mercoledì 19 aprile 2017

Ajeje Brazorf e la multa di 200 euro

Ho letto qualche giorno fa che in Italia potrebbero approvare presto una legge che prevede una multa fino a 200 euro per chi e' sprovvisto di biglietto sul bus. La mia reazione: E c'e' bisogno di una multa per combattere questo tipo di evasione? Basterebbe adottare la semplice regola usata in tutti i Paesi al mondo: il passeggero entra dalla porta davanti, mostra il biglietto al conducente e si parte. Semplice, chiaro, cristallino. E invece, i commenti alla notizia mi hanno spiazzato...discussioni su discussioni, rabbia, indignazione, lamentele:
- Sicuramente la multa la faranno solo agli Italiani e neanche controlleranno il biglietto agli extra comunitari! 
- 200 euro? Ma chi li paga? Nessuno ha soldi, men che meno gli extracomunitari. Finira' che a pagare saranno solo gli Italiani. 
- Non e' giusto perche' allora voglio le tabaccherie aperte 24 ore su 24. Spesso sono chiuse e allora come lo compro il biglietto? 
Alcuni punti hanno anche una certa logica ma nessuno proponeva la soluzione piu' banale. Qualcuno, che ha visto come funzionano le cose all'estero si e' permesso di suggerirla sommessamente: Ragazzi e' semplice, si puo' fare come qui a Londra, si entra davanti e si paga all'autista. 
- Eh ma cosi' si perde troppo tempo ad ogni fermata! - ha risposto qualcuno. 
 Al che qualcun altro ha risposto:
 - No, con una scheda prepagata come la Oyster Card a Londra o la Metro Card a New York, si passa velocemente davanti all'autista dopo averla strisciata sul congegno.
 - Si vabbè, ma perché devo comprare una tessera prepagata se mi serve solo il biglietto per una corsa? Mi costringono a pagare di più! 
Quanta pazienza. 
- Su quasi tutti i bus all'estero si può anche fare il biglietto pagando con le monetine. E l'autista ti da anche il resto. Certo lo fanno in pochi, perché nel 2017 quasi tutti comprano delle schede prepagate per viaggiare sui bus, ma e' sempre un'opzione. 
Non ho continuato a leggere i commenti anche perché temevo di imbattermi in qualche critica alla banche che ci costringono a usare le carte prepagate o il gruppo Bilderberg che ci controlla tutti e ci rende schiavi ma io mi chiedo sempre più spesso: ma perché in Italia dobbiamo sempre complicarci la vita per delle cose che richiederebbero cinque secondi per essere risolte? Almeno di una cosa bisogna essere contenti. Se non avessimo avuto il sistema italico, caratterizzato da regole astruse, scaltri furbetti e controllori, non avremmo mai potuto vedere una scena come questa. Almeno la nostra cultura ci consente di divertirci. Ecco a voi Ajeje Brazorf! 
Comunque ho scritto gia' in passato un post sulla differenza dei bus nei vari Paesi. Se vi interessa, potete leggerlo qui.


sabato 8 aprile 2017

Brevi dialoghi con Americani: lavoro e università

Qualche giorno fa si chiacchierava in ufficio. Io, un altro collega italiano e una collega americana, la più giovane della compagnia, che ha 25 anni, si è laureata a 21 anni, e lavora da noi da 3 anni. E guadagna già tantissimo. Normale, siamo in America.


Collega italiano alla collega americana: Sai io alla tua eta' io ancora non lavoravo.

Collega americana: Come mai?
Collega italiano: Eh in Italia ai miei tempi, circa 30 anni fa, non si trovava facilmente lavoro. E so che la situazione non è cambiata.
Al che mi introduco nella discussione e aggiungo: Anche io, in realta' ho iniziato a lavorare solo a 27 anni dopo la laurea. In America.
Collega americana (stupita): Ti sei laureato a 27 anni?
Io: Eh si, in Italia ci si laurea tardi e poiche' è difficile trovare lavoro molti si concentrano sugli studi e iniziano a cercare attivamente lavoro solo dopo la laurea, almeno ai miei tempi, circa 10 anni fa, al sud Italia. Poi l'università è organizzata male e ci consente di impigrirci. E io mi sono impigrito. Molti dei miei amici si sono laureati a 27-28 anni ma qualcuno anche a 30-32 e conosco persone che a 35 anni devono ancora terminare gli studi per laurearsi in medicina o ingegneria.

La collega americana mi guardava con gli occhi sgranati, non riusciva a crederci. 
Le ho spiegato che in Italia il sistema universitario italiano, almeno una decina di anni fa, era molto diverso da quello americano. Le ho spiegato che solitamente il professore spiega per mesi e lo studente può solo prendere appunti, non si costruisce il voto giorno dopo giorno, come in America e solo dopo il corso puo' dare l'esame e se non si sente preparato può decidere di andare a tentare all'appello successivo, dopo alcuni mesi e in questo modo, rimandando più volte, si arriva facilmente ad uno o più anni fuori corso. 


