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sabato 11 novembre 2017

Mangiare sul divano in America

Qualche giorno fa guardavo un video di una youtuber americana che vive in Italia. Parlava in tono simpatico e divertente di alcuni aspetti italiani che ancora non riesce a concepire. Tra questi l'abitudine di mangiare sempre seduti a tavola. 
Diceva che riusciva anche a concepire di mangiare a tavola quando si va a pranzo la domenica dalla nonna del ragazzo (italiano) ma poi si chiedeva: che senso ha sedersi a tavola in tutte le altre occasioni? Ad esempio quando siamo solo io e il mio ragazzo?
Mi faceva ridere perché prendeva in giro i modi di fare ragazzo che vuole sempre sedersi a tavola e usare le tovagliette carine come fosse Natale e pensavo: le tovagliette sono troppo di classe per lei, figuriamoci la tovaglia che è di uso comune ad ogni pranzo o cena in tutte le famiglie italiane. Quando va usata secondo lei, solo quando va la Regina di Inghilterra a fargli visita? Ma poi, penso io, non è molto più comodo mangiare a tavola invece che portarsi il piatto sul divano e rischiare di macchiare se stessi e il divano. Si può mangiare un piatto di pasta al sugo in salotto?
Ma a parte questo mi ha dato spunti di riflessione su alcune differenze culturali tra iItalia e Usa.
E' vero e lo ho notato anche io: a meno che non si tratti di occasioni speciali in America raramente la famiglia si riunisce per mangiare attorno a un tavolo. E raramente mangiano tutti assieme. Nessuno aspetta l'arrivo dell'altro per mangiare assieme. Chi prima arriva mangia e gli altri mangeranno più tardi. Ricordo ad esempio che quando vivevo dai miei parenti italo-americani mia zia cucinava per il mio cuginetto che tornava a casa da scuola,  prendeva il piatto e se lo portava in salotto. E mangiava sul divano guardando la tv. Mia zia nel frattempo sistemava altre cose in cucina e poi andava anche lei in salotto a tentare una conversazione con suo figlio che però era molto preso dalla tv, non le dedicava molta attenzione e rispondeva a monosillabi. In Italia invece ricordo invece che quando tornavo da scuola mia madre faceva aspettare me e i miei fratelli l'arrivo di mio padre dal lavoro per mangiare tutti assieme, seduto alla stessa tavola, addirittura con la tovaglia! 
L'usanza americana di mangiare da soli sul divano senza aspettare gli altri componenti della famiglia mi ha dato una forte impressione di egoismo e disunità. E' anche vero che generalmente la donna più importante di casa in Italia si trova in cucina mentre in America no. Non parlo della mamma ma della TV alla quale si deve dare la priorità e tutta l'attenzione possibile. E' lei la nostra mamma alla quale dobbiamo obbedire. E quindi in Italia soffriamo di meno a mangiare in cucina visto che la TV è proprio li. Ma a parte questo continuo a ritenere che sia vero che il senso di famiglia è molto più forte da noi in Italia. 
Un altro episodio, come esempio. Ricordo ancora il barbecue organizzato da una mia parente italo-americana per festeggiare la sua laurea. Invitò molti parenti ai quali diede lo stesso orario. Qualcuno era in ritardo a causa del traffico, chi di 10, chi di 20 minuti, niente di più. Invece di aspettare e iniziare a mangiare tutti assieme, chi era già li iniziò a mangiare e gli altri mangiarono appena arrivati. Io che ero lì dall'inizio mi sentivo a disagio a mangiare senza aspettare l'arrivo degli altri ma nessuno ci faceva caso, tutti presi dal loro egoismo e infatti notai che nessuno, dico nessuno si ricordò di fare gli auguri alla mia (e loro) parente per la laurea. Mi sembrò che anche lei non ci fece troppo caso, probabilmente sapeva che in America si fa così. Non ci sono troppe formalità. Aspettare, magiare tutti assieme, mettere tavola, farsi gli auguri? Queste sono cose burocratiche, da famiglie italiane. Comunque sono differenze culturali che ho notato frequentando molte persone ma sono sempre basate sulle mie esperienze e quindi non hanno valore universale.
Tornando al mangiare sul divano, mi piacerebbe farvi vedere un spot della Barilla in cui l'azienda cerca di andare incontro a questa usanza americana.  E' uno spot furbetto e intelligente, trasmesso per il mercato americano, che cerca di ribaltare l'idea della famiglia disgregata con la trovata di un padre e figlio che mangiano seduti al divano ma solo quando la mamma non c'è. E' una cosa sconveniente,  che non si fa, in effetti...ma vedete quanta complicità tra padre e figlio? Perché dove c'è Barilla c'è casa, anche in America, anche se si mangia seduti al divano. 



