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giovedì 29 settembre 2016

Maybe because he is not as rich as he says he is

Ciao a tutti, vorrei soffermarmi su un brevissimo passaggio che mi ha colpito durante il primo dibattito tra Trump e Clinton. E' uno di quei passaggi che possono passare inosservati ma a me, da italiano ha fatto pensare.
A un certo punto Hillary sferra un pesante attacco a Trump e parla delle sue dichiarazioni dei redditi e si domanda, a 0.23: Perché Trump non vuol far vedere i propri redditi?
E suggerisce alcune ragioni per metterlo in cattiva luce.


Ora, concentratevi solo sulla prima ragione:
Maybe because he is not as rich as he says he is.
Forse perché non è così ricco quanto dice di essere.

Quindi, come penso ormai da tempo, per gli Americani una persona che si dice ricca sta in pratica dicendo di essere una persona in gamba. E scoprire che quella persona non è poi tanto ricca come voleva far credere vuol dire che la persona non è così in gamba come voleva far credere. Ricco vuol dire virtuoso. Persona da ammirare. Che magari ha creato qualcosa a partire da zero. Un self-made man.
In Italia nessun candidato politico si vanterebbe di essere ricco e se lo fosse cercherebbe di nasconderlo. Vi ricordate Marchini che prima delle elezioni a Roma parcheggiava (leggi: nascondeva) la sua Ferrari nel garage per poi andare in giro con la propria utilitaria per far colpo sugli elettori? La mentalità di origine catto-comunista ancora molto radicata in noi suggerisce che il ricco puzza di disonestà e ingiustizia: se ha raggiunto un certo benessere avrà sicuramente fatto qualcosa di poco lecito e a discapito della comunità. Non è certo un esempio da ammirare. Meglio prenderne le distanze e guardarlo con sospetto.

Primo dibattito presidenziale: Trump vs Clinton

Pochi giorni fa, come tutti sapete, c'è stato il primo attesissimo dibattito presidenziale tra Hillary Clinton e Donald Trump. Chi ha vinto? Gli Americani. Ma loro neanche sanno quanto sono fortunati rispetto ai cittadini di un Paese a caso, diciamo...l'Italia? L'equivalente della sfida presidenziale americana da noi sono le elezioni politiche e quindi la sfida tra i due candidati Premier.
Ecco, io ricordo solo pochi dibattiti negli ultimi 20 anni, se spremo le mie meningi mi viene in mente  solo un Berlusconi vs Occhetto e forse un Berlusconi vs Prodi ma poi niente più perché è diventata tradizione per candidato in vantaggio nei sondaggi di evitare il faccia a faccia all'americana perché, questa è la logica, se sei in vantaggio e fai il dibattito puoi solo rischiare di perdere punti. E quindi a cosa serve un dibattito civile per esporre il proprio programma e far risaltare le differenze con l'avversario? Non è certo necessario mostrare agli elettori questa forma di rispetto. E gli elettori alzerebbero le spalle e voterebbero ugualmente senza un minimo di indignazione. Eh poi negli ultimi anni neanche si elegge più il Premier, direttamente, perché viene candidamente imposto dall'alto. Lasciamo perdere e torniamo al dibattito americano. Donald vs Hillary. Chi ha convinto di più? Direi Hillary. E questi sono i miei voti: Donald - 5.5. Hillary - 6.5. Trump sotto tono e un pò emozionato, Clinton sicura e preparata.
Trump ha iniziato bene con un tema che sta a cuore agli Americani: riportare le aziende in Usa per creare nuovi posti di lavoro. La ricetta di Hillary è meno romantica e patriottica: creare investimenti alzando le tasse ai ricchi. Ho l'impressione che l'idea di Trump, utopistica o meno, susciti più simpatia. Si è parlato poi di molti altri temi e sono anche volate le inevitabili accuse. Trump ha tirato fuori lo scandalo delle email di Clinton, Clinton ha tirato fuori la storia delle Income Tax Returns di Trump ovvero le dichiarazioni dei redditi che il milionario non ha la minima intenzione di mostrare agli Americani. Hanno parlato dei problemi delle armi e degli scontri tra comunità Afro-Americane e poliziotti. E  sulla criminalità Trump è sembrato più duro con il suo Law and Order mentre la Clinton è sembra preoccupata dei pregiudizi di molti poliziotti verso alcune comunità come quella degli Afro-Americani. In tema di razzismo Hillary ha accusato Trump di non aver dato in affitto alcuni appartamenti a degli Afro-Americani nel 1973. Sono passati poi ai rapporti con la Russia con i quali Trump sembra già grande amico, la sua stima per Putin è ormai nota e Clinton ne è sembrata preoccupata. E hanno parlato di ISIS, di collaborazione con gli islamici, di Nato e armi nucleari. Molti gli argomenti trattati per forza di cose non molto approfonditi ma il dibattito è servito e le differenze sono risultate evidenti. Devo dire però che mi ha stupito anche il fatto che in molte occasioni uno si è detto d'accordo con le idee dell'altro e dal mio punto di vista italiano questo è davvero strano perché da noi nessun candidato Premier si è mai detto a favore di un punto del proprio avversario. Ma Italia e Usa sono Paesi molto differenti e lo si nota anche da un piccolo particolare, beh uno di quelli che forse noto solo io soffermandomi a pensarci per ore. I candidati americani fanno il dibattito stando in piedi. Danno un'idea di energia, forza, dinamismo, resistenza, pragmatismo.  I candidati italiani fanno il dibattito....comodamente seduti. Eh siamo così, attaccati alla sedia anche già a partire dalla serata del dibattito. Su questo vogliono essere chiari. E su questo sono concordi.

