie hanno iniziato ad intrecciarsi e sono nate delle interessanti amicizie e collaborazioni sono arrivate le prime punzecchiatine, gli sfottò, le invidie, le offese indirette e poi sempre più esplicite verso altri YouTuber. Ne sono nate scaramucce, video acidi contro alcuni difetti dell'altro, video di risposta, finché sono iniziati a volare gli stracci e all'improvviso è nata una guerra di tutti contro tutti tra nuovi fronti aperti, nuove battaglie e nuove alleanze. Chi attaccava, chi ignorava gli attacchi, chi si difendeva, chi si è sentito in causa, chi ne è stato tirato dentro per i capelli, chi è voluto restarne fuori, chi è andato via ignorando tutto e tutti. Poi le acque per ora si sono apparentemente calmate, o forse è solo una breve tregua. E' stato uno spettacolo interessante ma in definitiva molto triste che mi ha fatto riflettere sul fagotto che noi Italiani ci portiamo addosso anche quando ce ne andiamo all'estero: l'invidia, la lamentela, l'arroganza, la litigiosità. Tutti dentro e proprio non riusciamo a gettarlo a mare. Ora capisco meglio e devo amaramente dare ragione agli Americani quando cercano di imitarci. Fateci caso. Come ci imitano. Come persone litigiose che alzano la voce e sono pronti alla rissa. E quale è infatti il gesto simbolo che per loro rappresenta l'italiano. Quello del Che diamine vuoi?
Ma il fagotto di invidie e litigiosità non ce lo portiamo addosso solo noi della generazione di neo-arrivati. Anche gli Italo-Americani di vecchia generazione, arrivati qui negli anni 70, ne sanno qualcosa. Ne ho frequentati molti  e ho notato che anche loro quando parlano sono pieni di invidia, di astio, di disprezzo verso gli altri Italo-Americani, parenti e amici, e non perdono occasione per parlarne con altri.
Eppure gli Americani non sono così, e raramente vedo in loro questa forte concentrazione di astio e negatività.  
Tornando al mondo di YouTube, ad esempio, a me piace guardare video di chitarristi amatoriali che mostrano come si suonano alcuni pezzi con la chitarra. Ho notato che i video dei chitarristi in erba italiani ricevono spesso commenti di questo tipo: 
 - Si però il sound non è proprio lo stesso.
 - Hai sbagliato una nota li e una anche là.
 - Attacca la chitarra al chiodo che ne hai strada da fare.
 - Jimi Hendrix si starà rivoltando nella tomba!
Ma se lo stesso pezzo lo suona un americano i commenti degli Americani sono in gran parte di questo tipo:
 - Thank you, man. 
 - Keep up the good work! 
 - Wow, very good.
 - You are very talented, keep playing bro!
Sempre restando su YouTube, seguo anche alcuni canali di ragazzi americani che vivono in Italia e le differenze son palesi. Non si conoscono tra loro, non si cercano, non si mettono in competizione, non si lanciano frecciatine, non litigano e non polemizzano. Sempre sorridenti, simpatici, solari vanno avanti per la propria strada e raccontano l'Italia con entusiasmo e positività.
Perché noi Italiani non riusciamo a fare altrettanto e dobbiamo sempre rivelare sugli altri i contenuti di quel putrido fagotto? 
Dopo tanti anni all'estero non sono ancora riuscito a trovare risposta. Forse potete aiutarmi voi?

mercoledì 31 maggio 2017

Le video-interviste: Americano

Non sono molti i canali YouTube di Italiani che vivono in America e raccontano le proprie esperienze di vita quotidiana. Uno di questi è Valter, noto ai più come Americano, una new entry che in pochi mesi ha conquistato centinaia di iscritti, sempre interessati a scoprire e seguire nuovi personaggi assieme ai già noti MirkoJax, Claudio il texano, Gio on the Road e Vivere in America (che si sono tutti gentilmente prestati alle mie domande per questo blog. Alla sezione Interviste). 
Valter vive in California con la moglie e due figlie gemelle simpaticissime (che sono anche apparse  in alcuni show televisivi). Lavora nel campo nautico come comandante di yacht ed è un personaggio solare e scherzoso che mette sempre il buonumore. E' uno di quegli Italiani che, potremmo dire, "ce l'ha fatta", conquistando un certo successo e, credo, una buona stabilità economica ma come sa chi vive in America, se è vero che in questo Paese esiste la meritocrazia è anche vero che qui nessuno ti regala niente e qualsiasi successo va conquistato con l'immancabile gavetta e tanti ma tanti sacrifici. Di Valter mi piace la sua umiltà e semplicità e il grande valore che dà all'amicizia come è evidente dal rapporto che è riuscito a creare ad esempio con Gio on the Road prendendolo sotto la sua protezione quasi come fosse un figlio o un fratello minore. In questa intervista Valter si è dimostrato una persona sensibile, soprattutto quando ha parlato della famiglia rimasta in Italia e sappiamo tutti come non sia facile parlare di questi aspetti personali. Lo ringrazio pubblicamente per aver risposto alle mie domande e spero un giorno di andare a fargli visita a Los Angeles. Un giro in yacht non sarebbe  niente male. 