Collega americana: Ma si continuano a pagare le tasse?
Io: Eh si.
Collega americana: E questo non è un modo per incentivare tutti a finire nei tempi invece di impigrirsi e rimandare gli esami?
Giustamente, da pragmatica americana il suo ragionamento è corretto.
Io: Si però non è cosi facile, soprattutto quando molti esami sono orali.
Collega americana: Orali? Odio gli esami orali. Posso capire l'orale di  Public Speaking, anche io lo ho fatto e lo ho odiato, ma per gli altri esami?
Io: Si in Italia quasi tutti gli esami prevedono una parte orali e considera che il professore può farti due domande e bocciarti perché magari si è svegliato storto quella mattina. Dei professori sono famosi per la loro malvagità e fanno ripetere l'esame più volte.
Collega americana: Non ci credo. Non riesco a capire come fa andare avanti l'Italia con questi sistemi. Ma se vieni bocciato non devi seguire il corso da capo?
Io: Di solito i prof ti danno un arco di tempo in cui puoi tentare l'esame più volte. Ricordo che per uno dei miei corsi la professoressa disse che lo "conservava" per due anni, dopodiché bisognava seguire un nuovo corso, con argomenti differenti.
Collega americana: wow, due anni! In due anni qui sei a metà della laurea.

E la conversazione è finita qui perché eravamo in pausa pranzo e dovevamo tornare a lavorare. Ma mi è piaciuto il suo candore e mi piacciono questi dialoghi in cui si capisce molto della differenza tra culture.
Una cosa è ormai chiara nella mia mente. In Usa i giovani si laureano a 21 anni e iniziano a lavorare dopo pochi mesi. In Italia, per colpa nostra e del sistema, ci laureiamo a 25-30 anni e abbiamo gia' perso molti anni rispetto agli americani. Loro a 22 anni già lavorano e iniziano a crearsi una vita indipendente e si tolgono anche qualche sfizio. Noi questo lo faremo con 5-10 anni di ritardo, sui 30 anni. Non sono più intelligenti di noi, sono solo organizzati meglio e infatti quando gli Italiani si trovano in un contesto americano, risultano spesso tra i più brillanti di tutti. Un semplice esempio: i ricercatori italiani sempre in prima linea quando si tratta di scoperte nei laboratori americani. 
Ci vantiamo sempre di avere furbizia e intelligenza ma non sono più "furbi" gli Americani con i loro sistemi più organizzati? Coltivano l'intelligenza e la fanno fiorire al più presto. Noi blocchiamo l'intelligenza e facciamo di tutto per spegnere i cervelli dei giovani italiani. 

domenica 5 marzo 2017

Intervista...a me stesso (seconda parte)

6. Cosa hanno detto parenti e amici quando hai detto che saresti andato a vivere in Usa? E cosa dicono quando li senti oggi?
Amici e parenti non hanno detto niente di particolare quando partii per gli Usa oltre 13 anni fa perché a quel tempo non avevo ancora deciso che avrei cercato di trasferirmi qui permanentemente.  Oggi alcuni amici mi chiamano lo zio d'America e credo siano contenti per la vita abbastanza serena che sono riuscito a conquistare in questo Paese. Credo siano anche contenti per il traguardo della green card per il quali le ho aggiornati passo dopo passo e sanno quanto sia stato importante per me riuscire finalmente ad ottenerla. Per quanto riguarda i parenti, ovviamente a loro avrebbe fatto piacere se fossi rimasto in Italia ma hanno capito bene che lì non avevo molte opportunità in ambito lavorativo e quindi hanno accettato la mia vita oltreoceano. Ci sentiamo spesso via WhatsApp, Facebook, Messenger, Skype. Con i mezzi moderni sembra di non essere mai partito. Per fortuna non è come una volta quando si aspettava per mesi una lettera dalla famiglia.

7. Cosa ami e cosa non ami degli Stati Uniti? Come ti sembrano gli Americani (amici, conoscenti, colleghi)?
Amo la gentilezza delle persone,  l'efficienza, il mondo del lavoro, la meritocrazia. Non amo la sanità e il mondo delle assicurazioni, i costi esorbitanti per l'istruzione e il patriottismo estremo di alcuni Americani che pensano di essere sempre i buoni e giusti, i migliori del pianeta e guardano gli altri popoli con un velo di superiorità e anzi a volte non sentono neanche l'esigenza di conoscere ciò che accade fuori dai loro confini. 
E' difficile definire cosa sia un americano perché qui convivono centinaia di razze ed etnie differenti. In generale gli Americani sono persone gentili, semplici e rispettose. Si entusiasmano e si divertono con poco. Non molti hanno la cultura generale, umanistica, di noi europei e a volte non si possono fare conversazioni molto profonde ma sono persone di buon cuore, curiose, genuinamente interessate alle altre culture. E la cosa che mi piace di più è che percepisco che, tranne alcune eccezioni, si sentono tutti allo "stesso livello di dignità umana", dal barbone che dorme sotto ai ponti al Presidente degli Stati Uniti. E' difficile da spiegare ma qui non percepisco quel fastidioso atteggiamento italico del "mi porti rispetto, lei non sa chi sono io", " Io sono io e tu non sei nessuno". I miei colleghi ad esempio sono tutti simpatici e alla mano, alcuni "American born and raised" (nati e cresciuti in America), altri provenienti dai luoghi più disparati del pianeta e diventati cittadini americani solo in età adulta e mi hanno accolto benissimo sin dal primo giorno. Sembra quasi di essere in una famiglia e la giornata lavorativa trascorre in modo piacevole anche quando c'è tantissimo da fare.