martedì 20 settembre 2016

It's podcast time

Dopo un alcuni post dal sapore acidognolo oggi vorrei dare qualche consiglio a chi ha intenzione di imparare l'inglese Americano prima di fare un'esperienza negli Stati Uniti.
Probabilmente molti di voi hanno studiato il British English a scuola ma vi garantisco che è molto diverso dall'American English. Se è vero che per quanto riguarda i vocaboli e la grammatica le differenze sono poche,  è anche vero che per la pronuncia c'è un abisso.
Ho vissuto per alcuni mesi a Londra, dopo aver vissuto per anni in Usa e, credetemi, spesso non riuscivo a capire quando mi parlavano!  E se mi parlava uno scozzese la situazione era ancora più tragicomica, come un calabrese di fronte ad un veneto. Forse molti di voi guardano film e serie TV americane in lingua originale, e questo è un ottimo metodo per fare l'orecchio all' Americano. Ed è un consiglio che danno in molti. Io vorrei invece consigliare un altro metodo, ancora usato da pochi, finora: il magico mondo dei Podcast.
Lo so, lo so, tutti avete uno smartphone e sapete di cosa si tratta ma avete davvero esplorato questo universo? Io lo conosco da poco e ho scoperto che qui negli Stati Uniti ci sono Podcast davvero per tutti i gusti e sugli argomenti più disparati: scienza, cultura, storia, politica, musica, viaggi, letteratura, storie a puntate come serie TV. E' il trucco è proprio questo, imparare ascoltando qualcosa legato ai vostri interessi. Andate su search e rimarrete stupiti da cosa riuscirete a trovare.
Cuffiette a letto, luci spente e un bel podcast di un'oretta prima di prendere sonno. Funziona. Vi sveglierete parlando americano.
Ne ascoltate già qualcuno in particolare? Fatemi sapere.
Nel frattempo, se vi interessa vi  segnalo alcuni tra i miei  Podcast preferiti:

Lore: storie sul folklore (lore vuol dire  infatti folklore), superstizioni, creature misteriose, eventi tragici e luoghi particolari. Sta riscuotendo un grandissimo successo e si sta già pensando a una Serie TV
Myths and Legends: storie della mitologia e folklore di qualsiasi tempo e luogo
Stuff you should know: argomenti più disparati come ad esempio Come funziona l'LSD? Il Body Language. Storie vere sul cannibalismo. Cosa erano i Freak Show? 
Ted Radio Hour: E' un podcast dalla National Public Radio che ho scoperto da poco. Ogni puntata dura circa un'ora e tratta un argomento specifico tratto da conferenze di speakers molto interessanti. Alcuni argomenti trattati: La fontana della giovinezza. Noi e gli animali. Di cosa abbiamo paura? Cosa è la bellezza? La fonte della creatività.

Buon ascolto a tutti!

Autobus all'estero e in Italia

Giorni fa ascoltavo un vecchio podcast della mitica trasmissione radiofonica La Zanzara e si discuteva, tra le tante cose, del problema della mancanza dei controllori sugli autobus romani.
L'argomento mi interessava perché sono salito sugli autobus di molti Paesi (tra cui Usa, UK, Irlanda) e ho potuto constatare alcune differenze con quelli del caro Bel Paese.
E così riflettevo: perché la mancanza di controllori in Italia dovrebbe essere un problema? All'estero neanche esistono i controllori! Ho iniziato a scervellarmi e dopo molte ore di intenso lavoro intellettuale ho concluso: ho capito! All'estero non ci sono controllori perché tutti pagano il biglietto!
E perché in Italia (molti) non lo pagano? Molto semplice: perché si consente ai furbi di prosperare. Per inefficienza, disorganizzazione, scarso senso civico.
All'estero,  infatti, gli autobus hanno solo due porte, quella anteriore dove c'è il conducente e quella centrale. Quando il conducente apre le due porte chi esce usa la porta centrale e chi entra usa la porta anteriore. Semplice, chiaro, cristallino. Tutti pagano il biglietto all'entrata o meglio il 99% delle persone entra già con la tessera magnetica ricaricabile, una strisciata veloce alla macchinetta sotto gli occhi del controllore e ci si può accomodare. Lo strisciaggio della carta è davvero velocissimo e lo si fa praticamente camminando. Nessuno cerca di entrare dalla porta centrale perché intralcerebbe gli altri passeggeri che stanno scendendo e inoltre, dettaglio non da poco, questi non la prenderebbero  proprio tanto bene. Quindi nessuno entra dal centro. Se qualcuno, magari mezzo ubriaco volesse provare ad entrare di corsa dalla porta anteriore e andarsi a sedere senza pagare il biglietto verrebbe richiamato dal controllore che darebbe al furbetto solo due opzioni: Amico mio, o paghi il biglietto o esci dall'autobus. Gli altri passeggeri, impazienti, darebbero una mano al controllore.


Gli autobus italiani hanno generalmente 3 porte che si aprono tutte contemporaneamente.
Venghino Signori. 

Entrate come, dove e quando volete. 
Il biglietto? Ma noi ci fidiamo di voi. 
Le macchinette sono ovunque sul bus, obliteratelo pure voi stessi. 
A prima vista questa diversità non ha una logica precisa ma in realtà può essere spiegata con l'ausilio dell'evoluzione e della genetica. La razza del Bus Italicus si è evoluta in un arco di tempo di alcuni decenni pressappoco così:
Inizialmente tutti entravano dalla porta anteriore ed uscivano da quelle laterali. Poi all'improvviso, per una strana mutazione genetica, tutti hanno iniziato ad entrare dalle porte laterali, in massa, prepotentemente, fregandosene dei passeggeri che scendevano. Gli autisti, impotenti, niente hanno potuto fare contro tale aberrazione. E così anche i bus per evitare l'estinzione si sono dovuti adattare all'evoluzione e si sono muniti di obliteratrici al centro e in fondo all'autobus.
Ora mentre tolgo le vesti di Piero Angela mi chiedo: ma è così difficile nel nostro Paese far rispettare le regole del comune senso civico? Crediamo sempre di essere i più furbi del mondo e i risultati quali sono?  Nel mondo non hanno problemi e non hanno neanche bisogno di controllori che debbano salire a sorpresa sull'autobus. Da noi invece (quasi) nessuno  paga il biglietto, le casse dell'Atac sono vuote, i fondi scarseggiano ed è impossibile  comprare altri autobus e i servizi offerti sono pessimi, vecchi e fatiscenti.
E' sempre la stessa storia: più furbi, meno servizi. Più onesti, più servizi.
Ma l'onestà non può far niente contro le mutazioni genetiche. E' tutta una questione di DNA. 