venerdì 12 maggio 2017

Il giudice Sotomayor e il ruolo della politica in America

Una delle differenze più evidenti tra la mentalità americana e quella italiana è il ruolo che viene attribuito alla politica. In Italia i politici sono sempre nei nostri pensieri. Ne parliamo per ore, ci animiamo, litighiamo e chiudiamo delle amicizie dopo uno scontro particolarmente acceso con un amico che supporta il partito o il politico avversario.  Deleghiamo tutto alla politica. Se la nostra vita va male la colpa è dei politici, se c'è qualcosa di buono (quasi mai) il merito è di una nuova legge approvata dal nostro partito politico. Se vogliamo aprire un'attività attendiamo i fondi pubblici, statali o europei che possono essere sbloccati solo con l'intervento della politica. E così aspettiamo, speriamo, ci deprimiamo, non agiamo, non rischiamo e non investiamo i nostri risparmi in qualcosa di nuovo. Insomma, come ripeto spesso, deleghiamo alla politica il destino delle nostre vite e attribuiamo ai politici due funzioni principali: Capro Espiatorio e Messia. Negli Stati uniti le cose sono differenti. Certo anche qui si discute molto di politica, partiti, proposte di legge, deputati e senatori. In realtà negli uffici c'è la regola non detta di non parlare mai di politica (e di religione) per non creare dissidi, malumori, antipatie e litigi tra colleghi ma insomma in qualsiasi altro luogo se ne discute e spesso anche animatamente, proprio come in Italia. Però i politici non sono nelle menti degli Americani ogni minuto delle loro vite. Torniamo un attimo in Italia e prendete ad esempio i telegiornali italiani. I politici sono presenti dalla prima all'ultima notizia. Anche se si parla di un derby calcistico devono sempre dirti quale politico era tra i tifosi del Milan e quale tra i tifosi dell'Inter. In Usa, invece, due giorni dopo l'elezione del Presidente tutti sono tranquillamente a lavorare senza parlare di politica e non ne parlano più.  La politica è importante ma fino a un certo punto, non invade la vita delle persone ogni ora della giornata. Insomma gli Americani agiscono, rischiano, investono, e non aspettano con ansia i favori, le concessioni o le leggi della politica. Il futuro è nelle loro mani, non viene delegato ai politici. L'altra sera guardavo su YouTube un puntata di Otto e Mezzo condotto da Lilli Gruber. Tra i suoi ospiti c'era uno dei giudici della Corte Suprema americana: Sonya Sotomayor. Una storia interessante la sua, che ha raccontato nella sua autobiografia My Beloved World, best seller negli Usa.
Al minuto 8:00 Lilli Gruber chiede se la fiducia nelle istituzioni è diminuita negli Usa dopo l'elezione di Trump e Sotomayor risponde con un discorso molto semplice sul non affidarsi troppo alla politica se si vuole realizzare i propri sogni. In poche parole riesce ad esprimere bene la differenza di mentalità tra Stati Uniti e Italia. Vi consiglio di ascoltarla. Pragmatismo e azione per gli Americani. Disfattismo e attesa, ahimè, per gli Italiani. Cosa ne pensate?



giovedì 11 maggio 2017

Uber, Taxi e il futuro che bussa alle porte

Qualche settimana fa sono andato a NYC a incontrare Matteo Bertoli, regista di origini bresciane e amico "virtuale" ormai da molto tempo. Qui è la sua video-intervista per il blog. Era a NY per lavoro e quindi, poiché no, è stata una buona occasione per conoscersi dal vivo e prendere una birra assieme. E' un ragazzo simpatico, pieno di idee, ambizioni e progetti che non avrebbe mai potuto realizzare in Italia. Insomma una bella serata in giro per New York. Dopo una birra in un pub abbiamo deciso di andare a prendere una pizza da Luzzo's, e così Matteo ha aperto l'app di Uber sul suo iPhone, ha inserito il percorso, ha controllato ed accettato il prezzo, circa $5, e abbiamo aspettato la nostra macchina. Io non ero mai salito su un'auto Uber, perché giro sempre con la mia macchina o alcune volte mi muovo in metro, ma conosco bene la compagnia e so che tutti i miei colleghi lo preferiscono al taxi sia per la comodità che per il prezzo. La macchina è arrivata dopo un paio di minuti. Comodissima. C'erano anche altri passeggeri che sono scesi prima di noi. Arrivati a destinazione siamo scesi dalla macchina e Matteo ha ricevuto i dettagli della corsa e il costo, già noto, sulla sua app perché, come forse sapete, prende i soldi vengono presi da Uber in automatico sulla credit card inserita al momento della creazione dell'account. Tutto molto efficiente, comodo, veloce.
E cosi' ho iniziato a pensare per un momento ai nostri tassisti italiani e alle scene di guerriglia viste in tv negli ultimi mesi, contro la concorrenza di Uber.
Non so, avranno anche le loro buone ragioni per protestare ma vorrei fare alcune brevi considerazioni. Ricordo quando prendevo il taxi in Italia ai tempi dell'università. Non sapevo mai quanto sarebbe costata la corsa. Il tassametro per i tassisti era un semplice optional. A fine corsa cercavano sempre di arrotondare il prezzo con delle scuse assurde sui prezzi variabili per il borsone e lo zaino. Era sempre una lite, un contrattare, uno studiarsi a vicenda già da quando salivi sul taxi. Un vero duello psicologico. Il tassista cercava di capire che tipo eri per vedere se poteva fregarti e tu cercavi di fargli capire che eri uno più dritto del tassista, un ragazzo vissuto che non si faceva fregare  facilmente.  Un un mio amico aveva addirittura escogitato un suo metodo a suo dire infallibile per non farci fregare...al tassista napoletano bisognava far credere che fossimo napoletani anche noi, il mio amico ci credeva davvero ma io scoppiavo a ridere non appena lui sfoderava un falso accento partenopeo che neanche Brad Pitt in Inglorius Basterds avrebbe fatto di peggio. Stranamente poi quando scendevamo dal taxi il tassista cercava di farci pagare una cifra che a occhio e croce era il triplo di quello che avrebbe chiesto a un vero napoletano... E giù litigi e contrattazioni nel nostro dialetto tipico lucano. Inoltre a quei tempi, ma oggi più che mai, i tassisti non accettavano pagamenti con carte di debito o carte di credito, adducendo scuse più disparate: Non ho il POS, il POS è rotto, si paga troppo in commissioni, me lo hanno rubato gli zingari. Ma come ha mostrato un servizio de Le Iene il motivo reale è uno solo: se si fanno pagare in contanti possono evadere le tasse e dichiarare 30mila euro l'anno quando invece gliene entrano 60. E queste entrate che vengono a mancare allo Stato vengono recuperate con l'aumento delle tasse ai cittadini più onesti che aiutano l'evasione e si lamentano contro i politici anche perché come dicono in molti: Usare le carte di debito e di credito io? Ma sei scemo! Poi saremo tutti controllati. E le banche assassine. E non voglio far sapere come spendo i miei soldi ai banchieri. E l'Europa delle banche ci vuole tutti schiavi. E il gruppo Bilderberg domina su di noi.
E intanto restiamo al medioevo ad aiutare gli evasori. Mentre il mondo si evolve e noi in Italia andiamo sempre più a fondo. Ma questa è un'altra storia.
Insomma i tassisti devono farsene una ragione, se Uber ha questo successo i motivi sono semplici:

  • E' un sistema moderno.
  • Ti dice già quanto pagherai prima di salire in macchina e il prezzo non varia in base al tempo di percorrenza. Nessuna sorpresa, litigio, contrattazione.
  • Ti indica sulla mappa dove si trova la macchina e ti fa sapere in quanti minuti sarà da te.
  • E' tutto registrato, non paghi in contanti e poiché il pagamento è tacciabile sai già che non stai contribuendo all'evasione di un tassista furbetto. 

Quindi ai tassisti nostrani darei solo un consiglio:
Dovreste sapere che nel giro di pochi anni, ad essere ottimisti un decennio, tutti gli autisti verranno sostituiti da macchine automatiche guidate dagli algoritmi dei computer.
Autisti di taxi e autisti di Uber saranno presto preistoria.
Volete restare ancorati al medioevo? Adeguatevi ad Uber per poter resistere qualche altro anno prima di essere spazzati via dalla modernità dell'intelligenza artificiale. Il futuro bussa alle porte, anche  a quelle dei vostri taxi.



venerdì 5 maggio 2017

Nextdoor.com - Il social network dei vicini di casa

Qualche settimana fa torno a casa e trovo nella cassetta della posta un invito ad iscrivermi a un sito di cui non avevo mai sentito parlare prima: Nextdoor.com. Bisogna inserire la password dell'invito, che scade nel giro di pochi giorni, e creare un account. 
Chissa' cosa e' sta roba, penso, e sto quasi per gettarla nel cestino ma poi, incuriosito, vado al pc, digito Nextdoor.com, inserisco la password, creo l'account e mi si apre un piccolo mondo. 
Nextdoor.com e' un social network privato costituito da persone che vivono nello stesso quartiere, o comunque in quartieri limitrofi. L'invito cartaceo viene lasciato nella cassetta della posta da un vicino di casa, che non indica il proprio nome ma che vuole che tu faccia parte del network perche' evidentemente abiti nel suo stesso quartiere.  
La vita in una quartiere residenziale americano, come quello in cui vivo, e' molto particolare. Tutti lavorano e tornano a casa di sera tardi. Ognuno fa vita a se stante chiuso all'interno della propria casa con la propria famiglia. I bambini vanno a scuola e in estate non si vedono in giro perche' vengono mandati a fare le attivita' piu' disparate dai genitori. Raramente qualcuno festeggia un compleanno in giardino con gli amici. Hanno ampi giardini nel retro delle loro case ma non li usano come faremmo noi italiani, al massimo un barbecue al 4 luglio e in qualche altra occasione. Nel mio quartiere hanno anche deciso di non far mettere lampioni perche' le case, che non hanno cancelli, mura o staccionate hanno le camere da letto che danno praticamente sulla strada e le luci dei lampioni non li farebbero dormire bene. Insomma si respira una pace quasi irreale sia di giorno che di notte, sia d'estate che di inverno. 
Certo gli Americani sono molto gentili e se di domenica sei fuori casa a fare un corsetta o un giro in bici tutti ti salutano cordialmente anche se ti conoscono solo di vista e non sanno neanche il tuo nome. E' difficile stringere amicizia con i vicini anche perche' qui tutti per lavoro cambiano citta' da un giorno all'altro. E quando anche riesco a stringere una rara amicizia con qualcuno e il mese prossimo magari si trasferisce con la famiglia in Florida o in California. Sono tutti "zingari" qui e non sono attaccati alla casa o alla citta' natia.
Ecco perche' Nextdoor, il network dei vicini della porta accanto, mi ha piacevolmente stupito.
E' un network in cui c'e' molta solidarieta' e voglia di aiutarsi. Gli annunci sono di vari tipi, ad esempio:
 - C'è chi mette in vendita a prezzo di favore una poltrona perche' ne vuole comprare una nuova.
 - C'è chi dice di stare attenti perché la sua telecamera esterna ha ripreso un tipo sospetto aggirarsi attorno casa. E posta il video.
 - C'è chi chiede agli altri se la notte passata hanno sentito un ululare che pare di coyote.
 - C'è chi chiede consigli per un buon dentista perche' si e' appena trasferito in citta'.
 - C'è chi chiede consigli su una buona pizzeria italiana.
 - C'è chi chiede se qualche ragazza e' disposta a fare da baby sitter ai figli per il weekend a $100 al giorno.
Pochi giorni fa ho messo un annuncio dicendo che ero interessato ad acquistare una fisarmonica e altri strumenti che magari i vicini non suonavano piu'. Ho aggiunto che il mio budget non era molto alto e in pochi minuti mi sono arrivate decine di messaggi ed email private. Mi volevano vendere violini, bassi, chitarre, fisarmoniche e tutti a prezzi molto bassi. Alla fine ho ringraziato tutti e ho comprato una fisarmonica per solo $100 e addirittura un ragazzo mi ha regalato un basso perche' ormai non lo suona da anni e ha bisogno di fare spazio.
Insomma su Nextdoor si crea una bella solidarieta' tra vicini di casa che si conoscono solo di vista o che non si sono mai visti prima perche' abitano in quartieri limitrofi. In questo modo, comodamente seduti al pc di casa, riescono a sopperire un po' a quella mancanza di calore umano che la frenetica vita americana gli impedisce di sviluppare.
Non credo che esista qualcosa di simile in Italia perche' almeno in molti paesi del Sud ci si conosce tutti e non c'è bisogno di questo social network.
Per quello c'è la piazza, i bar, la strada. Ma forse chissa' un giorno arriverà anche li'.