domenica 29 ottobre 2017

La storia del mio vicino "Joe"

Ciao a tutti, oggi voglio parlarvi di un mio vicino di casa. Probabilmente gli dedicherò altri post perché è un personaggio interessante che dà spunti di riflessione. Non faccio il nome, non legge il blog ed è americano. Consideriamolo un personaggio di fantasia anche se è realmente esistente. Lo chiameremo Joe.

Un paio di settimane fa Joe ha dei problemi alla macchina e mi chiede di accompagnarlo al lavoro. La macchina non parte e la ha già portata dal meccanico il giorno prima, sabato, e gli faranno sapere il lunedì. E' domenica sera quando me lo chiede e in realtà ha già provato a contattare una sua collega ma poiché non ha risposto né alle sue telefonate né ai suoi messaggi vocali ha pensato di rivolgersi a me.

Io vado in macchina al lavoro ogni giorno e per accompagnarlo dovrei svegliarmi un'ora prima e allungare il tragitto di oltre 30 minuti, se non c'è traffico, ma è un vicino in difficoltà e quindi gli dico ok. E così il lunedì mattina sale in macchina e iniziamo a chiacchierare, anche perché non lo conosco molto bene. Joe lavora come manager in un fast food ha circa 60 anni e mi racconta che quando era ragazzino i suoi genitori avevano una pizzeria al Bronx e lui dava loro una mano quando poteva. In quel periodo il Bronx era molto pericoloso e poiché i genitori non volevano rischiare che si trovasse in una rissa o a una sparatoria, chiesero a un amico che lavorava per un'importante azienda finanziaria se riusciva a fargli ottenere un lavoro. Lo fece assumere come addetto alla mail room al primo piano di un grosso palazzo a Joe iniziò letteralmente "dal basso" a distribuire e smistare lettere e poi con gli anni riuscì a salire di piano e di posizione fino a diventare uno dei dirigenti, con uno stipendio di ben 130mila dollari l'anno. Bella l'America di 20-30 anni fa. Joe si sposò con una bella donna, ebbe due figlie, acquistò una grande casa con tre garage in cui c'erano macchine costose tra cui una Ferrari e per un certo periodo visse una vita piuttosto agiata. Dopo poco tempo iniziarono i problemi con sua moglie che gli chiese il divorzio e dopo molti litigi, cause, avvocati, spese legali per oltre 180mila dollari (!) dovette vendere la casa e dividere tutto ciò che aveva con sua moglie.

