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domenica 31 dicembre 2017

Il customer service italo-americano

Qualche giorno fa avevo voglia di cose buone italiane e, poiché nei grandi supermercati americani non riesco a trovare tutto, sono andato in un negozietto italo-americano fornito di tante leccornie made in Italy. Compro due pandoro (uno per l'ufficio e uno per il pranzo di Natale con degli amici), un pacco di pan di stelle (ma cosa ci mettono dentro? provocano dipendenza!), un pacco di fette biscottate, un pacco di introvabili biscotti gran turchese, un mini pandoro e un torrone, questi ultimi due da regalare al mio padrone di casa. Quando arrivo a casa mi rendo conto che alcuni prodotti hanno la scadenza a breve e due sono abbondantemente scaduti: le fette biscottate da un mese e i biscotti gran turchese da oltre un anno...luglio 2016! 

Il giorno dopo torno al negozio con i prodotti scaduti e mentre entro ho in mente la scena che avviene in questi casi in tutti i supermercati americani: vuole un rimborso e cambiare i prodotti?
In realtà l'opzione del cambio è molto rara, di solito ti danno il rimborso e sta a te decidere cosa fare. Ma dimentico che sono in un negozio italo-americano e appena dico con gentilezza alla proprietaria del negozio che i due prodotti sono scaduti, lei, una tipa tracagnotta con grembiulone, nota le date, va allo scaffale dei biscotti, prende un altro pacco di gran turchese e mi fa: Prendi questi che non sono scaduti. Febbraio 2018. Poi ricontrolla la data sul pacco delle biscottate e mi fa: Ma queste sono ancora buone.  E' pane tostato, le puoi ancora mangiare.

C'erano altri clienti e poiché non amo litigare e fare polemiche, almeno non per un pacco di fette biscottate, vado a casa con un pacco cambiato e l'altro scaduto e penso che, si vabbè, alla fine avrà ragione lei e le fette le posso ancora mangiare anche se riflettendoci su questo è un classico esempio di differenza tra mentalità italiana e americana e nello specifico tra il customer service americano e quello italo-americano.

Quando lavorai come cassiere a CVS, ad esempio, una delle prime cose che mi disse il manager fu: Se un cliente viene a cambiare qualcosa, non fare domande, chiedi se vuole un rimborso o se vuole un altro prodotto. Anzi è sempre preferibile dare il rimborso. Non siamo qui per fare domande e interrogatori, non vogliamo mica che il cliente vada a comprare da un'altra parte? Ci sono tanti competitors qui fuori e perdere un cliente è un attimo.

Ed è proprio questo che mi piace della mentalità americana, la semplicità, la gentilezza, la disponibilità. Se un prodotto è scaduto o difettoso va cambiato, punto.  E' un gesto semplice e di rispetto verso il cliente che apprezzerà e tornerà a fare spesa lì. Cosa ci avrebbe perso la proprietaria italo-americana se mi avesse dato un altro pacco di fette biscottate non scadute? Non sarebbe andata in rovina. Così invece ha perso un cliente. E non parliamo del customer service italiano in Italia. Ricordo ancora quando acquistai delle casse per il pc e appena aprii il pacco, in macchina al parcheggio del negozio, notai che l'alimentatore era rotto. Quando tornai al negozio mi fecero un sacco di storie: Si ma cosa ne sappiamo che non ti è caduto a terra quando hai aperto la scatola? Era tua responsabilità controllare tutto all'interno del negozio... Il tizio mi diede un numero telefonico del customer service per chiedere un rimborso ma nessuno rispondeva alle telefonate e alla  fine decisi di comprare un altro alimentatore di tasca mia. Non tornai più in quel negozio e gli feci cattiva pubblicità con tutti i miei amici. Credo di avergli fatto perdere qualche cliente ma in quel momento era l'unico negozio in zona che vendeva quei prodotti e la mancanza di concorrenza lo poneva in una situazione di "monopolio". Sono piccole cose, certo, ma noi Italiani ci facciamo sempre riconoscere, sia in Italia che in America.


giovedì 14 dicembre 2017

La storia di Babbo Natale



Ciao a tutti, e' tempo di Natale ma voi la conoscete la vera storia di Babbo Natale? La storia di Babbo Natale ha origine molti secoli fa a Myra in Asia Minore, nell’attuale Turchia. In quella città viveva un uomo che si sarebbe distinto per le sue grandi opere di carità: San Nicola. Molte sono le leggende sulla sua vita ma quella più celebre è la storia delle tre ragazzine costrette a prostituirsi a causa della povertà della famiglia. La leggenda narra che San Nicola, mosso a compassione, fece recapitare al padre delle ragazzine tre sacchi pieni d’oro, nell’arco di tre notti. Le prime due riuscì a introdurre i sacchi tramite una finestra aperta ma la terza notte la finestra era chiusa. San Nicola non si perse d’animo, si arrampicò sul tetto e lasciò cadere il terzo sacco dal camino. Le ragazzine poterono così emanciparsi dalla prostituzione e trovare marito grazie alla dote di San Nicola che e da quel momento venne riconosciuto come il protettore dei bambini e il 6 dicembre, si celebra la sua festa e per un lungo periodo è stato anche (ed è ancora in alcuni Paesi) la giornata dei regali ai bambini. 