mercoledì 19 aprile 2017

Ajeje Brazorf e la multa di 200 euro

Ho letto qualche giorno fa che in Italia potrebbero approvare presto una legge che prevede una multa fino a 200 euro per chi e' sprovvisto di biglietto sul bus. La mia reazione: E c'e' bisogno di una multa per combattere questo tipo di evasione? Basterebbe adottare la semplice regola usata in tutti i Paesi al mondo: il passeggero entra dalla porta davanti, mostra il biglietto al conducente e si parte. Semplice, chiaro, cristallino. E invece, i commenti alla notizia mi hanno spiazzato...discussioni su discussioni, rabbia, indignazione, lamentele:
- Sicuramente la multa la faranno solo agli Italiani e neanche controlleranno il biglietto agli extra comunitari! 
- 200 euro? Ma chi li paga? Nessuno ha soldi, men che meno gli extracomunitari. Finira' che a pagare saranno solo gli Italiani. 
- Non e' giusto perche' allora voglio le tabaccherie aperte 24 ore su 24. Spesso sono chiuse e allora come lo compro il biglietto? 
Alcuni punti hanno anche una certa logica ma nessuno proponeva la soluzione piu' banale. Qualcuno, che ha visto come funzionano le cose all'estero si e' permesso di suggerirla sommessamente: Ragazzi e' semplice, si puo' fare come qui a Londra, si entra davanti e si paga all'autista. 
- Eh ma cosi' si perde troppo tempo ad ogni fermata! - ha risposto qualcuno. 
 Al che qualcun altro ha risposto:
 - No, con una scheda prepagata come la Oyster Card a Londra o la Metro Card a New York, si passa velocemente davanti all'autista dopo averla strisciata sul congegno.
 - Si vabbè, ma perché devo comprare una tessera prepagata se mi serve solo il biglietto per una corsa? Mi costringono a pagare di più! 
Quanta pazienza. 
- Su quasi tutti i bus all'estero si può anche fare il biglietto pagando con le monetine. E l'autista ti da anche il resto. Certo lo fanno in pochi, perché nel 2017 quasi tutti comprano delle schede prepagate per viaggiare sui bus, ma e' sempre un'opzione. 
Non ho continuato a leggere i commenti anche perché temevo di imbattermi in qualche critica alla banche che ci costringono a usare le carte prepagate o il gruppo Bilderberg che ci controlla tutti e ci rende schiavi ma io mi chiedo sempre più spesso: ma perché in Italia dobbiamo sempre complicarci la vita per delle cose che richiederebbero cinque secondi per essere risolte? Almeno di una cosa bisogna essere contenti. Se non avessimo avuto il sistema italico, caratterizzato da regole astruse, scaltri furbetti e controllori, non avremmo mai potuto vedere una scena come questa. Almeno la nostra cultura ci consente di divertirci. Ecco a voi Ajeje Brazorf! 
Comunque ho scritto gia' in passato un post sulla differenza dei bus nei vari Paesi. Se vi interessa, potete leggerlo qui.


sabato 8 aprile 2017

Brevi dialoghi con Americani: lavoro e università

Qualche giorno fa si chiacchierava in ufficio. Io, un altro collega italiano e una collega americana, la più giovane della compagnia, che ha 25 anni, si è laureata a 21 anni, e lavora da noi da 3 anni. E guadagna già tantissimo. Normale, siamo in America.


Collega italiano alla collega americana: Sai io alla tua eta' io ancora non lavoravo.

Collega americana: Come mai?
Collega italiano: Eh in Italia ai miei tempi, circa 30 anni fa, non si trovava facilmente lavoro. E so che la situazione non è cambiata.
Al che mi introduco nella discussione e aggiungo: Anche io, in realta' ho iniziato a lavorare solo a 27 anni dopo la laurea. In America.
Collega americana (stupita): Ti sei laureato a 27 anni?
Io: Eh si, in Italia ci si laurea tardi e poiche' è difficile trovare lavoro molti si concentrano sugli studi e iniziano a cercare attivamente lavoro solo dopo la laurea, almeno ai miei tempi, circa 10 anni fa, al sud Italia. Poi l'università è organizzata male e ci consente di impigrirci. E io mi sono impigrito. Molti dei miei amici si sono laureati a 27-28 anni ma qualcuno anche a 30-32 e conosco persone che a 35 anni devono ancora terminare gli studi per laurearsi in medicina o ingegneria.

La collega americana mi guardava con gli occhi sgranati, non riusciva a crederci. 
Le ho spiegato che in Italia il sistema universitario italiano, almeno una decina di anni fa, era molto diverso da quello americano. Le ho spiegato che solitamente il professore spiega per mesi e lo studente può solo prendere appunti, non si costruisce il voto giorno dopo giorno, come in America e solo dopo il corso puo' dare l'esame e se non si sente preparato può decidere di andare a tentare all'appello successivo, dopo alcuni mesi e in questo modo, rimandando più volte, si arriva facilmente ad uno o più anni fuori corso. 


Collega americana: Ma si continuano a pagare le tasse?
Io: Eh si.
Collega americana: E questo non è un modo per incentivare tutti a finire nei tempi invece di impigrirsi e rimandare gli esami?
Giustamente, da pragmatica americana il suo ragionamento è corretto.
Io: Si però non è cosi facile, soprattutto quando molti esami sono orali.
Collega americana: Orali? Odio gli esami orali. Posso capire l'orale di  Public Speaking, anche io lo ho fatto e lo ho odiato, ma per gli altri esami?
Io: Si in Italia quasi tutti gli esami prevedono una parte orali e considera che il professore può farti due domande e bocciarti perché magari si è svegliato storto quella mattina. Dei professori sono famosi per la loro malvagità e fanno ripetere l'esame più volte.
Collega americana: Non ci credo. Non riesco a capire come fa andare avanti l'Italia con questi sistemi. Ma se vieni bocciato non devi seguire il corso da capo?
Io: Di solito i prof ti danno un arco di tempo in cui puoi tentare l'esame più volte. Ricordo che per uno dei miei corsi la professoressa disse che lo "conservava" per due anni, dopodiché bisognava seguire un nuovo corso, con argomenti differenti.
Collega americana: wow, due anni! In due anni qui sei a metà della laurea.

E la conversazione è finita qui perché eravamo in pausa pranzo e dovevamo tornare a lavorare. Ma mi è piaciuto il suo candore e mi piacciono questi dialoghi in cui si capisce molto della differenza tra culture.
Una cosa è ormai chiara nella mia mente. In Usa i giovani si laureano a 21 anni e iniziano a lavorare dopo pochi mesi. In Italia, per colpa nostra e del sistema, ci laureiamo a 25-30 anni e abbiamo gia' perso molti anni rispetto agli americani. Loro a 22 anni già lavorano e iniziano a crearsi una vita indipendente e si tolgono anche qualche sfizio. Noi questo lo faremo con 5-10 anni di ritardo, sui 30 anni. Non sono più intelligenti di noi, sono solo organizzati meglio e infatti quando gli Italiani si trovano in un contesto americano, risultano spesso tra i più brillanti di tutti. Un semplice esempio: i ricercatori italiani sempre in prima linea quando si tratta di scoperte nei laboratori americani. 
Ci vantiamo sempre di avere furbizia e intelligenza ma non sono più "furbi" gli Americani con i loro sistemi più organizzati? Coltivano l'intelligenza e la fanno fiorire al più presto. Noi blocchiamo l'intelligenza e facciamo di tutto per spegnere i cervelli dei giovani italiani. 

domenica 5 marzo 2017

Intervista...a me stesso (seconda parte)

6. Cosa hanno detto parenti e amici quando hai detto che saresti andato a vivere in Usa? E cosa dicono quando li senti oggi?
Amici e parenti non hanno detto niente di particolare quando partii per gli Usa oltre 13 anni fa perché a quel tempo non avevo ancora deciso che avrei cercato di trasferirmi qui permanentemente.  Oggi alcuni amici mi chiamano lo zio d'America e credo siano contenti per la vita abbastanza serena che sono riuscito a conquistare in questo Paese. Credo siano anche contenti per il traguardo della green card per il quali le ho aggiornati passo dopo passo e sanno quanto sia stato importante per me riuscire finalmente ad ottenerla. Per quanto riguarda i parenti, ovviamente a loro avrebbe fatto piacere se fossi rimasto in Italia ma hanno capito bene che lì non avevo molte opportunità in ambito lavorativo e quindi hanno accettato la mia vita oltreoceano. Ci sentiamo spesso via WhatsApp, Facebook, Messenger, Skype. Con i mezzi moderni sembra di non essere mai partito. Per fortuna non è come una volta quando si aspettava per mesi una lettera dalla famiglia.

7. Cosa ami e cosa non ami degli Stati Uniti? Come ti sembrano gli Americani (amici, conoscenti, colleghi)?
Amo la gentilezza delle persone,  l'efficienza, il mondo del lavoro, la meritocrazia. Non amo la sanità e il mondo delle assicurazioni, i costi esorbitanti per l'istruzione e il patriottismo estremo di alcuni Americani che pensano di essere sempre i buoni e giusti, i migliori del pianeta e guardano gli altri popoli con un velo di superiorità e anzi a volte non sentono neanche l'esigenza di conoscere ciò che accade fuori dai loro confini. 
E' difficile definire cosa sia un americano perché qui convivono centinaia di razze ed etnie differenti. In generale gli Americani sono persone gentili, semplici e rispettose. Si entusiasmano e si divertono con poco. Non molti hanno la cultura generale, umanistica, di noi europei e a volte non si possono fare conversazioni molto profonde ma sono persone di buon cuore, curiose, genuinamente interessate alle altre culture. E la cosa che mi piace di più è che percepisco che, tranne alcune eccezioni, si sentono tutti allo "stesso livello di dignità umana", dal barbone che dorme sotto ai ponti al Presidente degli Stati Uniti. E' difficile da spiegare ma qui non percepisco quel fastidioso atteggiamento italico del "mi porti rispetto, lei non sa chi sono io", " Io sono io e tu non sei nessuno". I miei colleghi ad esempio sono tutti simpatici e alla mano, alcuni "American born and raised" (nati e cresciuti in America), altri provenienti dai luoghi più disparati del pianeta e diventati cittadini americani solo in età adulta e mi hanno accolto benissimo sin dal primo giorno. Sembra quasi di essere in una famiglia e la giornata lavorativa trascorre in modo piacevole anche quando c'è tantissimo da fare.