A questo punto il suo ragionamento non mi è molto chiaro ma questo è ciò che mi ha detto. Decise di lasciare il lavoro in finanza per aprire un ristorante, a quanto pare, per evitare che la moglie venisse a sapere dei suoi guadagni e darle meno soldi possibile. Evidentemente con un ristorante riusciva meglio a nascondere le sue entrate. Fu un cambio strano, dalla finanza alla ristorazione, ma in America si cambia binario e carriera con disinvoltura e Joe aveva comunque già un po' di esperienza nel mondo della ristorazione e quindi perché no? Inizialmente il ristorante andò bene ma un giorno un poliziotto e un pompiere in pensione decisero di aprire un altro ristorante proprio di fronte al suo. Diversamente da Joe, il poliziotto e il pompiere erano residenti di quel paese e conoscevano tutti, riuscirono a mettergli i bastoni tra le ruote grazie alle loro conoscenze e infatti molto stranamente i controlli della polizia all'uscita del suo ristorante (solo al suo) si intensificarono. I poliziotti controllavano se i clienti avevano bevuto troppo e la sola macchina della polizia sempre parcheggiata lì fuori iniziò a scoraggiare molti clienti che per non avere problemi iniziarono a disertare il suo ristorante. Gli affari iniziarono ad andare male e dopo pochi anni Joe chiuse il suo ristorante.  Ripeto che non tutto ciò che mi ha raccontato mi ha totalmente convinto ma andiamo avanti.

Joe torna al mondo della finanza con un'altra importante azienda finanziaria ma questa volta dura pochi anni perché arriva la crisi del 2008. Devono tagliare sulle spese e sul personale e quindi decidono di mandar via i più anziani.

Così torna si nuovo alla ristorazione e da allora lavora come manager del fast food con uno stipendio di 55K l'anno, si ridimensiona sempre più e va a vivere in affitto in un piccolo appartamento. Niente più casa e niente più macchine di lusso. Appartamentino in affitto (vicino casa) e una machina scassata che sta spesso dal meccanico.

Continuo su Joe in un altro post, ma non prendetelo troppo in simpatia. La sua storia è certo una parabola discendente che farebbe dispiacere a tutti ma Joe ha come tutti i suoi lati oscuri, le sue zone d'ombra,  e ve ne parlerò in un altro post.

Di tutta la sua esperienza mi ha incuriosito e fatto pensare molto l'ultima parte, quella in cui viene licenziato perché non è più un ragazzino e la sua compagnia preferisce tenere i giovani e mandare via i più anziani. Non è la prima volta in cui sento storie come questa. Qualche tempo fa una signora che lavora in palestra mi raccontava che fino a pochi anni prima lavorava per una importante compagnia di gioielli ma arrivata a una certa età ha dovuto far spazio ai giovani e se ci penso bene anche quando lavoravo a CVS come cassiere ho subito notato una cosa curiosa, praticamente, i colleghi cassieri  erano o ragazzi molto giovani o anziani si 60, poco più poco meno. Parlando con gli "anziani" scoprii che quasi tutti avevano un lavoro migliore solo pochi anni prima ma poi per un motivo o per un altro avevano dovuto far spazio ai giovani e cercare un altro lavoro, o più lavori part time, e ridimensionarsi.

Non si può generalizzare e a quanto pare questo avviene più frequentemente nella zona della East Coast però è una costante che ho ritrovato spesso tra i lavoratori di una certa età. 
Quale è la ragione? Una risposta me la sono data.
Anche se i tempi sono cambiati in questo Paese esiste ancora la meritocrazia e quindi il giovane volenteroso, che si impegna e dimostra di essere valido, dopo poco tempo ottiene degli aumenti e dopo molti anni il suo stipendio sarà molto più alto rispetto ai primi anni. L'impiegato anziano, con esperienza, guadagna quindi molto di più del giovane neo laureato ma questa è un'arma a doppio taglio: in tempo di crisi la compagnia preferisce sbarazzarsi dell'anziano per fare spazio a un giovane molto più economico. Ok, bisognerà fargli un training e insegnargli un po' di cose ma il giovane ha energia e voglia di fare e quindi il cambio è vantaggioso. L'America non è un paese per vecchi ma neanche per anziani.

sabato 21 ottobre 2017

Periodo di incognite e decisioni da prendere

Ciao a tutti, amici, eccomi qui. Alcuni di voi mi hanno contattato in privato per email, altri sul blog. Mi chiedete il motivo di questo silenzio e dunque vi aggiorno. E' un periodo molto intenso pieno di incognite e decisioni importanti da prendere.

A lavoro stanno cambiando molte cose. E' arrivato un nuovo capo che sta facendo rimpiangere quello precedente. Lui si che era un vero signore, gentile e affabile, e che, tra parentesi, mi ha sponsorizzò per il visto e per la green card. Il nuovo capo invece è tutto l'opposto, assente e poco incline al dialogo con gli impiegati, ha assunto molti suoi ex colleghi alcuni dei quali sono piuttosto incapaci e con poca voglia di lavorare. Si è creata una strana atmosfera anche perché abbiamo scoperto che i nuovi assunti percepiscono stipendi molto più alti della media e inoltre hanno  più giorni di vacanza...a noi "vecchi" scatta la terza settimana di vacanza solo dopo cinque anni di lavoro, ai nuovi la terza è già dal primo anno.  Sarebbe inutile lamentarsi perché in Usa stipendio e vacanze si contrattano in fase di colloquio ma sicuramente non c'è parità di trattamento...in poche parole figli e figliastri.

Tra qualche mese, poi, gli uffici verranno spostati in una zona più distante e se ora vado comodamente in ufficio in macchina impiegando un'ora e con una spesa mensile di benzina di circa $200, a breve dovrò viaggiare con treno e metro (dopo un piccolo tratto in macchina per andare da casa alla stazione) e tutto ciò mi costerà circa $400 in più. Ma il costo non è tutto, anche i tempi sono un problema perché da casa ai nuovi uffici mi toccheranno due ore di commuting door to door che fanno 4 ore al giorno. Magari viaggiare coi mezzi non sarà poi tanto male, potrei leggere, dormire, rilassarmi e vedere qualche film ma a fine giornata saranno sempre 4 ore e non so se per quanto tempo riuscirò a sopportare questi ritmi.

Quindi, che fare?

Ho iniziato a vedere degli appartamenti più vicini a New York ma i prezzi sono altissimi pur volendosi accontentare di un piccolo monolocale. L'opzione meno onerosa è restare dove sono e viaggiare coi mezzi ma senza un aumento di stipendio dovrò davvero tirare la cinghia. Ho chiesto al capo già da quasi un anno ma dopo tante belle parole, apprezzo il tuo lavoro, non ti preoccupare, proporrò un buon aumento, avrò una risposta a fine mese (più volte smentita) sono ancora qui che aspetto. La decisione, dice, va presa dalla sede centrale ma io inizio a nutrire i miei dubbi perché è un tipo poco affidabile, rigira tutti con le parole con i suoi modi suadenti da avvocato, fa sempre promesse a tutti che poi regolarmente non mantiene e insomma è tutto un Aspettando Godot, l'aumento annunciato che non arriva mai.

Cambiare lavoro? Ci ho pensato seriamente anche se in realtà non mi trovo male al momento. Mi piace il lavoro e mi piacciono i colleghi. Inoltre tra qualche mese inizieremo ad usare un software a quanto pare molto usato dalle grandi compagnie e potrebbe tornare utile in prospettiva futura. Ho comunque inviato dei resume per sondare il terreno e su una ventina di aziende 4-5 mi hanno risposto per fissare un colloquio. Lo stipendio che avrebbero offerto al candidato ideale sarebbe stato di oltre 10K superiore al mio ma non sono andato ai colloqui perché...non lo so perché...non ho voglia di fare colloqui al momento, voglio aspettare ancora un pò e sono curioso di capire se e quando arriverà l'aumento dopodiché avrò tutti gli elementi per prendere decisioni importanti.