sabato 17 settembre 2016

Shhhhhh, carrozza silenziosa!

Qualche giorno fa sono andato a New York in treno, con un amico. Era mattina di un giorno lavorativo e il treno era pieno di pendolari. Appena trovati due posti io e il mio amico ci siamo messi a chiacchierare ma dopo neanche due minuti un signore seduto alla nostra sinistra si è rivolto a noi chiedendoci di stare in silenzio indicandoci questo il cartello:


Eravamo infatti una carrozza "silenziosa" e non avevamo notato il cartello. In realtà poiché vado a New York o in macchina o in treno ma solo al weekend, non ero neanche a conoscenza delle carrozze silenziose. Ma quindi basta che un controllore si svegli la mattina e scriva con un pennarello su una lavagnetta che a quell'ora nella carrozza non si parla e tutti rispettano quella regola? Wow. 
Io e il mio amico abbiamo fatto un paio di battutine ma poi ovviamente ci siamo adeguati e siamo rimasti in silenzio per l'intera durata del viaggio, sonnecchiando o ascoltando un po' di musica in cuffia. L'atmosfera alla fine non era neanche tanto male e capivo il desiderio di quei pendolari che volevano semplicemente rilassarsi prima di iniziare una nuova frenetica giornata lavorativa nella Big Apple. C'era chi dormiva, chi leggeva un libro, chi ascoltava musica.  
Io durante il viaggio continuavo a pensare con stupore che qui basta un semplice messaggio di buon senso su una lavagnetta per far sì che tutti rispettino la regola e facevo ovvi paragoni con il mio Paese d'origine. E pensavo anche al signore che aveva indicato il cartello. In realtà stava ascoltando musica in cuffia e quindi a lui neanche davamo fastidio ma ha voluto intervenire affinché vedessimo il cartello e non dessimo fastidio agli altri passeggeri, in poche parole, solo per il bene degli altri.
Dico spesso che la prova con cui riesco a capire se un popolo ha senso civico è osservarlo nei piccoli comportamenti quotidiani in cui possono anche trasgredire le regole di buon senso civico perché non vengono osservati e non rischiano multe, rimproveri o reprimende. Esempio principe: automobilisti e pedoni. Se gli automobilisti danno la precedenza ai pedoni e li fanno passare sulle strisce pedonali, siamo in presenza di un popolo civile. Se non li fanno passare probabilmente siamo in presenza di un popolo con scarso senso civico.
Da oggi potrei aggiungere un altro pezzetto della mia teoria. Un Paese è civile quando i propri cittadini prima di rivolgersi alle varie autorità, poliziotti, vigili, controllori, intervengono di prima persona  per far rispettare le regole rimproverando il cittadino, pari loro, se non le stanno rispettando. Saranno anche fastidiosi a volte questi cittadini che dal punto di vista di molti di noi "non si fanno gli affari propri" però alla fine si vive meglio in una società in cui il controllo  sociale viene anche dal basso, dai cittadini come noi, da pari a pari.