Dalla Turchia il culto di San Nicola si diffuse velocemente in tutta Europa che venne però abolito durante la riforma protestante, contraria al culto dei santi; Il ruolo di San Nicola come dispensatore di regali venne preso da Gesù bambino e la notte tanto attesa dai bambini divenne il 24 dicembre. Poiché Gesù bambino non poteva punire i bambini che si erano comportati male, la sua non è una figura cinica e severa, assunse più importanza una figura pre-cristiana del folklore germanico già associata a San Nicola in qualità di suo servo-aiutante: Krampus, un demone dall’aspetto caprino e dalle corna appuntite con una lunga lingua rossa che va in giro la notte del 5 dicembre con un fascio di rami secchi in cerca di bambini cattivi. Krampus può limitarsi a lasciare un ramo secco in dono ai bambini cattivi ma in alcuni casi decide di rapirli per mangiarli o gettarli nel fiume. 

Sia Krampus che Gesù bambino vennero tuttavia gradualmente dimenticati, in favore di San Nicola, che tornò in auge quando gli Olandesi emigrarono negli Stati Uniti. Essi erano devoti a San Nicola, che chiamavano Sinterklaas e importarono il suo culto anche nel nuovo mondo. Qui Sinterklaas sarebbe divenuto Santa Claus grazie al contributo di molti artisti, scrittori, poeti e illustratori, tra cui i più importanti furono due newyorkesi: Moore e Nast.
Nel 1822 Clement Clark Moore scrisse una poesia per i propri figli intitolata A visit from Saint Nicholas, anche nota come The Night Before Christmas, che ebbe un grandissimo successo e venne pubblicata su diversi giornali. Moore modificò la figura tradizionale di San Nicola e SinterKlaas dando loro dei tratti di un allegro elfo panciuto dalla barba bianca, che entra in casa di notte attraverso il camino per portare i doni ai bambini.
Nel 1862 l’illustratore Thomas Nast diede un’immagine ancora più definita di questa figura sulla rivista Harpers Weekly raffigurandolo come un omone panciuto con abito rosso con risvolti di pelliccia bianca, che vive al polo nord e si muove con una slitta trainata da 8 renne. Nacque così il Santa Claus che tutti conosciamo la cui immagine venne fissata in mondo ancora più definitivo tramite una importante campagna pubblicitaria della Coca Cola del 1931.

Santa Claus quindi nacque in Turchia, si spostò in Europa, emigrò negli Stati Uniti, e ritornò in Europa. La trasformazione da San Nicola a Santa Claus è durata molti secoli e contrariamente all’immagine consumista che ha assunto negli ultimi decenni è una figura molto più legata alle origini cristiane di quanto non possiamo immaginare. Buon Natale a tutti e felice anno nuovo.   

domenica 10 dicembre 2017

Chi si ferma è perduto

Pochi giorni fa ho scritto un post in cui descrivevo la facilità con cui gli Americani cambiano lavoro o, per lo meno, la loro propensione mentale a cambiare. Il post  ha suscitato un pò di incredulità da parte di qualche lettore italiano che sostanzialmente mi ha chiesto, nei commenti, se è mai possibile che gli Americani riescano a mettere da parte famiglia ed amici così facilmente pur di inseguire un lavoro migliore, in un'altra città o addirittura in un altro stato.  La mia risposta è: si, è possibile, confermo e sottoscrivo, e anzi "rilancio" con un'altra idea, confermata dalla realtà e da questo articolo di Monster.com, sostenendo che non solo gli Americani cambiano lavoro quando le cose un pochino male ma anche quando vanno benino perché qui, nonostante la crisi e con le dovute eccezioni, si può sempre trovare di meglio e l'articolo di Monster conferma questa mia tesi. L'articolo può suonare strano ad alcuni lettori ma la prospettiva americana è davvero diversa.
Sarà perché la disoccupazione è a livelli bassissimi, sarà perché la meritocrazia è presente, fatto sta che gli Americani non cercano il posto fisso e lo guardano con sospetto perché chi si ferma è perduto e il segreto è cambiare. Ovviamente l'autore non si riferisce a chi all'interno della stessa azienda riesce a ottenere promozioni e aumenti sostanziosi nel giro di un breve periodo ma queste sono situazioni da film, o meglio ci sono ma non così frequenti come si possa pensare, per tutti i comuni mortali la storia è diversa e bisogna sudare sette camicie per raggiungere dei risultati e se si arriva a un punto di stallo, senza scatti in carriera o aumenti sostanziali, con la consapevolezza che niente di li a breve cambierà, l'unica cosa da fare è cambiare. Guardarsi attorno, andare a fare colloqui e arrivederci e grazie quando si trova una compagnia migliore.

L'autore dell'articolo suggerisce la regola dei 4 anni. Se in quel periodo gli aumenti e le promozioni tardano ad arrivare, è tempo di cambiare, vi siete adagiati troppo, dovete darvi una mossa. 
Non solo, restare troppo a lungo nella stessa compagnia può essere considerato controproducente. Una tale "stabilità" può far pensare ai potenziali datori di lavoro che non siete dinamici, vi siete impigriti, non avete ambizioni e probabilmente non siete propensi al cambiamento e quindi anche più difficili da inserire in una nuova azienda, soprattutto quando vedono che non avete avuto avanzamenti in carriera e siete rimasti magari anche 8-10 anni nella stessa azienda. 