In questi mesi, stufo dell'incertezza lavorativa, dei costi elevati e consapevole di non poter vivere una vita tranquilla qui, nel breve periodo, ho pensato: e se mi trasferissi in uno stato più economico? Magari in Florida. Sono andato così a fare visita a due amici che vivono in Florida del Nord per un weekend. La Florida che avevo già visitato due volte in passato mi ha fatto un'ottima impressione anche se a dire la verità non è stato amore a prima vista. Diciamo che è mancato l'effetto novità e può sembrare un ragionamento strano ma in Usa è così, tutto molto standardizzato e con gli stessi paesaggi urbani in tutti gli Stati. Un semplice giro in macchina tra negozi e quartieri residenziali mi ha dato l'impressione di non aver mai lasciato la East Coast. Le strade, le case, la disposizione dei negozi, tutti con gli stessi nomi, tutto molto simile.
Comunque la Florida ha il suo bel fascino e i miei amici sono stati simpaticissimi e disponibili. Mi hanno portato in giro e mi hanno fatto capire meglio come si vive lì: i costi, la vita lavorativa, la vita quotidiana, il tempo libero, i paesaggi naturalistici. La cosa che più mi intriga della Florida sono i prezzi delle case. Ho da parte dei risparmi che posso usare come base per l'acquisto di un appartamento. Ora, con questa cifra in zona New York e dintorni potrei pagare solo la metà di un piccolo appartamento e per il resto dovrei accendere un mutuo trentennale. In Florida con la stessa cifra riuscirei a comprare una casa (una casa, non un piccolo appartamento!) senza neanche ricorrere a un mutuo o comunque un mutuo molto basso. Il problema è il lavoro...ma riassumo qui i pro e contro della Florida.
PRO: 
Costo degli affitti più basso.
Costo per l'acquisto di un appartamento o una casa molto più bassi.
Potrei comprare una bella casa senza bisogno di un mutuo.
Tasse per la casa più basse. 
Sole e bel tempo quasi tutto l'anno. 
Vita più rilassata e a dimensione d'uomo. 
Natura e molte attività all'aperto. 
CONTRO:
Frequenti uragani e piogge (ma non mi preoccupano molto) 
Piccolo senso di isolamento rispetto al mondo. In Florida non manca niente e credo sia solo una sensazione psicologica iniziale dovuta al fatto che al momento ho NYC, il centro del mondo, a portata di treno e anche se non ci vado spesso sapere che è sempre lì fa una certa differenza.
Gli stipendi medi sono più bassi e sembra più difficile trovare lavoro. In realtà se comprassi casa in Florida e trovassi un buon lavoro probabilmente partirei domani. Lo stipendio mediamente più basso sarebbe compensato dal non dover pagare più l'affitto e comunque le tasse annuali sulla casa sono molto basse. Ma sembra difficile trovare lavoro. Non c'è la concorrenza di NY ma neanche la stessa offerta. Ho mandato dei resume e ho ricevuto poche risposte e tutte negative. Al momento non assumiamo, abbiamo già trovato il candidato ideale etc.

Quindi per il momento ho messo in pausa anche il "progetto Florida" e mi sono messo a studiare per la certificazione Microsoft che può tornare utile per il prossimo futuro. Penserò a tutto a inizio 2018.
Voi cosa ne pensate?

domenica 16 luglio 2017

Sapiens: Da Animali a Dei

Cari lettori, qualche mese fa ho deciso di staccare la spina da Fb e dalle distrazioni online per un lungo periodo e ho avuto modo di dedicarmi nuovo a molti miei hobby tra cui la lettura. Tra i libri letti mi sono piaciuti molto Da Animali a Dei e Homo Deus di Yuval Noah Harari e poiché delle sue idee si discute molto nel mondo, inclusi gli Stati Uniti, ho pensato che potrebbe interessarvi un breve articolo che ho scritto per un magazine italiano.