8. Uno o piu' episodi curiosi che ti hanno fatto dire: siamo proprio in America! 
Ce ne sono tantissimi. Ne racconto tre.
Episodio 1: la mia prima ricerca di lavoro.
Ero arrivato da pochi giorni in America e avevo appena iniziato a frequentare il college. Sapevo che con il visto da studente mi era concesso lavorare solo part time e solo all'interno del college. Così decisi di andare ufficio per ufficio per lasciare il resume. Poiché in Italia non avevo mai lavorato, il Resume era  scarno: diploma e laurea in Italia, certificazione Office e una breve esperienza studio-lavoro in Irlanda.
Figurati se hanno bisogno di me che sono arrivato da meno di una settimana - pensavo - Sicuramente i pochi studenti che lavorano negli uffici del college sono amici degli amici dei professori. Lasciai il resume in due uffici e al terzo c'era un professore che stava attaccando un annuncio di lavoro in bacheca, per un assistente. Gli dissi che cercavo un lavoro part-time e che mi ero da poco iscritto al college, mi fece accomodare nel suo ufficio, parlammo per 10 minuti, poi andò a prendere l'annuncio in bacheca, lo getto nel cestino e mi disse: puoi iniziare domani? Come? Ero appena stato assunto? Neanche mezz'ora di ricerca, 10 minuti di colloquio e...puoi iniziare domani? E' così facile trovare un lavoro in America? Telefonai subito i parenti per dargli la lieta notizia.
Episodio 2: Fourth of July in spiaggia.
Era uno dei miei primi 4th of July e andai con alcuni amici in spiaggia a vedere i fuochi d'artificio. Alla fine dei fuochi centinaia di persone si dirigevano al parcheggio verso le loro macchine.  Alcuni poliziotti, che avevano vigilato discretamente al buon esito della serata erano in piedi ai lati delle strade per essere sicuri che il deflusso avvenisse senza problemi. A un certo punto la scena per me inimmaginabile: Molti andavano dai poliziotti per stringergli la mano, o semplicemente per augurargli un 4th of July o dirgli Thank you. La mia mente tornò indietro a qualche mese prima quando in Italia assistetti per strada a uno scontro tra  manifestanti e poliziotti. I manifestanti bruciarono cassonetti e lanciarono di tutto ai poliziotti, anche i pericolosissimi sampietrini. Ecco perché un Grazie a un poliziotto mi è sembrato davvero un (piacevole) aspetto tipicamente americano.
Episodio 3: Barbecue del 4 Luglio a casa dei vicini.
Una coppia di vicini mi invitarono un 4 luglio al loro barbecue sul grande prato di casa. Lei è preside in una scuola, lui è un fisioterapista. Immaginavo fossero benestanti perché hanno una bella ma non mi sarei mai aspettato un simile barbecue. Era stato tutto organizzato nei minimi dettagli e senza badare a spese. Eravamo una cinquantina di invitati. Sul prato fuori casa avevano posizionato grossi tavoli di legno, sedie, e dei grandi gazebo gazebo per chi avesse voluto mangiare più al fresco. E poi scivoli, piscine e altri giochi per i bambini. E un'abbondanza di cibo mai vista: un intero maiale allo spiedo, hot dog, hamburger, bistecche, pasta, dolci e centinaia di birre in dei grossi contenitori con ghiaccio. Nel pomeriggio il karaoke e poi un gruppo di cantanti a cappella professionisti (qui li chiamano barbershop quartet) che ci allietarono per un paio di ore. E a fine serata, appena fece scuro...i fuochi d'artificio. Non due razzi o due fiammelle. Dei fuochi spettacolari, che durarono almeno mezz'ora per la gioia di tutti gli invitati. Credo che abbiano speso almeno 20-30mila dollari per un barbecue che non dimenticherò mai.

9. Cosa ti mancava e cosa ancora ti manca dell'Italia? 
Gli amici di lunga data con i quali potevo uscire ogni volta che volevo, almeno una volta a settimana, solitamente il sabato. Qui anche se hai degli amici, causa lavoro o distanze, generalmente li vedi una volta ogni 2-3 settimane, e bisogna organizzarsi per tempo, altrimenti puoi trascorrere molti weekend senza vedere nessuno. Per fortuna ho tanti hobby ed interessi e mi piace stare anche  da solo e quindi non mi pesa quando restare a casa un weekend, ci sono abituato e anzi nei periodi più freddi mi piace molto. Un episodio che fa capire come è più difficile costruire amicizie in America. Qualche anno fa cercai di formare un gruppo rock con dei ragazzi americani. Eravamo in quattro e la cosa sembrava promettere bene ma poi  dopo poche settimane...uno trovò un secondo lavoro e doveva lavorare al weekend, un altro venne trasferito dalla sua compagnia in un altro stato e quindi il progetto fallì in poche settimane. Ci perdemmo di vista e ognuno per la sua strada, per la sua vita casa-lavoro e qualche svago ogni tanto. In Italia non sarebbe mai successo e ricordo infatti che quasi ogni sabato andavo a suonare con i miei amici in una casa di campagna. Lo abbiamo fatto per anni e non ci siamo mai persi di vista.
Ovviamente mi manca anche il cibo italiano anche se qui se cerchi (e spendi di più) puoi trovare di tutto.
E mi manca a volte anche la famiglia e non poter essere con loro a condividere gli eventi importanti o i periodi difficili che caratterizzano tutte le famiglie ma con Skype e social media vari riusciamo sempre a tenerci in contatto.