Credevo che la carrozza silenziosa non esistesse in Italia, ho chiesto ad alcuni amici che vivono in Italia e mi hanno detto che non ne hanno mai sentito parlare. Forse non è molto diffusa, almeno non sui treni comuni come i regionali, e non su quelli del mio caro Sud Italia, ma ho fatto un pò di ricerca e ho scoperto che su alcuni treni esiste...beh insomma leggete qui: Area silenzio sul Frecciarossa. Silenzio...si parte! 

domenica 11 settembre 2016

September 11: quindici anni dopo

Sono passati 15 anni da quel tragico giorno che cambiò la storia. Sembra ieri. Time really flies.
Voi dove eravate, cosa stavate facendo, cosa ricordate? Vi racconto brevemente come fu la mia giornata.
In quel periodo studiavo all'università e condividevo casa con altri studenti.
Avevamo finito di mangiare ed ognuno era nella propria camera, chi a riposare, chi al pc, chi alla scrivania a studiare. Ricevetti la telefonata di un amico che mi chiese se stessi vedendo cosa stava accadendo a New York. Risposi di no e mi disse di andare subito ad accendere la tv perché due aerei si erano schiantati sulle Twin Towers ed era chiaro da pochi minuti che si trattava di un attacco terroristico. Chiamai subito gli altri coinquilini e restammo pietrificati davanti alla TV. Non riuscivamo a credere a ciò che vedevamo. Poi due di loro pronunciarono queste frasi:
Stasera compro una bottiglia di champagne per la prima volta, non mi interessa il prezzo. Bisogna festeggiare. 
E l'altro, dopo la considerazione che sembrava di assistere a un film hollywoodiano:
Beh hanno voluto imporre Hollywood al mondo? E ora si riprendano Hollywood.
Tutto questo mentre migliaia di innocenti morivano sotto il peso delle torri che collassavano.
I giorni successivi avrei capito che la macabra gioia dei coinquilini non era isolata. La mia era un'università purtroppo politicizzata, come tante in Italia, di estrema sinistra, e chi più chi meno, studenti e professori, sosteneva che Si però gli Stati Uniti se la sono cercata. Un pochino mi dispiace anche per i morti però sono quasi contento. Si dai devo ammetterlo, sono contento.
Non fu un bel periodo per me che amavo già gli Stati Uniti per essere venuto spesso qui in vacanza. Tra l'altro qui vivevano anche molti parenti e amici di famiglia e ascoltare ovunque quei discorsi antiamericani non era certo piacevole. Proprio in quel periodo decisi che appena laureato sarei venuto qui per portare un piccolo contributo da turista e poi perché no per capire se fosse stato possibile vivere in questo Paese per qualche anno.
Quindici anni dopo sono ancora qui a due passi da New York con un buon lavoro e una vita serena in un Paese che mi ha totalmente accettato e concesso il permesso di residenza permanente.
Sono contento così e mi basta. Chi odia gli Usa continuerà a farlo e non merita troppe parole. Il loro antiamericanismo è fanatismo religioso. Inutile pensarci.
In questo September 11th, 2016 tutto sembra tornato alla normalità in un Paese ferito che ha fatto  sicuramente tanti errori ma che sa anche ammetterli, non si piange addosso, e sa rialzarsi per continuare. La Freedom Tower ne è una prova, simbolica.
Cosa dire, amici? Come dicono qui: United we stand, divided we fall.
Vi saluto con queste quattro foto che ho scattato al World Trade Center poche settimane fa.
Never Forget.







sabato 10 settembre 2016

Brevi dialoghi con Americani: le tasse universitarie

Premessa: mi sono trovato spesso a parlare con italo-americani un pò antipatici che descrivono i ragazzi italiani come viziati e mammoni che restano a casa anche fino a 30 anni mentre i loro figli qui negli USA sono andati via di casa già a 18 anni per prendere la propria strada e si sono resi da subito indipendenti lavorando e pagando le tasse universitarie con le proprie forze ricorrendo a prestiti bancari.
Sugli Italiani viziati e mammoni si può discutere a lungo. Molti lo sono davvero ma molti altri non possono andare via di casa a 18 anni per due motivi fondamentali: l'università è strutturata in modo assurdo e lascia poco tempo per lavorare e poi di questi tempi è davvero difficile trovare un lavoro part time. E quando si riesce a trovarne uno la paga è ridicola. Tanto vale concentrarsi sugli studi.
Il video di Tia Taylor: Italy vs Usa - Università
E questi miei due post:
Community College vs Università italiana 1
Community College vs Università italiana 2
aiuteranno meglio a capire la differenza tra i due sistemi universitari.
Oggi chiacchieravo con una collega che si è laureata pochi anni fa in una buona università e le dicevo che poiché tempo fa ho ottenuto una laurea biennale ad un community college mi piacerebbe un giorno prendere il Bachelor's degree e quindi frequentare il 3 e 4 anno di una buona università americana.

Io: Mi piacerebbe continuare a studiare e laurearmi in una buona università americana. Dovrei quindi studiare altri due anni, seguendo corsi serali o al weekend, ma ho visto i costi delle tasse universitarie e sei sono demoralizzato. Sono altissimi. 40-50 mila l'anno o anche più.
Collega: Eh si questi sono i costi delle università.
Io: E' strano. Posso dire di avere un buon lavoro, con stipendio nella media anche se ho tante spese, come tutti, alla fine. Se in un anno riesco a mettere da parte solo poche migliaia di dollari come fanno le persone normali potersi permettere un college di 50mila dollari l'anno magari quando stanno hanno anche un buon lavoro e non sono ragazzini? Mi pare impossibile. L'università è una cosa da ricchi!
Collega (con molta naturalezza): Puoi ricorrere a un prestito con le banche.
Io: Eh si ma chi mi fa un prestito di 100mila dollari? Ma poi come funziona? Quanti interessi chiedono? In quanti anni bisogna restituirli? Tu come hai fatto?
E lei: Ehm in realtà non so bene. Per me ha fatto tutto mia madre. Dalla richiesta del prestito al pagamento.

Ah ecco, ora ho capito tutto...la mia collega  in realtà non aveva mai detto di aver pagato di tasca sua per le tasse universitarie, le ha pagate sua madre, che è una donna in carriera, e va benissimo. MA (e ho avuto altre conferme in questo periodo) vorrei solo sottolineare che spesso quando alcuni Italo-Americani ti dicono che i propri figli si sono resi indipendenti senza alcun aiuto dei genitori e sono quasi degli esseri superiori rispetto a noi mammoni italiani forse forse non ce la stanno dicendo tutta e sono loro a passargli "sottobanco" i soldi per l'affitto, la macchina e le tasse universitarie. Niente di male in tutto questo,  ci mancherebbe, ogni mondo è paese ma insomma un pò di sana diffidenza verso alcuni Italo-Americani non guasterebbe.

domenica 4 settembre 2016

Slow Tv


I film di oggi sono pieni di esplosioni, sparatorie, inseguimenti a ritmi sostenuti e vengono spesso interrotti dalle velocissime pallottole vaganti delle pubblicità che squarciano lo schermo tagliandoli a pezzi e facendo perdere la concentrazione (e la pazienza) agli spettatori.
Come se non bastasse da qualche tempo ci sono anche Facebook, Twitter, Messenger, WhatsApp
che dai nostri smartphone reclamano attenzione ad ogni ora della giornata. Migliaia di stimoli al secondo hanno fatto sì che negli ultimi anni la soglia media di attenzione umana sia scesa a 8 secondi. E la nostra mente è sempre meno libera di rilassarsi, pensare, riflettere, meditare, viaggiare con l'immaginazione.