Sapiens: da Animali a Dei
La specie umana secondo
Yuval Noah Harari

Negli ultimi anni negli Stati Uniti stanno suscitando molto interesse le idee di Yuval Noah Harari, storico-saggista di origine israeliana. Il suo libro Da animali a dei: breve storia dell’umanità ha venduto milioni di copie in tutto il mondo ed è stato consigliato, tra i tanti, anche dall’ex Presidente Obama, Bill Gates e Mark Zuckerberg. Le idee di Harari sono suggestive e provocatorie. Secondo il saggista, gli esseri umani si sono differenziati da tutte le altre specie animali quando hanno iniziato a cooperare in modo flessibile e in grandi numeri. Anche gli animali cooperano tra loro ma in numeri ristretti e seguendo sempre gli stessi rigidi schemi.  “Un alveare non può giustiziare la regina e instaurare una repubblica di api o una dittatura comunista di api operaie”. Il segreto della nostra specie è l’immaginazione che consente, tramite il linguaggio, una comunicazione a due livelli: uno per esprimere la realtà oggettiva (pericolo, cibo, acqua, alberi) e l’altro per esprimere una realtà immaginaria con la creazione di storie in cui tutti crediamo e che, nel bene e nel male, hanno guidato la nostra evoluzione perché “finché crediamo nelle stesse storie, tutti obbediamo e seguiamo le stesse regole, norme e valori.”  Miti, religioni, ma anche stati, nazioni, ideologie sono tutte “storie” che uniscono i membri della nostra specie e rendono possibile la cooperazione tra milioni di sconosciuti. Tra queste, la storia di maggior successo è senza dubbio il denaro. Una banconota da un dollaro è un semplice pezzo di carta colorata che non si puo’ bere, mangiare, indossare. Ma se tutti crediamo in questa storia e attribuiamo alla banconota un valore simbolico, la storia funziona e la banconota può essere scambiata per degli oggetti concreti. “Provate a dare una banconota di un dollaro ad uno scimpanzé chiedendogli in cambio una banana. Se potesse, risponderebbe: mi dai un inutile pezzo di carta e ti aspetti che ti dia una banana in cambio? Ma per chi mi hai preso, per un umano? E’ per questa capacita di cooperare flessibilmente e in grandi numeri che siamo diventati i padroni del pianeta mentre gli scimpanzé restano confinati negli zoo e nei laboratori di ricerca.”  Le idee più interessanti di Harari riguardano il futuro della nostra specie e la probabile, ma inquietante, nascita di nuove classi sociali. Oggi è in atto una rivoluzione silenziosa in cui anno dopo anno l’intelligenza artificiale sostituisce i lavoratori con macchine e robot. E’ già ampiamente avvenuto in campo militare dove le guerre vengono combattute da aerei, missili e droni comandati a distanza e presto accadrà anche ad altre categorie come gli autisti che verranno sostituiti da macchine auto-guidanti e i medici che verranno sostituiti da app elaborate, veloci ed efficienti nel diagnosticare qualsiasi malattia. Milioni di disoccupati andranno a formare quella che cinicamente ma realisticamente Harari definisce “La classe degli inutili”. In un mondo sempre più dominato dall’intelligenza artificiale ci sarà sempre meno bisogno di esseri umani e non sarà facile una riconversione in altri settori come avvenne durante la rivoluzione industriale quando milioni di lavoratori si spostarono dalle campagne per ricrearsi una nuova vita nelle città industrializzate. Questa nuova classe, priva di valore militare, perderà anche valore produttivo e gli stati (ma anche le dittature) potrebbero quindi decidere di non investire nel loro benessere. Ma non è tutto. I progressi nel campo dell’ingegneria biologica e dell’ingegneria genetica consentiranno ad alcuni esseri umani, probabilmente i più ricchi, di sottoporsi a costosi interventi per migliorare parti del corpo e della mente. Nascerà quindi una nuova classe di superuomini modificata in laboratorio, uomini potenziati che possono permettersi gli “upgrade”. Pessimismo, fantascienza, distopia? Può darsi, intanto il professor Canavero, soprannominato Dr. Frankenstein, ha annunciato che tra qualche mese tenterà il primo trapianto di testa umana. Se ci riuscirà la specie umana non sarà più la stessa. E le visioni di Harari saranno sempre più reali. Il dibattito etico, politico e scientifico è più che mai aperto.


venerdì 14 luglio 2017

La guerra degli YouTuber Italiani all'estero


Cari lettori, seguo da alcuni mesi molti canali YouTube di italiani all'estero, in particolare quelli che vivono negli Stati Uniti. E' un fenomeno interessante per chi come me è appassionato di letteratura perché questi YouTuber sono dei veri e propri personaggi di "romanzi in progress" che raccontano le loro vite in un Paese in cui stanno cercando di trovare la propria strada. E non è un caso che queste storie facciano appassionare migliaia di follower che li seguono quotidianamente e sono sempre in attesa di un nuovo video-capitolo dei loro personaggi preferiti. Bene, questi YouTuber ci hanno intrattenuto per mesi ma negli ultimi giorni qualcosa è cambiato e dopo un periodo sempre più interessante in cui le loro storie hanno iniziato ad intrecciarsi e sono nate delle interessanti amicizie e collaborazioni sono arrivate le prime punzecchiatine, gli sfottò, le invidie, le offese indirette e poi sempre più esplicite verso altri YouTuber. Ne sono nate scaramucce, video acidi contro alcuni difetti dell'altro, video di risposta, finché sono iniziati a volare gli stracci e all'improvviso è nata una guerra di tutti contro tutti tra nuovi fronti aperti, nuove battaglie e nuove alleanze. Chi attaccava, chi ignorava gli attacchi, chi si difendeva, chi si è sentito in causa, chi ne è stato tirato dentro per i capelli, chi è voluto restarne fuori, chi è andato via ignorando tutto e tutti. Poi le acque si sono apparentemente calmate, o forse è solo una breve tregua. E' stato uno spettacolo interessante ma in definitiva molto triste che mi ha fatto riflettere sul fagotto che noi Italiani ci portiamo addosso anche quando ce ne andiamo all'estero: l'invidia, la lamentela, l'arroganza, la litigiosità. Tutti nel fagotto e proprio non riusciamo a gettarlo a mare. Ora capisco meglio e devo amaramente dare ragione agli Americani quando cercano di imitarci. Fateci caso a come ci imitano. Ai loro occhi siamo persone litigiose che alzano la voce e sono sempre pronti alla rissa. E quale è infatti il gesto simbolo che per loro rappresenta l'italiano. Quello del Che diamine vuoi?
Ma il fagotto di invidie e litigiosità non ce lo portiamo addosso solo noi neo-arrivati. Anche gli Italo-Americani di vecchia generazione, arrivati qui negli anni 70, ne sanno qualcosa. Ne ho frequentati molti  e ho notato che anche loro quando parlano sono pieni di invidia, di astio, di disprezzo verso gli altri Italo-Americani, parenti e amici, e non perdono occasione per parlarne con altri.
Eppure gli Americani non sono così, e raramente vedo in loro questa forte concentrazione di astio e negatività.  
Tornando al mondo di YouTube, ad esempio, a me piace guardare video di chitarristi amatoriali che mostrano come si suonano alcuni pezzi con la chitarra. Ho notato che i video dei chitarristi in erba italiani ricevono spesso commenti di questo tipo: 
 - Si però il sound non è proprio lo stesso.
 - Hai sbagliato una nota li e una anche là.
 - Attacca la chitarra al chiodo che ne hai strada da fare.
 - Jimi Hendrix si starà rivoltando nella tomba!
Ma se lo stesso pezzo lo suona un americano i commenti degli Americani sono in gran parte di questo tipo:
 - Thank you, man. 
 - Keep up the good work! 
 - Wow, very good.
 - You are very talented, keep playing bro!
Sempre restando su YouTube, seguo anche alcuni canali di ragazzi americani che vivono in Italia e le differenze son palesi. Non si conoscono tra loro, non si cercano, non si mettono in competizione, non si lanciano frecciatine, non litigano e non polemizzano. Sempre sorridenti, simpatici, solari vanno avanti per la propria strada e raccontano l'Italia con entusiasmo e positività.
Perché noi Italiani non riusciamo a fare altrettanto e dobbiamo sempre rivelare sugli altri i contenuti di quel putrido fagotto? 
Dopo tanti anni all'estero non sono ancora riuscito a trovare risposta. Forse potete aiutarmi voi?