10. Pensi che rimarrai a vita in USA o un giorno tornerai a vivere in Italia?
Ho già fatto l'errore di tornare in Italia dopo aver vissuto oltre sei anni in Usa ma è stato un tentativo che volevo fare perché era ora di cambiare aria e non me ne sono pentito perché alla fine è comunque servito a convincermi che la mia vita è qui in America e non potrei vivere in nessun altro luogo al mondo. L'Italia è sempre nel cuore e per questo penso che tornerò a godermi lì gli anni della pensione. Per ora mi tengo il lavoro, l'efficienza e la meritocrazia. Tra una trentina d'anni mi terrò le bellezze, le atmosfere e la genuinità del Paese più bello del mondo.

lunedì 27 febbraio 2017

Intervista...a me stesso (prima parte)

Ciao a tutti, dopo le interviste ai cinque amici YouTuber che vivono in Usa, qualcuno mi ha chiesto di rispondere alle stesse domande. Ci avevo già pensato e poiché non sono un famoso YouTuber e prediligo la forma scritta, lo faccio volentieri sul blog, in due post. 

1. Raccontaci la storia che ti ha portato dall'Italia agli Usa.
Mi sono innamorato degli Stati Uniti sin da bambino quando i miei genitori portavano tutta la famiglia qui in vacanza, ogni 4-5 anni, in visita ai parenti italo-americani. Sono rimasto subito incantato dalle luci di New York, dal dinamismo della città e dalla mescolanza di diverse etnie. Un semplice giro serale in macchina con gli zii, con lo sfondo della magica skyline di Manhattan, o una passeggiata sulla 5th Avenue mi suscitavano forti emozioni ed erano in grado di darmi energia anche perché avendo vissuto in un piccolo paese del sud Italia, il contrasto era incredibile e infatti ogni volta che tornavo in Italia provavo un forte senso di  nostalgia per gli Stati Uniti.  Per anni però ho considerato l'America solo  un luogo per fare vacanza ma le cose cambiarono l'11 settembre 2001. In quel periodo studiavo all'università e mancavano pochi esami alla laurea. Sin dai primi anni di corsi non sopportavo molti miei professori che nonostante fossero preparati, e spiegavano argomenti interessantissimi, erano palesemente anti-americani e ci facevano studiare argomenti che ridicolizzavano gli Stati Uniti e lo stile di vita degli Americani. Nel giro di pochi corsi vidi cambiare molti studenti, miei amici, da ragazzi equilibrati ad antiamericani sfegatati, e molti di loro si rivelarono addirittura contenti l'11 settembre quando migliaia di innocenti morirono sotto uno degli attacchi più vigliacchi e sanguinari nella storia dell'umanità. Nei giorni successivi notai anche che non era solo l'anti-americanismo che mi circondava a darmi fastidio ma molti di quelli che mi stavano attorno erano cinici, lagnosi, pessimisti, pigri, disfattisti. Respiravo, insomma, un clima opprimente che mi spegneva ogni energia e io avevo il bisogno di cambiare aria.  Cosi dissi a me stesso: appena mi laureo mi regalo una vacanza e me ne vado in America per qualche mese. Non avevo un progetto preciso, volevo solo vivere in America per qualche mese, prendere informazioni, guardarmi attorno, e capire se davvero mi sarebbe piaciuto vivere per qualche tempo, magari un anno o due, in questo Paese. Non avevo progetti a lungo termine ma le cose cambiarono in fretta e a  13 anni di distanza sono ancora qui.

2. Cosa fai qui in USA? Di cosa ti occupi? Hai cambiato più lavori?
Mi occupo di import-export.
Come tutti ho cambiato lavoro più volte. Appena arrivato ho trovato lavoro, part time, nell'ufficio ESL del college che ho frequentato. Poi ho iniziato anche a dare lezioni private di italiano, chitarra, matematica. Poi ho lasciato il lavoro al college e ho trovato lavoro come  cassiere in una farmacia-supermercato e allo stesso tempo, al weekend, facevo le pulizie in un palazzo a tre piani, pieno di uffici. Il primo periodo in America insomma sembrava un film: non potevo permettermi una macchina e correvo da una parte all'altra della città e  nei paesi limitrofi muovendomi con i mezzi, facendo lunghi tratti a piedi con il vento gelido che mi tagliava le mani e mi faceva lacrimare gli occhi. Seguivo i corsi al college, facevo gli homework, andavo a dare lezioni private, poi scappavo per fare il turno al supermercato, poi al weekend facevo le pulizie in quel palazzo (aspirapolvere, vetri, pavimenti e cessi compresi) come un vero Cenerentolo. Due anni durissimi senza un attimo di tregua ma poi, dopo la laurea biennale, le cose sono iniziate a cambiare. Trovai subito dopo il mio primo vero lavoro full time nel settore import-export, per un'azienda, e poi qualche anno dopo ho trovato lavoro nello stesso settore ma per una compagnia più importante che mi da più benefits e uno stipendio più alto. E sono ancora qui.