Dal punto di vista italiano l'idea di cambiare lavoro può fare paura o alla meglio ci mette un pò in ansia. Prendiamo il mio caso. Mi trovo bene con tutti, i colleghi e i superiori sono simpatici, sembra quasi una famiglia, non ho particolari difficoltà, tutto è ormai molto facile e senza sorprese. L'idea di cambiare lavoro mi fa pensare al fastidio di andare a fare colloqui, cambiare città, cercare un nuovo appartamento, mettermi a fare un trasloco... Aspetta un attimo, dico a me stesso, ci pensiamo tra un paio di mesi. Allo stesso tempo qualcos'altro mi dice di cambiare. Perché l'idillio è solo apparente e se considero un piccolo avanzamento e un piccolo aumento agli inizi, la situazione è rimasta statica, troppo statica, non sto imparando niente di nuovo, non vedo possibilità imminenti di avanzamenti e nonostante sia molto apprezzato dal mio manager, l'aumento promesso sta tardando ad arrivare (da oltre un anno) e sto iniziando ad annoiarmi. Non sarà tempo di cambiare? Se osservo alcune giovani colleghe americane devo dire che la mentalità è totalmente diversa. Molto americana, ovviamente. Laureate nei tempi, perché qui non esiste il fuori corso, a 22 anni hanno iniziato a lavorare, hanno cambiato due tre compagnie e sono da poco approdate alla nostra. Guadagnano più di me  (alcune per merito altre un pò meno) e sono accomunate da una caratteristica: hanno sempre cambiato anche quando stavano bene. Addirittura continuano a cercare lavoro e a fare colloqui anche adesso che a solo tre anni dalla laurea guadagnano già moltissimo, hanno quell'ottimismo e quel dinamismo meno presente in noi italiani perché gli avranno insegnato, come un mantra, che le opportunità in questo Paese sono sempre dietro l'angolo e non bisogna mai adagiarsi. Ecco forse dovrei prendere esempio da loro e rimboccarmi le maniche. Non dovrei più pensare che mi attivo tra un paio di mesi. E' così che passano gli anni e chi si ferma è perduto.

giovedì 7 dicembre 2017

Ugly Christmas Sweaters

Ciao a tutti, e' quasi Natale e oggi vi parlo della moda americana degli Ugly Christmas Sweaters. Li avrete visti indossati dai protagonisti di molti film americani, i "brutti maglioni natalizi" coloratissimi, pacchiani, pieni di renne, pupazzi di neve, slitte e babbi natale. Li indossano soprattutto gli adulti a Natale o alla vigilia di Natale. C'e' anche chi li indossa in ufficio il 22 o 23 dicembre e ci sono gruppi di amici che organizzano feste a tema Ugly Christmas Sweater durante le quali ognuno sfoggia il proprio maglione piu' brutto e a fine serata viene votato il maglione piu' ugly tra gli ugly. Negli ultimi anni questi strambi maglioni sono diventati una vera moda e tutti i negozi hanno un settore dedicato ad essi. Chi li indossa dimostra di avere senso dell'umorismo nonche' coraggio e  sorprende e fa sorridere gli amici, colleghi e parenti. In origine gli ugly Christmas sweaters venivano sferruzzati a mano dalle nonne che li donavano con orgoglio a figli e nipoti i quali non potevano esimersi dall'indossarli proprio il giorno di Gesu' bambino. Non potevano deludere la nonna e dovevano dimostrarle di aver apprezzato tantissimo quel dono amorevolmente e pazientemente sferruzzato per mesi. Oggi vengono prodotti brutti di proposito ma alcuni riescono ad essere anche addirittura belli, o meglio di un brutto che piace. Trendy. Per me esprimono creativita' e umorismo tutti americani e sto pensando di comprarne uno, o meglio spero che me ne regalino uno. Con gli ugly christmas sweater si realizza finalmente il sogno di tutti noi di poter dire a chi ci dona qualcosa di brutto...Il tuo regalo fa veramente schifo! Il donatore fara' un sorriso, felice di averci regalato il maglione piu' brutto possibile. 
Eccone alcuni:





E, da appassionato della prima stagione di Stranger Things e di videogiochi anni 80, eccone due che potrei acquistare:





mercoledì 29 novembre 2017

Cinquecentomila!

Ragazzi, CINQUECENTOMILA! Ma come è possibile, nella vita reale non mi ascolta neanche il gatto, e su questo blog mezzo milione di visualizzazioni! E' un piccolo grande traguardo che mai avrei immaginato di raggiungere quando ho iniziato a raccontare, quasi solo per me stesso, come un diario personale da leggere in futuro, della mia intenzione di tornare a vivere in America.
Non è facile per un blog toccare quota mezzo milione perchè non si tratta di un canale YouTube che si avvale di video e contenuti più immediati. Vuol dire che apprezzate i miei post e per questo ringrazio tutti, sia chi mi segue da tempo, sia chi mi segue da poco.
Grazie a tutti e stay tuned for more updates.

Dialogando sul Black Friday

Un paio di giorni fa chiacchieravo con il ragazzo americano di mia cugina. Un ragazzo in gamba, con una buona cultura e la passione per la politica americana e internazionale. Parlavamo del Black Friday che da pochi anni è diventata tradizione anche in Italia al che lui mi dice che ha sentito che in Germania e in Italia i lavoratori di Amazon hanno scioperato proprio il giorno del Black Friday. Lo diceva con una lieve punta di indignazione anche perchè dal suo punto di vista americano una cosa del genere non è si è mai vista. Uno sciopero totale proprio il giorno del Black Friday? Ma sono pazzi questi a mettere in difficoltà l'azienda proprio il giorno più importante dell'anno? Questo sembrava dire dal tono di alcune sue espressioni.
Lo so - rispondo - ma, bisogna comprenderli, i loro salari sono molto bassi, sui 1200 euro netti al mese, a quanto pare.
E lui, secco: Si ma nessuno li obbliga a lavorare li. Se non gli va, possono sempre cambiare e trovare un altro lavoro. 

Questa risposta mi ha fatto riflettere ancora una volta sulle differenze tra Italia e Stati Uniti in ambito lavorativo. Negli Stati Uniti in effetti funziona così: non ti piace il lavoro, il capo, i colleghi? Pensi di meritare uno stipendio più alto? Bene, resisti un pò, chiedi un aumento o migliori condizioni senza paura, vedi cosa succede e se le cose non cambiano, vai via e trovi un altro lavoro.  Semplice, chiaro, cristallino. In Italia diremmo se le cose non cambiano, vai via e cerchi un altro lavoro. Negli Usa anche i verbi presuppongono più ottimismo. Il lavoro non lo cerchi, lo trovi, perché è ovvio che dopo una breve ricerca qualcosa troverai. In Italia è un tuffo nel vuoto. E considerando Amazon, quei 1200 non sono neanche male di questi tempi. Molti amici che vivono al Sud mi raccontano che in alcune regioni la media stipendio per alcuni lavori si è drasticamente abbassata fino a raggiungere stipendi da 500-600 euro. La cosa forte e che se tu lo dici ad Americani e (sopratutto) Italo-Americani loro rispondono: ma 600 euro...a settimana, vero? E a quel punto spunta sempre sul mio viso il solito sorriso amaro. 

Ma queste cose gli Americani e Italo-Americani non possono capirle. Amano l'Italia da cartolina e per loro è splendida quando la visitano in vacanza. Non hanno mai vissuto la quotidianità italiana, le ristrettezze economiche, la ricerca di un lavoro e come tutti costruiscono il mondo a loro immagine e somiglianza e se le cose vanno male in Italia la colpa è solo nostra. Di chi altri potrebbe essere? In America chi è disoccupato per troppo tempo lo è perché non ha voglia di lavorare, perché dovrebbe essere diverso in Italia?
Non sapete quante volte ho sentite frasi come:
Voi ragazzi Italiani non volete fare sacrifici. 
Anche se iniziate a lavorare da McDonald's se poi siete bravi, riceverete aumenti e salirete in carriera.
Dovete rimboccarvi le maniche e poi le soddisfazioni arriveranno.

Vai a spiegare che ci sono laureati che hanno buttato al vento anni di studio per lavorare in un supermercato o in una pizzeria a 800 euro al mese, se va bene, e restano li per anni senza un euro di aumento e senza alcuna speranza di fare carriera. Che futuro possono avere i giovani in Italia? E infatti chi può compra un biglietto e prova a vivere all'estero. Ogni anno 100mila giovani lasciano l'Italia, il Paese più bello del mondo. Un motivo ci sarà.

Comunque ho notato che quando Americani e Italo-Americani si convincono che la crisi italiana è davvero più nera di ciò che sembra, che gli imprenditori schiavizzano i ragazzi con stipendi da fame,  che lo Stato non riesce o non vuole controllare, loro ripartono all'attacco con delle obiezioni frequenti, molto logiche e pragmatiche: Va bene, è un periodo di crisi ma perché voi giovani non aprite un'attività? Perché volete sempre lavorare come dipendenti? Se la situazione è così brutta come dite aprite una compagnia e le cose andranno meglio.
Vagli a spiegare che le tasse strangolano le imprese e moltissime hanno dovuto chiudere proprio per non riuscire a pagarle tutte.
In realtà a questa ennesima contro obiezione loro iniziano a pensare: Eh si, i datori di lavoro sfruttano, lo Stato non fa i controlli, lo Stato sommerge di tasse i giovani che aprono attività. Ma è davvero cosi brutta la situazione in Italia? Eppure è un paese meraviglioso dove i giovani sembrano felici.
Non è una congettura perché frasi del genere me le hanno dette spesso in passato, fino al giorno in cui ho deciso di non addentrarmi più in questi discorsi. Generano solo incomprensioni e malumori.

Devo solo ritenermi fortunato di essermi salvato all'ultimo secondo andando via dall'Italia prima che fosse troppo tardi, riuscendo a conquistare a fatica un minimo di serenità economica.
Per quanto riguarda il Black Friday gli Americani sono riusciti a introdurre una nuova festa commerciale, ma chissà perché non sono riusciti a introdurre le loro idee di meritocrazia e stipendi più umani. 

martedì 28 novembre 2017

Il contante è per gli spacciatori

Vi avevo parlato di come sia diffuso negli Stati Uniti l'uso delle carte di credito? E' una vera religione e chi ha in tasca anche 20 dollari viene visto in modo strano. Beh 20 dollari forse no ma provate a pagare qualcosa con quattro o cinque banconote da 20 e riceverete subito uno sguardo sospettoso. In America tutti hanno almeno una o più carte di credito, sono comode e vantaggiose e più le usi e più aumentano i vantaggi: reward points, sconti e tanti benefit che a fine anno costituiscono un gruzzoletto di qualche centinaio di dollari. Quindi perché non usarle? Per problemi del tipo Le banche mi spiano. Non voglio far sapere alle banche come spendo i miei soldi (???)
Gli Americani sono pragmatici. Usano le carte di credito perché avranno soldi indietro, se preferiscono il contante riceveranno...niente. Poiché carta di credito è sinonimo di vantaggi ai loro occhi chi usa ancora il contante lo fa per due semplici motivi:
1) L'istituto di credito non gliela ha concessa (e la cosa è sospetta perché le concedono a tutti ma proprio tutti).
2) E' spacciatore o qualcuno che traffica nell'illegalità e deve pagare in modo non tacciabile.
Questa divertente meme natalizia spiega bene questa interessante caratteristica americana.
Carta di credito=persona normale
Banconote da 20=persona sospetta






sabato 11 novembre 2017

Mangiare sul divano in America

Qualche giorno fa guardavo un video di una youtuber americana che vive in Italia. Parlava in tono simpatico e divertente di alcuni aspetti italiani che ancora non riesce a concepire. Tra questi l'abitudine di mangiare sempre seduti a tavola. 
Diceva che riusciva anche a concepire di mangiare a tavola quando si va a pranzo la domenica dalla nonna del ragazzo (italiano) ma poi si chiedeva: che senso ha sedersi a tavola in tutte le altre occasioni? Ad esempio quando siamo solo io e il mio ragazzo?
Mi faceva ridere perché prendeva in giro i modi di fare ragazzo che vuole sempre sedersi a tavola e usare le tovagliette carine come fosse Natale e pensavo: le tovagliette sono troppo di classe per lei, figuriamoci la tovaglia che è di uso comune ad ogni pranzo o cena in tutte le famiglie italiane. Quando va usata secondo lei, solo quando va la Regina di Inghilterra a fargli visita? Ma poi, penso io, non è molto più comodo mangiare a tavola invece che portarsi il piatto sul divano e rischiare di macchiare se stessi e il divano. Si può mangiare un piatto di pasta al sugo in salotto?
Ma a parte questo mi ha dato spunti di riflessione su alcune differenze culturali tra iItalia e Usa.
E' vero e lo ho notato anche io: a meno che non si tratti di occasioni speciali in America raramente la famiglia si riunisce per mangiare attorno a un tavolo. E raramente mangiano tutti assieme. Nessuno aspetta l'arrivo dell'altro per mangiare assieme. Chi prima arriva mangia e gli altri mangeranno più tardi. Ricordo ad esempio che quando vivevo dai miei parenti italo-americani mia zia cucinava per il mio cuginetto che tornava a casa da scuola,  prendeva il piatto e se lo portava in salotto. E mangiava sul divano guardando la tv. Mia zia nel frattempo sistemava altre cose in cucina e poi andava anche lei in salotto a tentare una conversazione con suo figlio che però era molto preso dalla tv, non le dedicava molta attenzione e rispondeva a monosillabi. In Italia invece ricordo invece che quando tornavo da scuola mia madre faceva aspettare me e i miei fratelli l'arrivo di mio padre dal lavoro per mangiare tutti assieme, seduto alla stessa tavola, addirittura con la tovaglia! 
L'usanza americana di mangiare da soli sul divano senza aspettare gli altri componenti della famiglia mi ha dato una forte impressione di egoismo e disunità. E' anche vero che generalmente la donna più importante di casa in Italia si trova in cucina mentre in America no. Non parlo della mamma ma della TV alla quale si deve dare la priorità e tutta l'attenzione possibile. E' lei la nostra mamma alla quale dobbiamo obbedire. E quindi in Italia soffriamo di meno a mangiare in cucina visto che la TV è proprio li. Ma a parte questo continuo a ritenere che sia vero che il senso di famiglia è molto più forte da noi in Italia. 
Un altro episodio, come esempio. Ricordo ancora il barbecue organizzato da una mia parente italo-americana per festeggiare la sua laurea. Invitò molti parenti ai quali diede lo stesso orario. Qualcuno era in ritardo a causa del traffico, chi di 10, chi di 20 minuti, niente di più. Invece di aspettare e iniziare a mangiare tutti assieme, chi era già li iniziò a mangiare e gli altri mangiarono appena arrivati. Io che ero lì dall'inizio mi sentivo a disagio a mangiare senza aspettare l'arrivo degli altri ma nessuno ci faceva caso, tutti presi dal loro egoismo e infatti notai che nessuno, dico nessuno si ricordò di fare gli auguri alla mia (e loro) parente per la laurea. Mi sembrò che anche lei non ci fece troppo caso, probabilmente sapeva che in America si fa così. Non ci sono troppe formalità. Aspettare, magiare tutti assieme, mettere tavola, farsi gli auguri? Queste sono cose burocratiche, da famiglie italiane. Comunque sono differenze culturali che ho notato frequentando molte persone ma sono sempre basate sulle mie esperienze e quindi non hanno valore universale.
Tornando al mangiare sul divano, mi piacerebbe farvi vedere un spot della Barilla in cui l'azienda cerca di andare incontro a questa usanza americana.  E' uno spot furbetto e intelligente, trasmesso per il mercato americano, che cerca di ribaltare l'idea della famiglia disgregata con la trovata di un padre e figlio che mangiano seduti al divano ma solo quando la mamma non c'è. E' una cosa sconveniente,  che non si fa, in effetti...ma vedete quanta complicità tra padre e figlio? Perché dove c'è Barilla c'è casa, anche in America, anche se si mangia seduti al divano. 



domenica 29 ottobre 2017

La storia del mio vicino "Joe"

Ciao a tutti, oggi voglio parlarvi di un mio vicino di casa. Probabilmente gli dedicherò altri post perché è un personaggio interessante che dà spunti di riflessione. Non faccio il nome, non legge il blog ed è americano. Consideriamolo un personaggio di fantasia anche se è realmente esistente. Lo chiameremo Joe.

Un paio di settimane fa Joe ha dei problemi alla macchina e mi chiede di accompagnarlo al lavoro. La macchina non parte e la ha già portata dal meccanico il giorno prima, sabato, e gli faranno sapere il lunedì. E' domenica sera quando me lo chiede e in realtà ha già provato a contattare una sua collega ma poiché non ha risposto né alle sue telefonate né ai suoi messaggi vocali ha pensato di rivolgersi a me.

Io vado in macchina al lavoro ogni giorno e per accompagnarlo dovrei svegliarmi un'ora prima e allungare il tragitto di oltre 30 minuti, se non c'è traffico, ma è un vicino in difficoltà e quindi gli dico ok. E così il lunedì mattina sale in macchina e iniziamo a chiacchierare, anche perché non lo conosco molto bene. Joe lavora come manager in un fast food ha circa 60 anni e mi racconta che quando era ragazzino i suoi genitori avevano una pizzeria al Bronx e lui dava loro una mano quando poteva. In quel periodo il Bronx era molto pericoloso e poiché i genitori non volevano rischiare che si trovasse in una rissa o a una sparatoria, chiesero a un amico che lavorava per un'importante azienda finanziaria se riusciva a fargli ottenere un lavoro. Lo fece assumere come addetto alla mail room al primo piano di un grosso palazzo a Joe iniziò letteralmente "dal basso" a distribuire e smistare lettere e poi con gli anni riuscì a salire di piano e di posizione fino a diventare uno dei dirigenti, con uno stipendio di ben 130mila dollari l'anno. Bella l'America di 20-30 anni fa. Joe si sposò con una bella donna, ebbe due figlie, acquistò una grande casa con tre garage in cui c'erano macchine costose tra cui una Ferrari e per un certo periodo visse una vita piuttosto agiata. Dopo poco tempo iniziarono i problemi con sua moglie che gli chiese il divorzio e dopo molti litigi, cause, avvocati, spese legali per oltre 180mila dollari (!) dovette vendere la casa e dividere tutto ciò che aveva con sua moglie.

A questo punto il suo ragionamento non mi è molto chiaro ma questo è ciò che mi ha detto. Decise di lasciare il lavoro in finanza per aprire un ristorante, a quanto pare, per evitare che la moglie venisse a sapere dei suoi guadagni e darle meno soldi possibile. Evidentemente con un ristorante riusciva meglio a nascondere le sue entrate. Fu un cambio strano, dalla finanza alla ristorazione, ma in America si cambia binario e carriera con disinvoltura e Joe aveva comunque già un po' di esperienza nel mondo della ristorazione e quindi perché no? Inizialmente il ristorante andò bene ma un giorno un poliziotto e un pompiere in pensione decisero di aprire un altro ristorante proprio di fronte al suo. Diversamente da Joe, il poliziotto e il pompiere erano residenti di quel paese e conoscevano tutti, riuscirono a mettergli i bastoni tra le ruote grazie alle loro conoscenze e infatti molto stranamente i controlli della polizia all'uscita del suo ristorante (solo al suo) si intensificarono. I poliziotti controllavano se i clienti avevano bevuto troppo e la sola macchina della polizia sempre parcheggiata lì fuori iniziò a scoraggiare molti clienti che per non avere problemi iniziarono a disertare il suo ristorante. Gli affari iniziarono ad andare male e dopo pochi anni Joe chiuse il suo ristorante.  Ripeto che non tutto ciò che mi ha raccontato mi ha totalmente convinto ma andiamo avanti.

Joe torna al mondo della finanza con un'altra importante azienda finanziaria ma questa volta dura pochi anni perché arriva la crisi del 2008. Devono tagliare sulle spese e sul personale e quindi decidono di mandar via i più anziani.

Così torna si nuovo alla ristorazione e da allora lavora come manager del fast food con uno stipendio di 55K l'anno, si ridimensiona sempre più e va a vivere in affitto in un piccolo appartamento. Niente più casa e niente più macchine di lusso. Appartamentino in affitto (vicino casa) e una machina scassata che sta spesso dal meccanico.

Continuo su Joe in un altro post, ma non prendetelo troppo in simpatia. La sua storia è certo una parabola discendente che farebbe dispiacere a tutti ma Joe ha come tutti i suoi lati oscuri, le sue zone d'ombra,  e ve ne parlerò in un altro post.

Di tutta la sua esperienza mi ha incuriosito e fatto pensare molto l'ultima parte, quella in cui viene licenziato perché non è più un ragazzino e la sua compagnia preferisce tenere i giovani e mandare via i più anziani. Non è la prima volta in cui sento storie come questa. Qualche tempo fa una signora che lavora in palestra mi raccontava che fino a pochi anni prima lavorava per una importante compagnia di gioielli ma arrivata a una certa età ha dovuto far spazio ai giovani e se ci penso bene anche quando lavoravo a CVS come cassiere ho subito notato una cosa curiosa, praticamente, i colleghi cassieri  erano o ragazzi molto giovani o anziani si 60, poco più poco meno. Parlando con gli "anziani" scoprii che quasi tutti avevano un lavoro migliore solo pochi anni prima ma poi per un motivo o per un altro avevano dovuto far spazio ai giovani e cercare un altro lavoro, o più lavori part time, e ridimensionarsi.

Non si può generalizzare e a quanto pare questo avviene più frequentemente nella zona della East Coast però è una costante che ho ritrovato spesso tra i lavoratori di una certa età. 
Quale è la ragione? Una risposta me la sono data.
Anche se i tempi sono cambiati in questo Paese esiste ancora la meritocrazia e quindi il giovane volenteroso, che si impegna e dimostra di essere valido, dopo poco tempo ottiene degli aumenti e dopo molti anni il suo stipendio sarà molto più alto rispetto ai primi anni. L'impiegato anziano, con esperienza, guadagna quindi molto di più del giovane neo laureato ma questa è un'arma a doppio taglio: in tempo di crisi la compagnia preferisce sbarazzarsi dell'anziano per fare spazio a un giovane molto più economico. Ok, bisognerà fargli un training e insegnargli un po' di cose ma il giovane ha energia e voglia di fare e quindi il cambio è vantaggioso. L'America non è un paese per vecchi ma neanche per anziani.

sabato 21 ottobre 2017

Periodo di incognite e decisioni da prendere

Ciao a tutti, amici, eccomi qui. Alcuni di voi mi hanno contattato in privato per email, altri sul blog. Mi chiedete il motivo di questo silenzio e dunque vi aggiorno. E' un periodo molto intenso pieno di incognite e decisioni importanti da prendere.

A lavoro stanno cambiando molte cose. E' arrivato un nuovo capo che sta facendo rimpiangere quello precedente. Lui si che era un vero signore, gentile e affabile, e che, tra parentesi, mi ha sponsorizzò per il visto e per la green card. Il nuovo capo invece è tutto l'opposto, assente e poco incline al dialogo con gli impiegati, ha assunto molti suoi ex colleghi alcuni dei quali sono piuttosto incapaci e con poca voglia di lavorare. Si è creata una strana atmosfera anche perché abbiamo scoperto che i nuovi assunti percepiscono stipendi molto più alti della media e inoltre hanno  più giorni di vacanza...a noi "vecchi" scatta la terza settimana di vacanza solo dopo cinque anni di lavoro, ai nuovi la terza è già dal primo anno.  Sarebbe inutile lamentarsi perché in Usa stipendio e vacanze si contrattano in fase di colloquio ma sicuramente non c'è parità di trattamento...in poche parole figli e figliastri.

Tra qualche mese, poi, gli uffici verranno spostati in una zona più distante e se ora vado comodamente in ufficio in macchina impiegando un'ora e con una spesa mensile di benzina di circa $200, a breve dovrò viaggiare con treno e metro (dopo un piccolo tratto in macchina per andare da casa alla stazione) e tutto ciò mi costerà circa $400 in più. Ma il costo non è tutto, anche i tempi sono un problema perché da casa ai nuovi uffici mi toccheranno due ore di commuting door to door che fanno 4 ore al giorno. Magari viaggiare coi mezzi non sarà poi tanto male, potrei leggere, dormire, rilassarmi e vedere qualche film ma a fine giornata saranno sempre 4 ore e non so se per quanto tempo riuscirò a sopportare questi ritmi.

Quindi, che fare?

Ho iniziato a vedere degli appartamenti più vicini a New York ma i prezzi sono altissimi pur volendosi accontentare di un piccolo monolocale. L'opzione meno onerosa è restare dove sono e viaggiare coi mezzi ma senza un aumento di stipendio dovrò davvero tirare la cinghia. Ho chiesto al capo già da quasi un anno ma dopo tante belle parole, apprezzo il tuo lavoro, non ti preoccupare, proporrò un buon aumento, avrò una risposta a fine mese (più volte smentita) sono ancora qui che aspetto. La decisione, dice, va presa dalla sede centrale ma io inizio a nutrire i miei dubbi perché è un tipo poco affidabile, rigira tutti con le parole con i suoi modi suadenti da avvocato, fa sempre promesse a tutti che poi regolarmente non mantiene e insomma è tutto un Aspettando Godot, l'aumento annunciato che non arriva mai.

Cambiare lavoro? Ci ho pensato seriamente anche se in realtà non mi trovo male al momento. Mi piace il lavoro e mi piacciono i colleghi. Inoltre tra qualche mese inizieremo ad usare un software a quanto pare molto usato dalle grandi compagnie e potrebbe tornare utile in prospettiva futura. Ho comunque inviato dei resume per sondare il terreno e su una ventina di aziende 4-5 mi hanno risposto per fissare un colloquio. Lo stipendio che avrebbero offerto al candidato ideale sarebbe stato di oltre 10K superiore al mio ma non sono andato ai colloqui perché...non lo so perché...non ho voglia di fare colloqui al momento, voglio aspettare ancora un pò e sono curioso di capire se e quando arriverà l'aumento dopodiché avrò tutti gli elementi per prendere decisioni importanti.

In questi mesi, stufo dell'incertezza lavorativa, dei costi elevati e consapevole di non poter vivere una vita tranquilla qui, nel breve periodo, ho pensato: e se mi trasferissi in uno stato più economico? Magari in Florida. Sono andato così a fare visita a due amici che vivono in Florida del Nord per un weekend. La Florida che avevo già visitato due volte in passato mi ha fatto un'ottima impressione anche se a dire la verità non è stato amore a prima vista. Diciamo che è mancato l'effetto novità e può sembrare un ragionamento strano ma in Usa è così, tutto molto standardizzato e con gli stessi paesaggi urbani in tutti gli Stati. Un semplice giro in macchina tra negozi e quartieri residenziali mi ha dato l'impressione di non aver mai lasciato la East Coast. Le strade, le case, la disposizione dei negozi, tutti con gli stessi nomi, tutto molto simile.
Comunque la Florida ha il suo bel fascino e i miei amici sono stati simpaticissimi e disponibili. Mi hanno portato in giro e mi hanno fatto capire meglio come si vive lì: i costi, la vita lavorativa, la vita quotidiana, il tempo libero, i paesaggi naturalistici. La cosa che più mi intriga della Florida sono i prezzi delle case. Ho da parte dei risparmi che posso usare come base per l'acquisto di un appartamento. Ora, con questa cifra in zona New York e dintorni potrei pagare solo la metà di un piccolo appartamento e per il resto dovrei accendere un mutuo trentennale. In Florida con la stessa cifra riuscirei a comprare una casa (una casa, non un piccolo appartamento!) senza neanche ricorrere a un mutuo o comunque un mutuo molto basso. Il problema è il lavoro...ma riassumo qui i pro e contro della Florida.
PRO: 
Costo degli affitti più basso.
Costo per l'acquisto di un appartamento o una casa molto più bassi.
Potrei comprare una bella casa senza bisogno di un mutuo.
Tasse per la casa più basse. 
Sole e bel tempo quasi tutto l'anno. 
Vita più rilassata e a dimensione d'uomo. 
Natura e molte attività all'aperto. 
CONTRO:
Frequenti uragani e piogge (ma non mi preoccupano molto) 
Piccolo senso di isolamento rispetto al mondo. In Florida non manca niente e credo sia solo una sensazione psicologica iniziale dovuta al fatto che al momento ho NYC, il centro del mondo, a portata di treno e anche se non ci vado spesso sapere che è sempre lì fa una certa differenza.
Gli stipendi medi sono più bassi e sembra più difficile trovare lavoro. In realtà se comprassi casa in Florida e trovassi un buon lavoro probabilmente partirei domani. Lo stipendio mediamente più basso sarebbe compensato dal non dover pagare più l'affitto e comunque le tasse annuali sulla casa sono molto basse. Ma sembra difficile trovare lavoro. Non c'è la concorrenza di NY ma neanche la stessa offerta. Ho mandato dei resume e ho ricevuto poche risposte e tutte negative. Al momento non assumiamo, abbiamo già trovato il candidato ideale etc.