8. Uno o piu' episodi curiosi che ti hanno fatto dire: siamo proprio in America! 
Ce ne sono tantissimi. Ne racconto tre.
Episodio 1: la mia prima ricerca di lavoro.
Ero arrivato da pochi giorni in America e avevo appena iniziato a frequentare il college. Sapevo che con il visto da studente mi era concesso lavorare solo part time e solo all'interno del college. Così decisi di andare ufficio per ufficio per lasciare il resume. Poiché in Italia non avevo mai lavorato, il Resume era  scarno: diploma e laurea in Italia, certificazione Office e una breve esperienza studio-lavoro in Irlanda.
Figurati se hanno bisogno di me che sono arrivato da meno di una settimana - pensavo - Sicuramente i pochi studenti che lavorano negli uffici del college sono amici degli amici dei professori. Lasciai il resume in due uffici e al terzo c'era un professore che stava attaccando un annuncio di lavoro in bacheca, per un assistente. Gli dissi che cercavo un lavoro part-time e che mi ero da poco iscritto al college, mi fece accomodare nel suo ufficio, parlammo per 10 minuti, poi andò a prendere l'annuncio in bacheca, lo getto nel cestino e mi disse: puoi iniziare domani? Come? Ero appena stato assunto? Neanche mezz'ora di ricerca, 10 minuti di colloquio e...puoi iniziare domani? E' così facile trovare un lavoro in America? Telefonai subito i parenti per dargli la lieta notizia.
Episodio 2: Fourth of July in spiaggia.
Era uno dei miei primi 4th of July e andai con alcuni amici in spiaggia a vedere i fuochi d'artificio. Alla fine dei fuochi centinaia di persone si dirigevano al parcheggio verso le loro macchine.  Alcuni poliziotti, che avevano vigilato discretamente al buon esito della serata erano in piedi ai lati delle strade per essere sicuri che il deflusso avvenisse senza problemi. A un certo punto la scena per me inimmaginabile: Molti andavano dai poliziotti per stringergli la mano, o semplicemente per augurargli un 4th of July o dirgli Thank you. La mia mente tornò indietro a qualche mese prima quando in Italia assistetti per strada a uno scontro tra  manifestanti e poliziotti. I manifestanti bruciarono cassonetti e lanciarono di tutto ai poliziotti, anche i pericolosissimi sampietrini. Ecco perché un Grazie a un poliziotto mi è sembrato davvero un (piacevole) aspetto tipicamente americano.
Episodio 3: Barbecue del 4 Luglio a casa dei vicini.
Una coppia di vicini mi invitarono un 4 luglio al loro barbecue sul grande prato di casa. Lei è preside in una scuola, lui è un fisioterapista. Immaginavo fossero benestanti perché hanno una bella ma non mi sarei mai aspettato un simile barbecue. Era stato tutto organizzato nei minimi dettagli e senza badare a spese. Eravamo una cinquantina di invitati. Sul prato fuori casa avevano posizionato grossi tavoli di legno, sedie, e dei grandi gazebo gazebo per chi avesse voluto mangiare più al fresco. E poi scivoli, piscine e altri giochi per i bambini. E un'abbondanza di cibo mai vista: un intero maiale allo spiedo, hot dog, hamburger, bistecche, pasta, dolci e centinaia di birre in dei grossi contenitori con ghiaccio. Nel pomeriggio il karaoke e poi un gruppo di cantanti a cappella professionisti (qui li chiamano barbershop quartet) che ci allietarono per un paio di ore. E a fine serata, appena fece scuro...i fuochi d'artificio. Non due razzi o due fiammelle. Dei fuochi spettacolari, che durarono almeno mezz'ora per la gioia di tutti gli invitati. Credo che abbiano speso almeno 20-30mila dollari per un barbecue che non dimenticherò mai.

9. Cosa ti mancava e cosa ancora ti manca dell'Italia? 
Gli amici di lunga data con i quali potevo uscire ogni volta che volevo, almeno una volta a settimana, solitamente il sabato. Qui anche se hai degli amici, causa lavoro o distanze, generalmente li vedi una volta ogni 2-3 settimane, e bisogna organizzarsi per tempo, altrimenti puoi trascorrere molti weekend senza vedere nessuno. Per fortuna ho tanti hobby ed interessi e mi piace stare anche  da solo e quindi non mi pesa quando restare a casa un weekend, ci sono abituato e anzi nei periodi più freddi mi piace molto. Un episodio che fa capire come è più difficile costruire amicizie in America. Qualche anno fa cercai di formare un gruppo rock con dei ragazzi americani. Eravamo in quattro e la cosa sembrava promettere bene ma poi  dopo poche settimane...uno trovò un secondo lavoro e doveva lavorare al weekend, un altro venne trasferito dalla sua compagnia in un altro stato e quindi il progetto fallì in poche settimane. Ci perdemmo di vista e ognuno per la sua strada, per la sua vita casa-lavoro e qualche svago ogni tanto. In Italia non sarebbe mai successo e ricordo infatti che quasi ogni sabato andavo a suonare con i miei amici in una casa di campagna. Lo abbiamo fatto per anni e non ci siamo mai persi di vista.
Ovviamente mi manca anche il cibo italiano anche se qui se cerchi (e spendi di più) puoi trovare di tutto.
E mi manca a volte anche la famiglia e non poter essere con loro a condividere gli eventi importanti o i periodi difficili che caratterizzano tutte le famiglie ma con Skype e social media vari riusciamo sempre a tenerci in contatto.

10. Pensi che rimarrai a vita in USA o un giorno tornerai a vivere in Italia?
Ho già fatto l'errore di tornare in Italia dopo aver vissuto oltre sei anni in Usa ma è stato un tentativo che volevo fare perché era ora di cambiare aria e non me ne sono pentito perché alla fine è comunque servito a convincermi che la mia vita è qui in America e non potrei vivere in nessun altro luogo al mondo. L'Italia è sempre nel cuore e per questo penso che tornerò a godermi lì gli anni della pensione. Per ora mi tengo il lavoro, l'efficienza e la meritocrazia. Tra una trentina d'anni mi terrò le bellezze, le atmosfere e la genuinità del Paese più bello del mondo.

lunedì 27 febbraio 2017

Intervista...a me stesso (prima parte)

Ciao a tutti, dopo le interviste ai cinque amici YouTuber che vivono in Usa, qualcuno mi ha chiesto di rispondere alle stesse domande. Ci avevo già pensato e poiché non sono un famoso YouTuber e prediligo la forma scritta, lo faccio volentieri sul blog, in due post. 

1. Raccontaci la storia che ti ha portato dall'Italia agli Usa.
Mi sono innamorato degli Stati Uniti sin da bambino quando i miei genitori portavano tutta la famiglia qui in vacanza, ogni 4-5 anni, in visita ai parenti italo-americani. Sono rimasto subito incantato dalle luci di New York, dal dinamismo della città e dalla mescolanza di diverse etnie. Un semplice giro serale in macchina con gli zii, con lo sfondo della magica skyline di Manhattan, o una passeggiata sulla 5th Avenue mi suscitavano forti emozioni ed erano in grado di darmi energia anche perché avendo vissuto in un piccolo paese del sud Italia, il contrasto era incredibile e infatti ogni volta che tornavo in Italia provavo un forte senso di  nostalgia per gli Stati Uniti.  Per anni però ho considerato l'America solo  un luogo per fare vacanza ma le cose cambiarono l'11 settembre 2001. In quel periodo studiavo all'università e mancavano pochi esami alla laurea. Sin dai primi anni di corsi non sopportavo molti miei professori che nonostante fossero preparati, e spiegavano argomenti interessantissimi, erano palesemente anti-americani e ci facevano studiare argomenti che ridicolizzavano gli Stati Uniti e lo stile di vita degli Americani. Nel giro di pochi corsi vidi cambiare molti studenti, miei amici, da ragazzi equilibrati ad antiamericani sfegatati, e molti di loro si rivelarono addirittura contenti l'11 settembre quando migliaia di innocenti morirono sotto uno degli attacchi più vigliacchi e sanguinari nella storia dell'umanità. Nei giorni successivi notai anche che non era solo l'anti-americanismo che mi circondava a darmi fastidio ma molti di quelli che mi stavano attorno erano cinici, lagnosi, pessimisti, pigri, disfattisti. Respiravo, insomma, un clima opprimente che mi spegneva ogni energia e io avevo il bisogno di cambiare aria.  Cosi dissi a me stesso: appena mi laureo mi regalo una vacanza e me ne vado in America per qualche mese. Non avevo un progetto preciso, volevo solo vivere in America per qualche mese, prendere informazioni, guardarmi attorno, e capire se davvero mi sarebbe piaciuto vivere per qualche tempo, magari un anno o due, in questo Paese. Non avevo progetti a lungo termine ma le cose cambiarono in fretta e a  13 anni di distanza sono ancora qui.

2. Cosa fai qui in USA? Di cosa ti occupi? Hai cambiato più lavori?
Mi occupo di import-export.
Come tutti ho cambiato lavoro più volte. Appena arrivato ho trovato lavoro, part time, nell'ufficio ESL del college che ho frequentato. Poi ho iniziato anche a dare lezioni private di italiano, chitarra, matematica. Poi ho lasciato il lavoro al college e ho trovato lavoro come  cassiere in una farmacia-supermercato e allo stesso tempo, al weekend, facevo le pulizie in un palazzo a tre piani, pieno di uffici. Il primo periodo in America insomma sembrava un film: non potevo permettermi una macchina e correvo da una parte all'altra della città e  nei paesi limitrofi muovendomi con i mezzi, facendo lunghi tratti a piedi con il vento gelido che mi tagliava le mani e mi faceva lacrimare gli occhi. Seguivo i corsi al college, facevo gli homework, andavo a dare lezioni private, poi scappavo per fare il turno al supermercato, poi al weekend facevo le pulizie in quel palazzo (aspirapolvere, vetri, pavimenti e cessi compresi) come un vero Cenerentolo. Due anni durissimi senza un attimo di tregua ma poi, dopo la laurea biennale, le cose sono iniziate a cambiare. Trovai subito dopo il mio primo vero lavoro full time nel settore import-export, per un'azienda, e poi qualche anno dopo ho trovato lavoro nello stesso settore ma per una compagnia più importante che mi da più benefits e uno stipendio più alto. E sono ancora qui.

3. Quale e' stato il tuo percorso per rimanere qui in termini di visti, green card?
Dopo i primi tre mesi da turista mi sono iscritto a un community college in modo da ottenere uno student visa della durata di due anni e avere così più tempo per guardarmi attorno, perfezionare la lingua e  prendere una utile laurea biennale americana (investendo  tutti i miei pochi risparmi). In realtà mi ero appena laureato in Italia e non avevo  voglia di rimettermi a studiare ma era  parte di una strategia a lungo termine per cercare di trasferirmi qui permanentemente e quindi ho seguito i corsi con entusiasmo e dopo due anni ho finalmente preso il famoso "pezzo di carta" americano. 
Dopo i due anni di college, l'immigration mi ha concesso di lavorare full time per un anno, per qualsiasi employer, sotto OPT. Durante quell'anno sono stato assunto da una compagnia di import-export che mi ha fatto ottenere un visto di lavoro H1B, della durata di tre anni. Poi sono tornato in Europa per tre anni ma è stato un errore e quindi ho deciso di tornare di nuovo qui in cerca di lavoro. Il blog come sapete nasce proprio da quella decisione. Chi mi ha seguito sa che sono stato fortunato e sono stato assunto da un'azienda che mi ha fatto un altro visto di lavoro H1B e poi mi ha anche sponsorizzato per la green card che ho ottenuto pochi mesi fa, raggiungendo un traguardo che solo pochi anni fa pensavo fosse irraggiungibile. 

4. Farai domanda per la cittadinanza americana? (se non sei gia' cittadino)
Penso di si. So che molti italiani decidono di fermarsi alla green card, chi perché non ha tempo o voglia di studiare per l'esame per la cittadinanza, chi per un questione di fedeltà alla bandiera italiana, chi per altri motivi, ma io non ho problemi perché è concesso mantenere la cittadinanza italiana e poi la mia vita è qui in un Paese che mi ha accolto più volte a braccia aperte regalandomi un futuro e una vita serena. Probabilmente richiederei la cittadinanza americana anche se mi dicessero che dovrei rinunciare a quella italiana. 
Qualche nota su green card e cittadinanza: si può richiedere la cittadinanza dopo 5 anni con la Green Card. Green Card e cittadinanza hanno poche differenze. Con la cittadinanza americana si può votare ma bisogna andare al jury duty quando si viene sorteggiati, solitamente ogni 3-4 anni. Con la green card non si può votare ma si viene esonerati dal jury duty. La green card va rinnovata ogni 10 anni ma se si ottiene la cittadinanza americana  non ce ne è più bisogno perché la cittadinanza di fatto "assorbe" la green card.

5. Le prime impressioni di un Italiano in Usa. Differenze con l'Italia?
Ho notato subito la gentilezza delle persone. Le persone che dicevano sorry o thank you per ogni minima cosa e mi salutavano per strada anche se non mi conoscevano. La prima volta ho pensato: Ma chi è questo e perchè mi ha salutato? Io non lo conosco. Al mio paese in Italia succede il contrario, una sorta di duello in cui due che camminano si incrociano  e pensano fino all'ultimo secondo: Vediamo se mi saluta lui. Io di certo non lo saluto per primo. E poi i due passano oltre e nessuno saluta l'altro. Mi hanno anche stupito le macchine che si fermavano all'improvviso appena mettevo un piede sulle strisce pedonali. E poi nei negozi e negli uffici pubblici erano tutti cordiali e gentilissimi e tenevano la porta aperta se stavano entrando e vedevano che stavo per entrare anche io dietro di loro, magari a molti metri di distanza ma, per gentilezza, non entravano nel negozio fino a quando non mi fossi avvicinato a loro per entrare subito dopo di loro. In confronto all'Italia questa gentilezza mi faceva sentire come in un film di Mary Poppins ma mi ci abituai presto e oggi non potrei più farne a meno.
L'altro aspetto che ho notato subito nei primi giorni è che qui tutto funziona in modo efficiente. Ad esempio a volte dicevo a me stesso: l'Inglese non è la mia prima lingua e in teoria dovrei entrare in un ufficio pubblico o una banca con un minimo di preoccupazione  perché non so se riuscirò a spiegare perfettamente ciò di cui ho bisogno e invece sono sereno e addirittura mi sento meno a mio agio e sono più preoccupato prima di entrare in un ufficio  italiano perché a differenza degli usa, in Italia potrebbero dirmi di ritornare perché manca un impiegato, manca una pratica, manca un timbro, c'è una fila di 3 ore, un computer non funziona, la titolare è in vacanza.
Mi ha stupito vedere tantissime donne al volante, tutte dinamiche e tutte in carriera. Moltissime alla guida di giganteschi 4 x 4. Certo in Italia non siamo più negli anni 50 ma a me sembrava proprio che  il 100% delle donne fossero lavoratrici e che non esistessero casalinghe.
La differenza più lampante comunque è il dinamismo delle persone. L'ho notata dai primi giorni. Qui nessuno si piange addosso o resta fermo ad aspettare gli aiuti di un amico, di un politico o dello Stato. Le persone rischiano di più e si mettono in gioco perché sanno che il loro destino dipende solo e unicamente da loro stessi. Ipotecano anche la casa pur di aprire una arrività in cui credono e pazienza se falliscono. Non è grave. Fa parte della natura delle cose. Bisogna vergognarsi se non provano, non se provano e poi falliscono. Perchè da un fallimento si può imparare e ci si può rialzare per provarci un'altra volta.