3. Quale e' stato il tuo percorso per rimanere qui in termini di visti, green card?
Dopo i primi tre mesi da turista mi sono iscritto a un community college in modo da ottenere uno student visa della durata di due anni e avere così più tempo per guardarmi attorno, perfezionare la lingua e  prendere una utile laurea biennale americana (investendo  tutti i miei pochi risparmi). In realtà mi ero appena laureato in Italia e non avevo  voglia di rimettermi a studiare ma era  parte di una strategia a lungo termine per cercare di trasferirmi qui permanentemente e quindi ho seguito i corsi con entusiasmo e dopo due anni ho finalmente preso il famoso "pezzo di carta" americano. 
Dopo i due anni di college, l'immigration mi ha concesso di lavorare full time per un anno, per qualsiasi employer, sotto OPT. Durante quell'anno sono stato assunto da una compagnia di import-export che mi ha fatto ottenere un visto di lavoro H1B, della durata di tre anni. Poi sono tornato in Europa per tre anni ma è stato un errore e quindi ho deciso di tornare di nuovo qui in cerca di lavoro. Il blog come sapete nasce proprio da quella decisione. Chi mi ha seguito sa che sono stato fortunato e sono stato assunto da un'azienda che mi ha fatto un altro visto di lavoro H1B e poi mi ha anche sponsorizzato per la green card che ho ottenuto pochi mesi fa, raggiungendo un traguardo che solo pochi anni fa pensavo fosse irraggiungibile. 

4. Farai domanda per la cittadinanza americana? (se non sei gia' cittadino)
Penso di si. So che molti italiani decidono di fermarsi alla green card, chi perché non ha tempo o voglia di studiare per l'esame per la cittadinanza, chi per un questione di fedeltà alla bandiera italiana, chi per altri motivi, ma io non ho problemi perché è concesso mantenere la cittadinanza italiana e poi la mia vita è qui in un Paese che mi ha accolto più volte a braccia aperte regalandomi un futuro e una vita serena. Probabilmente richiederei la cittadinanza americana anche se mi dicessero che dovrei rinunciare a quella italiana. 
Qualche nota su green card e cittadinanza: si può richiedere la cittadinanza dopo 5 anni con la Green Card. Green Card e cittadinanza hanno poche differenze. Con la cittadinanza americana si può votare ma bisogna andare al jury duty quando si viene sorteggiati, solitamente ogni 3-4 anni. Con la green card non si può votare ma si viene esonerati dal jury duty. La green card va rinnovata ogni 10 anni ma se si ottiene la cittadinanza americana  non ce ne è più bisogno perché la cittadinanza di fatto "assorbe" la green card.

5. Le prime impressioni di un Italiano in Usa. Differenze con l'Italia?
Ho notato subito la gentilezza delle persone. Le persone che dicevano sorry o thank you per ogni minima cosa e mi salutavano per strada anche se non mi conoscevano. La prima volta ho pensato: Ma chi è questo e perchè mi ha salutato? Io non lo conosco. Al mio paese in Italia succede il contrario, una sorta di duello in cui due che camminano si incrociano  e pensano fino all'ultimo secondo: Vediamo se mi saluta lui. Io di certo non lo saluto per primo. E poi i due passano oltre e nessuno saluta l'altro. Mi hanno anche stupito le macchine che si fermavano all'improvviso appena mettevo un piede sulle strisce pedonali. E poi nei negozi e negli uffici pubblici erano tutti cordiali e gentilissimi e tenevano la porta aperta se stavano entrando e vedevano che stavo per entrare anche io dietro di loro, magari a molti metri di distanza ma, per gentilezza, non entravano nel negozio fino a quando non mi fossi avvicinato a loro per entrare subito dopo di loro. In confronto all'Italia questa gentilezza mi faceva sentire come in un film di Mary Poppins ma mi ci abituai presto e oggi non potrei più farne a meno.
L'altro aspetto che ho notato subito nei primi giorni è che qui tutto funziona in modo efficiente. Ad esempio a volte dicevo a me stesso: l'Inglese non è la mia prima lingua e in teoria dovrei entrare in un ufficio pubblico o una banca con un minimo di preoccupazione  perché non so se riuscirò a spiegare perfettamente ciò di cui ho bisogno e invece sono sereno e addirittura mi sento meno a mio agio e sono più preoccupato prima di entrare in un ufficio  italiano perché a differenza degli usa, in Italia potrebbero dirmi di ritornare perché manca un impiegato, manca una pratica, manca un timbro, c'è una fila di 3 ore, un computer non funziona, la titolare è in vacanza.
Mi ha stupito vedere tantissime donne al volante, tutte dinamiche e tutte in carriera. Moltissime alla guida di giganteschi 4 x 4. Certo in Italia non siamo più negli anni 50 ma a me sembrava proprio che  il 100% delle donne fossero lavoratrici e che non esistessero casalinghe.
La differenza più lampante comunque è il dinamismo delle persone. L'ho notata dai primi giorni. Qui nessuno si piange addosso o resta fermo ad aspettare gli aiuti di un amico, di un politico o dello Stato. Le persone rischiano di più e si mettono in gioco perché sanno che il loro destino dipende solo e unicamente da loro stessi. Ipotecano anche la casa pur di aprire una arrività in cui credono e pazienza se falliscono. Non è grave. Fa parte della natura delle cose. Bisogna vergognarsi se non provano, non se provano e poi falliscono. Perchè da un fallimento si può imparare e ci si può rialzare per provarci un'altra volta. 