Quindi per il momento ho messo in pausa anche il "progetto Florida" e mi sono messo a studiare per la certificazione Microsoft che può tornare utile per il prossimo futuro. Penserò a tutto a inizio 2018.
Voi cosa ne pensate?

domenica 16 luglio 2017

Sapiens: Da Animali a Dei

Cari lettori, qualche mese fa ho deciso di staccare la spina da Fb e dalle distrazioni online per un lungo periodo e ho avuto modo di dedicarmi nuovo a molti miei hobby tra cui la lettura. Tra i libri letti mi sono piaciuti molto Da Animali a Dei e Homo Deus di Yuval Noah Harari e poiché delle sue idee si discute molto nel mondo, inclusi gli Stati Uniti, ho pensato che potrebbe interessarvi un breve articolo che ho scritto per un magazine italiano.

Sapiens: da Animali a Dei
La specie umana secondo
Yuval Noah Harari

Negli ultimi anni negli Stati Uniti stanno suscitando molto interesse le idee di Yuval Noah Harari, storico-saggista di origine israeliana. Il suo libro Da animali a dei: breve storia dell’umanità ha venduto milioni di copie in tutto il mondo ed è stato consigliato, tra i tanti, anche dall’ex Presidente Obama, Bill Gates e Mark Zuckerberg. Le idee di Harari sono suggestive e provocatorie. Secondo il saggista, gli esseri umani si sono differenziati da tutte le altre specie animali quando hanno iniziato a cooperare in modo flessibile e in grandi numeri. Anche gli animali cooperano tra loro ma in numeri ristretti e seguendo sempre gli stessi rigidi schemi.  “Un alveare non può giustiziare la regina e instaurare una repubblica di api o una dittatura comunista di api operaie”. Il segreto della nostra specie è l’immaginazione che consente, tramite il linguaggio, una comunicazione a due livelli: uno per esprimere la realtà oggettiva (pericolo, cibo, acqua, alberi) e l’altro per esprimere una realtà immaginaria con la creazione di storie in cui tutti crediamo e che, nel bene e nel male, hanno guidato la nostra evoluzione perché “finché crediamo nelle stesse storie, tutti obbediamo e seguiamo le stesse regole, norme e valori.”  Miti, religioni, ma anche stati, nazioni, ideologie sono tutte “storie” che uniscono i membri della nostra specie e rendono possibile la cooperazione tra milioni di sconosciuti. Tra queste, la storia di maggior successo è senza dubbio il denaro. Una banconota da un dollaro è un semplice pezzo di carta colorata che non si puo’ bere, mangiare, indossare. Ma se tutti crediamo in questa storia e attribuiamo alla banconota un valore simbolico, la storia funziona e la banconota può essere scambiata per degli oggetti concreti. “Provate a dare una banconota di un dollaro ad uno scimpanzé chiedendogli in cambio una banana. Se potesse, risponderebbe: mi dai un inutile pezzo di carta e ti aspetti che ti dia una banana in cambio? Ma per chi mi hai preso, per un umano? E’ per questa capacita di cooperare flessibilmente e in grandi numeri che siamo diventati i padroni del pianeta mentre gli scimpanzé restano confinati negli zoo e nei laboratori di ricerca.”  Le idee più interessanti di Harari riguardano il futuro della nostra specie e la probabile, ma inquietante, nascita di nuove classi sociali. Oggi è in atto una rivoluzione silenziosa in cui anno dopo anno l’intelligenza artificiale sostituisce i lavoratori con macchine e robot. E’ già ampiamente avvenuto in campo militare dove le guerre vengono combattute da aerei, missili e droni comandati a distanza e presto accadrà anche ad altre categorie come gli autisti che verranno sostituiti da macchine auto-guidanti e i medici che verranno sostituiti da app elaborate, veloci ed efficienti nel diagnosticare qualsiasi malattia. Milioni di disoccupati andranno a formare quella che cinicamente ma realisticamente Harari definisce “La classe degli inutili”. In un mondo sempre più dominato dall’intelligenza artificiale ci sarà sempre meno bisogno di esseri umani e non sarà facile una riconversione in altri settori come avvenne durante la rivoluzione industriale quando milioni di lavoratori si spostarono dalle campagne per ricrearsi una nuova vita nelle città industrializzate. Questa nuova classe, priva di valore militare, perderà anche valore produttivo e gli stati (ma anche le dittature) potrebbero quindi decidere di non investire nel loro benessere. Ma non è tutto. I progressi nel campo dell’ingegneria biologica e dell’ingegneria genetica consentiranno ad alcuni esseri umani, probabilmente i più ricchi, di sottoporsi a costosi interventi per migliorare parti del corpo e della mente. Nascerà quindi una nuova classe di superuomini modificata in laboratorio, uomini potenziati che possono permettersi gli “upgrade”. Pessimismo, fantascienza, distopia? Può darsi, intanto il professor Canavero, soprannominato Dr. Frankenstein, ha annunciato che tra qualche mese tenterà il primo trapianto di testa umana. Se ci riuscirà la specie umana non sarà più la stessa. E le visioni di Harari saranno sempre più reali. Il dibattito etico, politico e scientifico è più che mai aperto.