Qualche tempo fa in Norvegia qualcuno ha pensato che era arrivata l'ora di rallentare e così nel 2009 la TV pubblica NRK mandò in onda un video molto particolare in occasione del centenario della tratta ferroviaria Bergen-Oslo: il percorso completo, ininterrotto, minuto per minuto, dal punto di vista del treno. Oltre 7 ore di video senza tagli, montaggi o musiche di sottofondo.
L'idea nacque come un esperimento e gli ideatori che si aspettavano alla meglio un'audience di poche migliaia di spettatori, rimasero sbalorditi quando vennero a sapere che il video era stato visto oltre un milione di spettatori...e in un Paese di 6 milioni di abitanti come la Norvegia era un risultato inimmaginabile.
Forti di questo successo, registrarono e mandarono in onda altri video se possibile ancora più arditi come il percorso di un battello in mare per oltre 134 ore, dei pescatori di salmone (il primo viene pescato dopo 3 ore di video), donne che sferruzzano a maglia. E anche questi vennero seguiti da milioni di spettatori.
Fu così che nacque la Slow TV la cui idea principale è quella di rallentare i ritmi e riprendere scene reali in cui non c'è niente di costruito. Niente trame, nessuna sceneggiatura, nessuna musica di sottofondo, e ovviamente nessuna sparatoria, inseguimenti, esplosioni e bombe a mano.
Pure e semplici scene prese dal mondo reale, nel loro divenire.

Qualcosa di simile si era in realtà già visto in ambito artistico quando, Andy Warhol girò il suo "anti-film" Sleep riprendendo per 5 ore e 20 minuti il suo amico John Giorno mentre dormiva. Esperimento seguito poi da Empire in cui l'artista riprese per oltre 8 ore l'esterno dell'Empire State Building.
E sul lato più commerciale-new age avevo già notato in passato che in molti negozi hanno messo in vendita Dvd con scene prese dal reale come fiumi che scorrono, cascate, pioggia nei boschi, nevicate sopra le città con l'intento di aiutare a rilassare. In realtà questi video hanno sempre un sottofondo musicale che li allontana dalla realtà e poi sono troppo statici.
I video della slow tv hanno infatti (secondo me) riscosso un grande successo anche perché hanno in sé qualcosa di "narrativo" che non li rende noiosi, almeno per spettatori un pò particolari e in cerca di qualcosa di nuovo e stimolante. Lo spettatore è curioso di vedere cosa accade. Dove uscirà il treno alla fine del tunnel? Costeggerà un paesino di campagna o dei boschi tra le montagne? Ci sarà un lago tra questi splendidi paesaggi nordici? Paradossalmente se ci pensate bene, per uno spettatore come me, stufo dei soliti film di massa, tutti uguali, possono essere più imprevedibili le scene prese dalla realtà che un film costruito con la solita struttura buono contro cattivo e la tensione che sale fino a 3/4 del film con il solito climax e la risoluzione finale. E comunque vedere anche solo qualche minuti di questi video ha davvero un effetto rilassante.

Alcuni video della Slow TV sono arrivati in sordina negli Stati Uniti già un paio di anni fa ma è solo da poche settimane che sono visibili anche su Netflix e quando qualcosa arriva su Netflix vuol dire che stanno puntando su una scommessa importante che potrebbe conquistare milioni di spettatori.
Onestamente ho forti dubbi che la Slow TV possa conquistare le masse nel Paese dell'ipervelocità e dei miliardi di stimoli al secondo però gli Americani rivelano sempre delle sorprese.
Vedremo se ne verranno conquistati, nel frattempo è interessante notare che con la Slow TV si ritorna concettualmente ai primordi della storia del cinema. Il nuovo mezzo cinematografico era stato infatti concepito anche con l'intento di riprendere paesaggi e scene della vita quotidiana e nessuno all'epoca avrebbe immaginato che il cinema sarebbe stato utilizzato per raccontare delle storie di pura fantasia.

Ad ogni modo, nell'attesa di vedere come reagirà il popolo americano a questa nuova mania proveniente dalle fredde terre di Norvegia, invito tutti a salire sul treno della Slow TV. Scendete pure quando volete e godetevi il paesaggio: semplice, puro, reale.