giovedì 23 febbraio 2017

Le video-interviste: Gio on the road

Ciao a tutti, oggi vi presento Gioele, meglio noto come Gio on the Road alla comunità YouTuber. Siamo amici da qualche anno, quando ho iniziato a seguire il suo (vecchio) canale Mr.Romoletto88 e lui ha iniziato a seguire il mio blog.  Gli feci un'intervista già qualche anno fa e potete leggerla qui. Lo ho perso un pò di vista negli ultimi tempi perché credo che abbia deciso di staccare con i social media  per un certo periodo (lo ho fatto anche io recentemente) ma  poi lo ho ritrovato non tempo fa con il suo nuovo canale Gio on the Road. Gioele è uno di quegli italiani che si è trasferito in Usa per amore, dopo aver conosciuto e sposato una ragazza americana, Laura, e ha iniziato così la sua nuova avventura americana prima a Nashville, poi a Washington e ora a Los Angeles. Come ricorda spesso, stava molto bene in Italia, tra famiglia, amici, un buon lavoro ma quando l'amore chiama...bisogna prendere quell'aereo e partire  senza pensarci anche se ciò vuol dire trasferirsi dall'altra parte dell'oceano. Gioele ha cambiato più lavori e ora è molto occupato con la sua nuova sfida: aprire un ristorante-pizzeria a Los Angeles con il suo migliore amico Luigi. Mi piace Gioele perché è un ragazzo semplice, umile, spontaneo, che racconta gli States in modo sincero e distaccato con tutti i loro pregi ma anche i difetti. Lo ringrazio pubblicamente per l'intervista e gli faccio il mio in bocca al lupo per l'apertura del suo ristorante dove spero di andare presto. E anche voi, se andrete a Los Angeles dovete fare tappa fissa da Gioele. Ditegli che vi ho mandato io! Ecco la sua intervista.



Potete seguire Gioele sul suo canale: Gio on the Road.

mercoledì 22 febbraio 2017

Le video-interviste: Claudio il Texano

Ciao a tutti, chi si trasferisce in America solitamente sceglie di vivere a New York, Los Angeles, Miami o Chicago o comunque in uno degli stati della East o della West Coast. E' meno probabile trovare un italiano in uno stato più interno ma ce ne è uno che vive in Texas ed è molto seguito su YouTube: Claudio...il Texano.
Conosco Claudio da molto tempo, se non ricordo male iniziò a seguirmi sul blog anni fa e poi ci scambiammo alcune email. Mi diede delucidazioni su visti e green card e ricordo bene che qualche anno fu talmente gentile da registrare un video, che mi mandò per email, per spiegarmi meglio alcuni dettagli sul procedimento per la green card poiché lui la ha ottenuto seguendo lo stesso percorso, tramite sponsorizzazione di lavoro, ma molti anni prima di me.
Mi piace seguirlo perché racconta la vita vera, spesso dura e faticosa che solitamente vive una persona normale in uno stato come il Texas. Non se la passa male ma la sua vita è sicuramente diversa da quella che potrebbero immaginare gli Italiani che sognano gli States: molto lontana dal glamour e dalle luci scintillanti di New York o Los Angeles. Claudio fa il camionista e alza polvere ogni giorno con il suo camion macinando chilometri tra paesaggi aridi e desertici. E' un gran lavoratore che fa tutto per la moglie e il figlio e sogna un giorno di vederlo iscritto ad una ottima università americana.  E' un tipo umile e tenace che ha capito bene che in Usa nessuno ti regala niente, la vita non è tutta rose e fiori ma con un pò di sacrificio in questo Paese puoi ancora prenderti molte soddisfazioni e vivere una vita serena, con poche preoccupazioni.  Godetevi l'intervista e grazie Claudio!


martedì 21 febbraio 2017

Le video-interviste: Mirko e Marta

Rieccoci alla video intervista degli YouTuber Italiani in America. Oggi vi presento Mirko e Marta.
Vivono a Jacksonville in Florida. Pochi giorni fa gli ho inviato le domande per la video intervista, suggerendogli di fare un'intervista doppia, in stile Iene, ma non mi sarei mai immaginato di vedere cio' che hanno combinato ma da loro ci si puo' aspettare di tutto. Sono molto simpatici e spesso ridiamo e scherziamo anche con loro pero' a distanza, via social media. E' questo il destino delle amicizie, virtuali, quando si vive a miglia di distanza.
Mirko e' un graphic designer un po' pazzoide, con centinaia di interessi e passioni di cui ci racconta nei suoi percorsi in macchina casa-lavoro. Marta, sua moglie, e' simpaticissima e non si ferma un attimo. Studia Health Information Technology e insegna, come tutor al college e privatamente, italiano, spagnolo e francese. 

Poiche' gli hanno fatto gia' tante interviste, piu' o meno con le stesse domande, per scherzo hanno pensato di far rispondere altri due membri della famiglia, delle vere star note a chi li segue sui loro canali: il gatto Ciuski e il cane Pepita. (E' evidente da questo video la creativita' di Mirko...un'intervista con lo stile grafico identico a quelle delle Iene!).
Se volete leggere un'intervista meno goliardica vi lascio il link di quella, scritta, a Mirko di qualche anno fa: Intervista a Mirkojax.
Potete seguire Mirko e Marta sui loro canali:

domenica 19 febbraio 2017

Una multa ingiusta

Qualche settimana torno a casa e trovo tra la posta una lettera contenente una multa di $45. A quanto pare il 21 novembre avrei parcheggiato la mia macchina in una stradina di Brooklyn senza inserire monete nel parchimetro.
Strano, penso, rileggendo la lettera, perché non sono mai stato in vita mia in quella zona e infatti dopo aver controllato giorno e ora in cui avrei commesso l'infrazione ricordo che mi trovavo come sempre in ufficio! E tra l'altro lo ricordo bene perché era il giorno in cui abbiamo festeggiato Thanksgiving, preparando, cucinando, mangiando e brindando per gran parte della mattinata. Quindi si è trattato di un errore da parte di un poliziotto che avrà scritto male il numero di targa e la multa è arrivata, per sfortuna, a me che non c'entro niente.
Vado sul sito di NY per capire se posso contestarla e leggo che si può fare una contestazione online alla sezione Hearing.
Scrivo così poche semplici righe in cui spiego che credo si tratti di un errore perché quel giorno e a quell'ora ero regolarmente a lavoro. E aggiungo anche che sono preoccupato e non vorrei che mi avessero clonato la targa. Dopo pochi giorni ricevo un'email con la decisione del giudice: non ho portato prove sufficienti per dimostrare la mia innocenza. Quindi...guilty. Devo pagare la multa.
Ma come? Io devo portare prove che la mia macchina non era ma loro quali prove hanno. Una foto? Ovviamente no, niente. E' la mia parola contro la loro. E la mia non ha convinto il giudice.
Però leggo che si può ricorrere in appello e non mi arrendo. Questa volta invio tutti i documenti in mio favore. E vediamo se sono colpevole. 
Vado dal mio capo, gli spiego la situazione e gentilmente si mette a disposizione. Stampa una copia del foglio (con timbro della compagnia) con orari di entrata e  uscita (con timbro e firma della compagnia) e scrive su carta intestata un documento in cui dichiara che in quel giorno ero regolarmente in ufficio e la mia macchina è rimasta parcheggiata li fuori per l'intera giornata.
Inoltre poiché sulla multa hanno indicato che la macchina era nera ma la mia è grigia (sarà stata nera la macchina che era davvero parcheggiata li), allego copia della registrazione in cui è indicato il colore grigio della mia macchina, non nero. E includo una lettera in cui spiego che poiché non ho mai contestato una multa prima di allora, ho peccato di superficialità non inviando molte prove della mia innocenza alla prima contestazione. Me ne scuso ma questa volta ho inviato tutte le prove. Cordiali saluti e attendo la decisione dell'appello. 
Pochi giorni fa arriva per lettera con la decisione finale. La apro e noto subito tre firme di tre funzionari amministrativi tutti concordi nella decisione. Nessuno in contrasto. Ma la decisione è scritta in una riga scritta a mano quasi incomprensibile. Una scrittura sciatta come quella dei dottori che hanno fretta e poco rispetto per chi legge. Questa è la decisione, se capisci bene per te. Leggo e rileggo e alla fine decifro cosa hanno scritto: Non vediamo ragioni per ribaltare la prima decisione presa del giudice.
Punto. Niente altro. Nessuna spiegazione. Non vedono ragioni. Colpevole ero e colpevole resto.
Ma scusate, ma le mie prove? Niente, nessun accenno. Colpevole, paga.
E allora sono andato online e ho pagato la multa. A quel punto non potevo non pagarla. Avrebbe creato molti problemi: l'assicurazione dell'auto sarebbe aumentata, il punteggio del credit score forse sarebbe diminuito e poi non pagare un multa potrebbe rivelarsi una macchia quando farei domanda per la cittadinanza, tra qualche anno. Nel dubbio meglio pagare.  
Ho capito alcune cose da questa vicenda ingiusta.
Quando ci si difende da un'accusa, anche se una semplice multa, bisogna farlo con prove concrete. Le parole anche, verbali o scritte, soprattutto in America, nota per il suo pragmatismo, non servono a niente.
In una disputa con le autorità è sempre "la mia parola contro la loro". Cittadino e autorità non sono mai allo stesso livello, neanche nella grande America con la sua retorica della giustizia uguale per tutti. Sei spesso tu normale cittadino a dover dimostrare la tua innocenza, non loro a dover dimostrare, con delle prove, la tua colpevolezza.
Il giudice è una figura sacra, una semi divinità e difficilmente dei funzionari amministrativi gli vanno contro rovesciando una sua decisione iniziale.
Insomma, lezione imparata, multa pagata anche se innocente e andiamo avanti. Anche questa è l'America. 

venerdì 17 febbraio 2017

Le video-interviste: Matteo Bertoli

Rieccomi amici! Chiedo scusa per la mia assenza ma negli ultimi mesi sono stato molto impegnato con il lavoro e un breve viaggio in Italia e inoltre ho deciso di staccare la spina per qualche tempo da internet e i social media e per forza di cose ho dovuto, purtroppo, trascurare anche il blog ma ora sono tornato con qualche nuova idee che spero vi possa piacere.
Chi mi segue da tempo avrà letto le interviste che feci ad alcuni Italiani che vivono negli Stati Uniti  (e anche una ad un mio caro amico americano che vive in America ma viaggia spesso in Italia).
Sono tutte alla sezione Le Interviste del blog.
Oggi inauguro una nuova sezione più "visiva": Le video-interviste agli YouTuber italiani in America. Si tratta di interviste a YouTuber molto seguiti che raccontano ogni giorno le loro esperienze quotidiane in America e ci portano per le strade, gli uffici, le case, i negozi, i pub, i fast food e tanti altri luoghi di questo Paese o molto spesso più semplicemente ci raccontano la loro America nel percorso in macchina tra casa e lavoro.
Con alcuni di loro, tramite Facebook, WhatsApp, Messenger, siamo diventati grandi amici e ci sentiamo quotidianamente; si ride, si scherza, si parla anche spesso con animosità e ci raccontiamo le nostre giornate di emigrati con la testa tra due continenti. Per ora il tutto avviene virtualmente perché  ognuno vive in uno stato diverso a migliaia di Km di distanza ma magari un giorno ci incontreremo tutti. 

Iniziamo oggi con Matteo Bertoli, filmmaker di Brescia con molta esperienza alle spalle, che ha vissuto in California e si è da poco trasferito in Utah con sua moglie Corinna che lo affianca in questa nuova avventura americana. Ultimamente si è dovuto scontrare con una certa severità (o forse un cambio di politica?) dell'Immigration, ed è stato, credo, anche un pò sfortunato, come potrete sentire dalle sue parole, ma non si è perso d'animo e grazie alla sua tenacia è riuscito a tornare in America dove è un artista affermato e sono sicuro, che presto prenderà il volo anche perché qui basta un attimo, un colpo di fortuna, la conoscenza magari casuale del contatto giusto e la tua vita può cambiare da un giorno all'altro. Io gli faccio il mio in bocca al lupo via blog...anche se già adesso non se la passa certo male! Ecco le sue risposte alle mie 10 domande:


Potete seguire Matteo sul suo canale YouTube: Vivere in America 
Enjoy e...stay tuned for more updates!

mercoledì 30 novembre 2016

To do what?

Virginia Raggi, sindaco di Roma, è stata intervistata dalla CBS. Mi ha colpito un brevissimo scambio tra lei e l'intervistatore. Si parlava del Referendum e di Renzi. Non entro nel merito delle ragioni per votare Si o votare No. Ho già votato dall'estero e per fortuna, ma con un pò di dispiacere, non ho ancora ricevuto la letterina di Renzi agli Italiani all'estero. Sarebbe stato bello tenerla da parte e tirarla fuori per farmi due risate in qualche momento di tristezza.
La mia è un'osservazione generale sulla differenza tra culture.
Quando la Raggi dice che con questo Referendum si rischia di dare ancora più potere a Renzi, l'intervistatore, da pragmatico americano, chiede con genuina curiosità: To do what?
Per noi Italiani potere è sinonimo di sciagura e più potere nelle mani di un Premier è sinonimo di più sciagure. E' comprensibile anche ricordando le dittature fasciste, naziste e comuniste che hanno insanguinato il nostro continente ma gli Americani più candidi e pragmatici pensano: ok, più potere per il Premier. Mi spiega perché è una cosa negativa? Se ha più potere, lo fa per fare alcune leggi e in teoria ha in mente cose buone, non leggi per rendere legale uccidere cani e gatti. Perchè dovete vedere sempre negatività nelle persone?
Se solo l'intervistatore conoscesse meglio i nostri politici...dal DNA italico...
In effetti se mi consentite uno dei miei soliti giri mentali io penso che la fondamentale differenza tra la cultura americana e quella italiana sia questa: per l'americano le persone sono fondamentalmente positive, buone, oneste. Per l'italiano le persone sono fondamentalmente negative, cattive, disoneste. E' una semplificazione, lo so, ma come si spiega ad esempio il concetto di posto di blocco in Italia? Ne parlai tempo fa anche in questo post.
In Italia il posto di blocco a campione è pratica diffusa e il poliziotto pensa: io lo fermo, qualcosa che non va glielo trovo di certo. Il cittadino è fondamentalmente disonesto fino a prova contraria.
In Usa in oltre 10 anni di guida non sono mai stato fermato a un posto di blocco. Anzi non ne ho mai visto uno e faccio 100 Km ogni giorno. Le persone qui sono oneste fino a a prova contraria e i poliziotti non ti fermano a campione ma solo dopo che hai commesso l'infrazione. Quando ti fermano, non sono molto buoni ma lo fanno dopo un'infrazione, non prima.
Insomma curiose differenze tra culture.
Sospettosa e negativa l'italiana, pragmatica e curiosa l'americana.
Ecco il breve scambio tra la Raggi e l'intervistatore della CBS: