Se in Italia la diffusione del virus ha rallentato e le persone sono quasi tornate alla normalità, qui in Usa la situazione è ancora incerta. In Connecticut siamo in una graduale fase di uscita, più avanzata rispetto a New York, e molti locali, ristoranti, negozi e uffici hanno riaperto seppur con tutte le dovute precauzioni, come l'obbligo di indossare la mascherina e mantenere il social distancing. In altri stati i contagi stanno di nuovo aumentando.
Io sono tornato in ufficio ma credo che ci vorranno mesi per tornare alla normalità. Per me non è facile indossare la mascherina per circa 10 ore al giorno tra treno, metro, e ufficio, ma seguo le regole dello stato e della mia compagnia.
A mente fredda faccio delle considerazioni sui primi mesi con questo ospite sgradito e sulle differenze in cui abbiamo vissuto la pandemia in Usa e in Italia con il disclaimer che è sempre lo stesso: Non voglio fare polemiche. Mi piace solo rilevare differenze culturali e curiosità. Ok sulle notizie dei quotidiani italiani sugli Usa ho una lieve vena polemica...
Ma iniziamo dalla quarantena.
In Italia, con mia grande sorpresa, le autorità sono state severe e rigorose, sicuramente più di quelle americane. La quarantena è stata obbligata e chi voleva uscire doveva munirsi di autocertificazione. Dopo un bel periodo di solidarietà tra le persone in cui tutti cantavano sui balconi e facevano gli applausi simbolico a medici e infermieri, si è creato un clima diverso, più sospettoso, tra controlli e multe per chi non rispettava le regole e cittadini che sputavano odio contro chi non rispettava le regole. Mi hanno fatto sorridere i video de video amatori indignati che scendevano in strada a riprendere i corridori nei parchi non rendendosi conto che anche loro in quel momento facevano parte dell'assembramento contro cui si indignavano. Ma direi che è normale: alla lunga una quarantena porta sempre impazienza e malumori tra le persone.
In Usa ogni stato ha deciso in piena autonomia e la sensazione complessiva è stata una quarantena non obbligata ma fortemente consigliata. E' vero che hanno chiuso tutto e hanno vietato gli assembramenti ma non ci sono state autocertificazioni, multe o poliziotti che sgridavano i cittadini se stavano in giro o peggio ancora senza mascherina. Credo che sia impossibile obbligare a stare in casa per legge e quindi non ci hanno provato nemmeno. Ora che stanno riaprendo, nei locali pubblici c'è l'obbligo di indossare la mascherina e di rispettare il social distancing. I ristoranti hanno aperto solo all'aperto e con distanze tra i tavoli. Molti negozi hanno riaperto mentre altri ricevono i clienti solo per appuntamento oppure per consegnare velocemente gli ordini fatti online. Specialisti o dentisti ti misurano la febbre in macchina e ti fanno entrare nello studio medico solo dopo che hai compilato un modulo in cui confermi che non hai sintomi riconducibili al virus.
Ma veniamo a ciò che mi ha più colpito negli ultimi mesi: il modo in cui i media italiani hanno raccontato la pandemia in Usa. Ho notato che molte notizie sono state modificate ad arte vuoi per sensazionalismo, vuoi per superficialità o poca conoscenza degli Usa o per puro e semplice antiamericanismo.
Ecco alcuni esempi:
1)
HANNO VOLUTO FAR CREDERE
che ad Hart Island fossero state create fosse comuni perché i morti per il coronavirus stavano aumentando inesorabilmente, come se gli ospedali newyorkesi fossero pieni di cadaveri a causa del loro sistema sanitario discutibile e quindi l'unica soluzione era seppellirli in fosse comuni.
IN REALTA'
gli ospedali di New York hanno retto benissimo (anche io avevo dei dubbi ma mi sono ricreduto). Hart Island è una piccola isola in cui da decenni vengono seppelliti i corpi di chi muore in solitudine senza che il corpo venga reclamato dalla famiglia e possa organizzare il funerale. Quindi non si tratta di fosse comuni legate al virus e ad essere precisi non si tratta neanche di "fosse comuni" perché i corpi non vengono ammassati in delle fosse ma vengono seppelliti in delle bare di legno. Verto non sono belle immagini ma fosse comuni vuol dire qualcosa di diverso. Purtroppo come sempre in questi casi la notizia "Fosse comuni a New York" ha fatto il giro del mondo e pochi si sono documentati su cosa sia davvero Hart Island.
2)
HANNO VOLUTO FAR CREDERE
che in Usa tutti stessero comprando armi e si è rischiata una pericolosa guerra tra bande. Ci ha messo del suo l'influencer Clio Makeup che si trovava a NYC ed era prossima al parto. Dopo aver letto qualche quotidiano italiano (supposizione mia) è andata in panico dicendo che a NYC tutti stavano acquistando armi e non si sentiva sicura. E' quindi scappata in Virginia, dove ha partorito. So di molti genitori di italiani che vivono a NY che hanno telefonato i figli per sapere se davvero NY fosse così pericolosa in quel periodo.
IN REALTA'
E' vero che molti americani hanno acquistato armi e munizioni, come spesso accade in questi periodi di incertezza, ma solo in alcuni Stati. Ovvio fa notizia la foto di una fila di americani fuori a un negozio di armi in un paesino del Texas. Ma si tratta del paesino del Texas... a NYC neanche esistono i negozi di armi.
3)
HANNO VOLUTO FAR CREDERE
(questa è la più bella!) che in Usa fosse scoppiata la mania dei covid party, feste alle quali si partecipa prendere il virus in modo da superarlo e sentirsi più tranquilli dopo la guarigione.
IN REALTA'
nessun boom o mania. Si è trattato di due feste nel paesino sperduto di Walla Walla nello stato di Washington. Le autorità hanno inizialmente sospettato che avessero organizzato queste feste con l'intenzione di contrarre il virus, o almeno provarci, ma dopo qualche giorno hanno ritrattato dicendo di non avere le prove di questa loro supposizione. Ma come sempre pochi avranno letto bene la seconda notizia. Nell'immaginario collettivo il boom c'è stato in ogni stato e in ogni città e gli Americani sono i soliti deficienti irresponsabili.
4)
LE NOTIZIE COMPLOTTISTE hanno messo il carico da 90 in questo clima contraddistinto da migliaia di notizie false e tendenziose. Anche persone che reputavo intelligenti hanno diffuso notizie in cui si sostiene che il virus è legato al 5G, che il virus è stato diffuso di proposito per vendere i vaccini, che il virus è stato creato di proposito per vaccinarci e iniettarci di nascosto un microchip per controllarci, che il virus è stato diffuso dal cattivissimo Bill Gates, il nuovo Satana.
Anche per queste ragioni qualche settimana fa ho deciso di cancellare il mio account Fb, un social ormai pieno di notizie false e teorie cospirazioniste, in cui la gente litiga e si offende. Fondamentalmente un social che sempre mi deprimeva e mi rubava tempo.
Ma sono tempi interessanti anche se molto incerti. What will be next?
Visualizzazione post con etichetta Tra Italia e America. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tra Italia e America. Mostra tutti i post
sabato 4 luglio 2020
venerdì 28 febbraio 2020
I am not responsible!
A volte possono capitarti dei piccoli episodi quotidiani che ti rivelano l'America.
Qualche sera fa torno dal lavoro, entro nell'atrio ascensore e prima che possa premere il pulsante dall'ascensore esce fuori una signora che trascina una grossa scatola di cartone.
"Do you need help?" - chiedo, mentre le apro la porta dell'atrio che dà fuori.
"No thank you I got it, I got it." (Non grazie, ce la faccio, tutto sotto controllo).
Ma la vedo in difficoltà e quindi per gentilezza continuo a tenerle la porta aperta così può uscire più agevolmente. La scatola è molto lunga e teme che mi possa sfiorare.
"Watch you head!" mi dice, e poi aggiunge "I am not responsible!"
Riesce ad uscire fuori, chiudo la porta e prendo l'ascensore.
Poi però ci ripenso. Ha detto davvero I am not responsible?
Ma che voleva dire?
Una frase detta in modo così deciso, come un riflesso incondizionato.
E ho pensato: cosa sarebbe accaduto nella stessa situazione in Italia?
Opzione 1 - La signora avrebbe detto: Grazie, sei veramente gentile.
Opzione 2 - La signora avrebbe detto: Grazie, sei molto gentile. Stai attento alla testa.
L'opzione (guarda che se ti fai male) non sono responsabile non sarebbe mai avvenuta. Quel I am not responsible vuol dire che qui esiste gente che ti aiuta di sua iniziativa ma se si fa del male non esita ad accusare la persona che ha deciso di aiutare.
In Italia può anche capitare che chi aiuta una persona in difficoltà si faccia male ma in mente sua non esiste il processo mentale per cui possa prendersela con la persona aiutata. Scivolo? Quindi nessuna persona che riceve aiuto direbbe I am not responsible.
Quale è la paura? Non lo so ma forse ho capito...la paura che chi si fa male debba andare al pronto soccorso o peggio ancora in ospedale il che in Usa vuol dire migliaia di dollari. E quindi a scanso di equivoci, va bene sei gentile ma è meglio che non mi aiuti, ce la faccio da solo, I got it, I got it...bada bene, sei tu che ti sei offerto di aiutarmi, se ti fai male e vai in ospedale, non mi chiederai di pagarti le spese, vero? A scanso di equivoci te lo dico subito, non ho bisogno di aiuto ma se proprio vuoi aiutarmi, qualsiasi cosa ti possa accadere...I am not responsible.
Indirettamente il sistema sanitario condiziona anche la disponibilità delle persone. Ma come tutte, anche questa è solo una mia ipotesi.
Qualche sera fa torno dal lavoro, entro nell'atrio ascensore e prima che possa premere il pulsante dall'ascensore esce fuori una signora che trascina una grossa scatola di cartone.
"Do you need help?" - chiedo, mentre le apro la porta dell'atrio che dà fuori.
"No thank you I got it, I got it." (Non grazie, ce la faccio, tutto sotto controllo).
Ma la vedo in difficoltà e quindi per gentilezza continuo a tenerle la porta aperta così può uscire più agevolmente. La scatola è molto lunga e teme che mi possa sfiorare.
"Watch you head!" mi dice, e poi aggiunge "I am not responsible!"
Riesce ad uscire fuori, chiudo la porta e prendo l'ascensore.
Poi però ci ripenso. Ha detto davvero I am not responsible?
Ma che voleva dire?
Una frase detta in modo così deciso, come un riflesso incondizionato.
E ho pensato: cosa sarebbe accaduto nella stessa situazione in Italia?
Opzione 1 - La signora avrebbe detto: Grazie, sei veramente gentile.
Opzione 2 - La signora avrebbe detto: Grazie, sei molto gentile. Stai attento alla testa.
L'opzione (guarda che se ti fai male) non sono responsabile non sarebbe mai avvenuta. Quel I am not responsible vuol dire che qui esiste gente che ti aiuta di sua iniziativa ma se si fa del male non esita ad accusare la persona che ha deciso di aiutare.
In Italia può anche capitare che chi aiuta una persona in difficoltà si faccia male ma in mente sua non esiste il processo mentale per cui possa prendersela con la persona aiutata. Scivolo? Quindi nessuna persona che riceve aiuto direbbe I am not responsible.
Quale è la paura? Non lo so ma forse ho capito...la paura che chi si fa male debba andare al pronto soccorso o peggio ancora in ospedale il che in Usa vuol dire migliaia di dollari. E quindi a scanso di equivoci, va bene sei gentile ma è meglio che non mi aiuti, ce la faccio da solo, I got it, I got it...bada bene, sei tu che ti sei offerto di aiutarmi, se ti fai male e vai in ospedale, non mi chiederai di pagarti le spese, vero? A scanso di equivoci te lo dico subito, non ho bisogno di aiuto ma se proprio vuoi aiutarmi, qualsiasi cosa ti possa accadere...I am not responsible.
Indirettamente il sistema sanitario condiziona anche la disponibilità delle persone. Ma come tutte, anche questa è solo una mia ipotesi.
mercoledì 9 ottobre 2019
YouTuber americani che raccontano l'Italia
Ciao a tutti, chi mi segue da tempo sa che il mio blog racconta la quotidianità e le curiosità degli Stati Uniti da un punto di vista italiano. Ma in rete si trovano anche esperienze speculari, ovvero ragazzi americani che si sono trasferiti in Italia e raccontano la quotidianità e le curiosità italiane da un punto di vista americano.
Vorrei segnalarvi non dei blog ma tre canali youtube di tre ragazzi americani. In realtà due vivono in Italia e una ci ha vissuto per poco tempo ma tornata in America continua a fare video in italiano.
La prima è Tia Taylor. Lei è molto simile a me per gli aspetti culturali che ama raccontare e tra l'altro è proprio la mia storia speculare perché è originaria del Connecticut in cui vivo ma si è trasferita da qualche anno in Italia. Credo che abbia vissuto in un piccolo paese del Connecticut che lei trovava un pò noioso e ora vive a Milano. Proprio come me che ho vissuto in un piccolo paese del Sud dove non accade mai molto e ora anche se non ci vivo, mi trovo ogni giorno per lavoro a New York. Tia ha un ragazzo italiano e a volte fanno video assieme. Davvero interessanti i suoi video. Come ad esempio questo sul reverse culture shock.
Briller è un altro Youtuber americano che si è trasferito in Italia. Ha una ragazza italiana molto simpatica, Sonia, e hanno annunciato che si sposeranno presto. Briller, come Tia, ama l'Italia e riesce a raccontare le differenze con gli States e anche le tante incongruenze italiane sempre con molta attenzione, parlando spesso anche dei difetti e delle inefficienze italiane ma senza mai urtare la suscettibilità dei followers più sensibili. In definitiva si vede che adora l'Italia e riesce a passare su anche alle tante cose che non vanno bene nel Bel Paese.
Ecco un video su alcune cose normali in Italia ma strane in Usa:
Kenna Burke è una nuova YouTuber che seguo da poco. E' giovanissima, credo abbia meno di 20 anni ma è molto molto solare e simpatica. E non ho mai sentito un'americana parlare l'italiano così bene. Ha studiato per qualche mese in Italia ed è tornata nel suo Texas. Davvero molto brava ed emergente, direi, perché in pochissimo tempo ha già raggiunto oltre 80K followers e credo arriverà presto oltre i 100K.
Qui Kenna parla delle differenze tra liceo italiano e high school americano. Interessante e divertente:
E voi conoscete altri YouTuber americani che raccontano l'Italia?
Vorrei segnalarvi non dei blog ma tre canali youtube di tre ragazzi americani. In realtà due vivono in Italia e una ci ha vissuto per poco tempo ma tornata in America continua a fare video in italiano.
Briller è un altro Youtuber americano che si è trasferito in Italia. Ha una ragazza italiana molto simpatica, Sonia, e hanno annunciato che si sposeranno presto. Briller, come Tia, ama l'Italia e riesce a raccontare le differenze con gli States e anche le tante incongruenze italiane sempre con molta attenzione, parlando spesso anche dei difetti e delle inefficienze italiane ma senza mai urtare la suscettibilità dei followers più sensibili. In definitiva si vede che adora l'Italia e riesce a passare su anche alle tante cose che non vanno bene nel Bel Paese.
Ecco un video su alcune cose normali in Italia ma strane in Usa:
Kenna Burke è una nuova YouTuber che seguo da poco. E' giovanissima, credo abbia meno di 20 anni ma è molto molto solare e simpatica. E non ho mai sentito un'americana parlare l'italiano così bene. Ha studiato per qualche mese in Italia ed è tornata nel suo Texas. Davvero molto brava ed emergente, direi, perché in pochissimo tempo ha già raggiunto oltre 80K followers e credo arriverà presto oltre i 100K.
Qui Kenna parla delle differenze tra liceo italiano e high school americano. Interessante e divertente:
E voi conoscete altri YouTuber americani che raccontano l'Italia?
domenica 8 settembre 2019
USA Coast to Coast
Ciao a tutti, dai prossimi mesi collaborerò con un nuovo sito dedicato agli Stati Uniti: Usa Coast to Coast.
E' un sito che raggruppa molti blogger che seguo da tempo, soprattutto ragazze, che raccontano la loro vita americana in stati differenti.
E' un progetto interessante anche per capire che in Usa lo stile di vita ma anche le tradizioni cambiano leggermente, o a volte in maniera drastica, da stato a stato.
Dategli un'occhiata quando avete un attimo. E se vi va leggete anche i blog personali dei vari autori.
Ecco il sito: USA Coast to Coast: vita e viaggi in USA.
E' un sito che raggruppa molti blogger che seguo da tempo, soprattutto ragazze, che raccontano la loro vita americana in stati differenti.
E' un progetto interessante anche per capire che in Usa lo stile di vita ma anche le tradizioni cambiano leggermente, o a volte in maniera drastica, da stato a stato.
Dategli un'occhiata quando avete un attimo. E se vi va leggete anche i blog personali dei vari autori.
Ecco il sito: USA Coast to Coast: vita e viaggi in USA.
sabato 29 settembre 2018
Italiani che emigrano all'estero, Italiani che restano in Italia
Italiani che emigrano all'estero, Italiani che restano in Italia. Tutti Italiani ma due popoli apparentemente diversi che si criticano a vicenda:
Voi non avete avuto il coraggio di emigrare! E' comodo stare a casa dei genitori e non dover pagare vitto e alloggio!
Voi siete scappati dall'Italia! Noi siamo rimasti qui a lottare per migliorare le cose!
Dopo tanti anni all'estero queste polemiche le ho lasciate alle spalle anche se ogni tanto rispuntano fuori. Per me sono semplicemente scelte di vita. Cosa penso degli Italiani rimasti in Italia? Li rispetto e li ho sempre rispettati. Alcuni avrebbero voluto andare all'estero ma gli è mancato il coraggio, altri senza un euro o senza un appoggio all'estero hanno dovuto rinunciare a partire. Molti altri non hanno mai voluto emigrare, non tutti abbiamo lo stesso desiderio, e profondamente legati al proprio paese o alla propria città hanno deciso di restare nonostante la situazione economica degli ultimi anni sia molto difficile. Sono scelte di vita e rispetto tutti.
Spesso, però, chi è rimasto in Italia tira fuori dal cilindro una frase ben nota a noi che siamo all'estero:
Troppo facile andare all'estero, noi siamo rimasti in Italia a lottare!
Vorrebbero farti sentire in colpa, come se tu fossi un egoista ingrato che ha lasciato gli altri soli a "combattere" contro le cose che non vanno bene nel nostro Paese. Sottolineo nostro perché è anche il paese di chi è emigrato. E se per caso continui a interessarti dell'Italia, a dare giudizi e anche, perché no, a criticare le disfunzioni italiane, ti dicono velatamente o esplicitamente che la tua vita e' all'estero e non dovresti più interessarti dell'Italia.
Vorrei chiarire alcuni punti, senza polemiche, per comprenderci meglio noi popolo di emigrati e voi popolo dei rimasti in Italia.
1) Non è facile andare all'estero, non e' tutto rose e fiori. Nessuno ti regala niente. Quando scendi da quell'aereo non trovi un tappeto rosso alla fine della scaletta. Andare a vivere lontano da genitori, fratelli, sorelle, nonni e amici di una vita, quelli veri che nel nuovo Paese non troverai mai più, non è una passeggiata di piacere.
2) Agli Italiani che come me sono andati a vivere all'estero non hanno tolto né il passaporto italiano, né il diritto di parola e di critica all'Italia. Alcuni dicono: Tu stai bene all'estero. Perché ti interessi dell'Italia? E io rispondo che chi vive all'estero inizia ad amare l'Italia anche più di quando stava in Italia perché realizza che l'Italia nonostante tutto ha anche tantissimi pregi. E ci dispiace se molte cose non migliorano. Molti di noi emigrati hanno vissuto 25-30 anni in Italia, hanno studiato all'università italiana prima di emigrare. La nostra cultura è totalmente imbevuta di italianità. Ci sentiamo Italiani al 100%. E' impossibile andare all'estero e tagliare il cordone ombelicale. Ci informiamo ogni giorno su cosa accade in Italia, seguiamo tutte le vicende di cronaca e di politica grazie ad internet. Ci sentiamo regolarmente con amici e parenti via Messenger, Skype, Whatsapp.
3) Perché siamo ancora interessanti all'Italia e non pensiamo solo alla nostra vita all'estero? Semplice. Siamo interessanti all'Italia perché abbiamo familiari e amici che hanno qualche difficoltà in questo periodo storico e poiché non pensiamo solo alla nostra vita all'estero vorremmo vedere dei miglioramenti anche per loro. Inoltre alcuni di noi vorrebbero tornare in Italia se solo le condizioni lavorative migliorassero un pò. Molti potrebbero dire: si ma voi non siete restati con noi a lottare. E io mi chiedo: lottare come? E faccio due esempi di quando, dopo oltre 6 anni in Usa decisi di tornare in Italia, e credo di aver lottato un pò a mio modo.
4) Tornato in Italia, dopo 6 anni in Usa, trascorsi mesi a inviare CV dalla mattina alla sera. Dopo tante email ignorate e rifiuti trovai lavoro, uno al Nord e uno al Sud. L'azienda del nord era gestita da una coppia, marito e moglie, scorbutici, scorretti ed arroganti. Mi assunsero con delle condizioni e poi si rimangiarono la parola. Mi licenziai dopo una settimana. Li spiazzai perché nessuno lo aveva fatto prima. Tutti avevano accettato il loro contratto di lavoro di 6 mesi subendo il loro modo di fare (me lo confermò poi il recruiter che me li fece conoscere). Licenziarmi fu la mia piccola lotta. Rifiutare di essere sfruttato, trattato male e preso in giro. Trovai poi lavoro in una compagnia del Sud, anche li durante il colloquio tante belle parole e promesse ma quando mi fecero l'offerta, dopo un training di due settimane durante il quale nessuno sapeva quanto ci avrebbero offerto in caso di assunzione...mi offrirono 500 euro al mese. Rifiutai ma molti ragazzi accettarono e ricordo ancora le loro frasi rassegnate: meglio di niente. Se tolte le spese di benzina per arrivare a lavoro a fine mese ci restano anche solo 30 euro, è sempre meglio di niente. Io me ne andai. Fu un'altra mia piccola lotta. Loro restarono. Se tutti avessero rifiutato e forse quegli imprenditori avrebbero capito che con 500 euro al mese gli impiegati ci fanno la fame e avrebbero alzato gli stipendi. Invece per ognuno che rifiutava c'erano 100 altri ragazzi che bussavano alle loro porte con il CV in mano. 500 euro per un lavoro full time, per cui dovevi lavorare anche il sabato o la domenica? Non scherziamo. Non ce l'avrei fatta senza l'aiuto dei miei e a quasi 40 anni non mi andava di farmi sfruttare e di dover chiedere aiuto, vitto e alloggio ai miei. E dopo il tentativo "ritorno in Italia" ho deciso di tornare in Usa, dove cinque anni fa mi hanno riaccolto a braccia aperte offrendomi uno stipendio molto molto più alto di quelli che mi avevano proposto in Italia. Certo mi mancano molte cose dell'Italia ma almeno vivo una vita economicamente serena e posso mantenermi da solo senza l'aiuto dei genitori.
Sono scelte di vita. Non me la sento di giudicare con severità chi decide di accettare stipendi da fame. Ognuno ha la propria storia. Ma non ditemi che tutti quelli che restano in Italia sono rimasti a combattere anche perché tralasciando chi accetta o deve accettare condizioni da schiavismo siamo sicuri che chi dice di voler combattere per dei miglioramenti non contribuisca in realtà alla rovina dell'Italia? Come mai sono tutti combattenti e le cose non migliorano? I conti non tornano. I piccoli evasori ci sono ancora. Le raccomandazioni e i concorsi truccati ci sono ancora. I professionisti che ti dicono 80 senza fattura e 100 con la fattura ci sono ancora. Gli incivili che non ti fanno passare sulle strisce pedonali ci sono ancora. I falsi invalidi ci sono ancora. I negozianti e i tassisti che dicono che il POS è rotto e vogliono solo contanti per poter evadere le tasse ci sono ancora. Gli elettori che danno il proprio voto ai mafiosi in cambio di 50 euro ci sono ancora. E allora mi chiedo: ma con tutti questi combattenti come mai le cose non cambiano? Non è che i combattenti veri in realtà sono poche migliaia e il resto sono milioni di persone?
sabato 15 settembre 2018
"In Italia funziona così"
In questi giorni in Italia si parla molto della chiusura domenicale dei centri commerciali.
Cassieri e commessi sono a favore del provvedimento perché. dicono, la domenica è fatta per la famiglia. E tantissimi Italiani sono d'accordo con loro: il centro commerciale aperto di domenica o durante le feste è nocivo per la famiglia. Ci sono alcune cose però che a me non tornano, ma forse è solo perché ormai la mia mente che si è americanizzata.
Ma vi racconto la mia esperienza perché uno dei primissimi lavori che ho fatto qui negli Stati Uniti è stato proprio il cassiere in un CVS ovvero un noto supermercato-farmacia. Ricordo che durante il colloquio di lavoro mi chiesero in quali giorni e in quali orari fossi disposto a lavorare. In seguito avrei capito che lo chiedono tutti, almeno negozi e banche, o al colloquio o tramite l'application form. In questo modo il negozio sa già su quali degli impiegati assunti può contare durante la domenica.
Per quanto riguarda le feste nazionali si decide qualche giorno prima.
Pochi giorni prima di Natale il manager chiese a me e ad altri ragazzi se fossimo disposti a lavorare il 24 o il 25 dicembre. Ovviamente non entrambi i giorni, ma uno dei due. Il 24 sarebbe stato pagato una volta e mezza e il 25 il doppio. Io dissi che ero disposto a lavorare il 24, anche perchè avrei finito in tempo per andare alla cena della vigilia di alcuni parenti. Altri dissero di essere disponibili a lavorare il 25. Tutto molto facile. Chi non poteva né il 24 né il 25 non veniva guardato male o licenziato.
In realtà il manager non aveva mai problemi di mancanza di personale perché a molti fa gola guadagnare la paga oraria per una volta e mezza o addirittura per due. Se guadagni 10 dollari all'ora e in una giornata porti a casa 80 dollari, non è proprio male se lavori il 25 dicembre e ne porti a casa 160. Anche perché solitamente chi lavora come cassiere non guadagna molto, sono ragazzini, ragazzi che non hanno potuto studiare all'università, signore di una certa età che lavorano part time anche se sono andate in pensione. Il laureato in America, non lavora come cassiere, è già in qualche ufficio a guadagnare 3 o 4 volte la paga di un cassiere. Insomma il manager deve sempre cercare di accontentare tutti quelli che liberamente si dicono disponibili: ok il 24 faccio lavorare te e il 25 il tuo collega.
E se nessuno fosse disponibile? Può capitare che tutti i cassieri abbiano già organizzato delle vacanze. Nessun problema. Il manager fa un giro di telefonate anche agli ex cassieri per chiedere se sono disposti a fare una sola giornata ma pagata bene. Qualcuno, credetemi, lo trova sempre. Flessibilità sul lavoro.
In Italia invece mi pare tutto più rigido ma mi hanno colpito i due motivi principali di chi si oppone alle aperture domenicali e festive:
In Italia non ti pagano di più se lavori di domenica o i festivi!
In Italia se ti rifiuti cercano di licenziarti!
Quindi mi state dicendo che negli Usa, terra della precarietà i lavoratori vengono trattati meglio che in Italia, terra dei diritti sindacali? La cosa curiosa è che nessuno ha minimamente in mente che dovrebbero pagare di più e che dovrebbero lasciare la libertà al lavoratore di dire di no, senza conseguenze. E invece no, si oppongono perché in Italia è così: sfruttamento, paga regolare anche domenica e festivi e minacce di licenziamento se ti rifiuti.
Quindi riesco a capire le ragioni del rifiuto ma non riesco a capire e mi rattrista molto la frase rassegnata e arrendevole che ascolto ormai troppo spesso: In Italia funziona così. Invece di combattere contro queste ingiustizie si decide di chiudere tutto e di buttare il bambino con l'acqua sporca.
Cassieri e commessi sono a favore del provvedimento perché. dicono, la domenica è fatta per la famiglia. E tantissimi Italiani sono d'accordo con loro: il centro commerciale aperto di domenica o durante le feste è nocivo per la famiglia. Ci sono alcune cose però che a me non tornano, ma forse è solo perché ormai la mia mente che si è americanizzata.
Ma vi racconto la mia esperienza perché uno dei primissimi lavori che ho fatto qui negli Stati Uniti è stato proprio il cassiere in un CVS ovvero un noto supermercato-farmacia. Ricordo che durante il colloquio di lavoro mi chiesero in quali giorni e in quali orari fossi disposto a lavorare. In seguito avrei capito che lo chiedono tutti, almeno negozi e banche, o al colloquio o tramite l'application form. In questo modo il negozio sa già su quali degli impiegati assunti può contare durante la domenica.
Per quanto riguarda le feste nazionali si decide qualche giorno prima.
Pochi giorni prima di Natale il manager chiese a me e ad altri ragazzi se fossimo disposti a lavorare il 24 o il 25 dicembre. Ovviamente non entrambi i giorni, ma uno dei due. Il 24 sarebbe stato pagato una volta e mezza e il 25 il doppio. Io dissi che ero disposto a lavorare il 24, anche perchè avrei finito in tempo per andare alla cena della vigilia di alcuni parenti. Altri dissero di essere disponibili a lavorare il 25. Tutto molto facile. Chi non poteva né il 24 né il 25 non veniva guardato male o licenziato.
In realtà il manager non aveva mai problemi di mancanza di personale perché a molti fa gola guadagnare la paga oraria per una volta e mezza o addirittura per due. Se guadagni 10 dollari all'ora e in una giornata porti a casa 80 dollari, non è proprio male se lavori il 25 dicembre e ne porti a casa 160. Anche perché solitamente chi lavora come cassiere non guadagna molto, sono ragazzini, ragazzi che non hanno potuto studiare all'università, signore di una certa età che lavorano part time anche se sono andate in pensione. Il laureato in America, non lavora come cassiere, è già in qualche ufficio a guadagnare 3 o 4 volte la paga di un cassiere. Insomma il manager deve sempre cercare di accontentare tutti quelli che liberamente si dicono disponibili: ok il 24 faccio lavorare te e il 25 il tuo collega.
E se nessuno fosse disponibile? Può capitare che tutti i cassieri abbiano già organizzato delle vacanze. Nessun problema. Il manager fa un giro di telefonate anche agli ex cassieri per chiedere se sono disposti a fare una sola giornata ma pagata bene. Qualcuno, credetemi, lo trova sempre. Flessibilità sul lavoro.
In Italia invece mi pare tutto più rigido ma mi hanno colpito i due motivi principali di chi si oppone alle aperture domenicali e festive:
In Italia non ti pagano di più se lavori di domenica o i festivi!
In Italia se ti rifiuti cercano di licenziarti!
Quindi mi state dicendo che negli Usa, terra della precarietà i lavoratori vengono trattati meglio che in Italia, terra dei diritti sindacali? La cosa curiosa è che nessuno ha minimamente in mente che dovrebbero pagare di più e che dovrebbero lasciare la libertà al lavoratore di dire di no, senza conseguenze. E invece no, si oppongono perché in Italia è così: sfruttamento, paga regolare anche domenica e festivi e minacce di licenziamento se ti rifiuti.
Quindi riesco a capire le ragioni del rifiuto ma non riesco a capire e mi rattrista molto la frase rassegnata e arrendevole che ascolto ormai troppo spesso: In Italia funziona così. Invece di combattere contro queste ingiustizie si decide di chiudere tutto e di buttare il bambino con l'acqua sporca.
domenica 9 settembre 2018
Starbucks apre a Milano
Questo weekend Starbuck ha aperto le porte a Milano e molte persone hanno fatto la fila sin dalle 4am per entrare nella prima caffetteria italiana della iconica multinazionale di Seattle.
In breve tempo i social si sono riempiti di commenti di forte indignazione:
Che orrore!
Il caffè americano fa schifo!
Non potete chiamarlo vero caffè!
Ma come si fa a pagare 4 euro per quell'acqua sporca?
Se ne tornino in Usa, il vero caffè è l'espresso italiano dei nostri piccoli bar.
Chi sono quegli idioti che hanno fatto ore di fila per entrare da Starbucks?
Insomma se vendiamo la Nutella a New York, il Parmigiano Reggiano a Tokyo e il Prosciutto di Parma a Mosca, la globalizzazione va bene ma se arriva Starbucks a Milano è un attacco alle nostre tradizioni culinarie.
La critica principale è sul prodotto caffè. Quello di Starbucks farebbe schifo e quindi perché andare a spendere i propri soldi li?
Chi critica Starbucks non ha capito che...non si va da Starbucks per il caffè. Starbucks non c'entra niente con il caffè. Si va da Starbucks per l'atmosfera, per le luci soffuse, i colori verde e marrone della natura, l'odore del caffè tostato, la musica jazz.
E soprattuto si va da Starbucks per il wi-fi gratis. Puoi entrare li, sederti ad uno dei tanti tavolini e stare li col tuo portatile per ore senza che nessuno ti chieda di ordinare. Sanno che per riconoscenza il cliente un dolce o un caffè lo comprerà in quell'arco di tempo e se anche non dovesse farlo, lo farà un altro giorno. Non c'è problema.
Io in inverno ci vado spesso.
E' un luogo frequentato da ragazzi e ragazze che vanno lì per studiare.
E' un luogo in cui gli amici si danno appuntamento per fare due chiacchiere e poi magari andare in qualche altro posto. E' un luogo in cui si fanno colloqui di lavoro. Anni fa sostenni il mio colloquio di lavoro proprio in uno Starbucks in un'atmosfera informale con il CEO della azienda che, tra parentesi, poi decise di assumermi. Forse anche per questo ci sono affezionato.
Qui non esistono le piazze all'italiana. Le piazze sono gli Starbucks.
Vi racconto un episodio divertente che mi accade da Starbucks qualche anno fa. Un pomeriggio ero lì con il mio macbook, seduto a un tavolone rettangolare attorno al quale c'erano altre 7-8 persone, ragazzi e ragazze che studiavano e facevano gli homework dell'high school e dell'università. Una ragazza bionda molta carina, sui 20 anni, mi chiede: Do you know Matt? E io: No I don't. La mia mente è strana e le rotelle girano sempre troppo in fretta e non so perché ma pensai che si riferiva a qualche suo amico che frequentava spesso quello Starbucks. Solo una volta uscito fuori realizzai che intendeva dire Do you know math? Conosci la matematica? E certo che la conoscevo, ho studiato al liceo scientifico! E ho seguito anche un corso al community college. Parafrasando Vasco Rossi ho perso un'altra occasione buona...colpa delle rotelle impazzite della mia mente. Insomma Starbucks è anche un luogo in cui si possono fare conoscenze interessanti...quando non hai la testa tra le nuvole.
Tornando alle polemiche io dico sempre Live and let live. Se il caffè di Starbucks fa schifo ed è troppo caro, gli Italiani, passata la moda, non ci andranno più e lo faranno fallire. Ma se Starbucks riporta in Italia lo stesso concetto americano io scommetto che Starbucks avrà un grande successo proprio perché, ripeto, Starbucks non ha niente a che fare con il caffè. Il caffè è un dettaglio secondario e non lo si beve in piedi in due minuti come al bancone di un bar italiano. Si va da Starbucks per l'atmosfera. E per trascorrere qualche ora di relax.
Comunque che siate Starbucks-lovers o Starbucks-haters vi lascio con questo interessante video in cui il fondatore di Starbucks racconta di come trasse ispirazione proprio dai bar italiani.
Starbucks Journey to Milan:
In breve tempo i social si sono riempiti di commenti di forte indignazione:
Che orrore!
Il caffè americano fa schifo!
Non potete chiamarlo vero caffè!
Ma come si fa a pagare 4 euro per quell'acqua sporca?
Se ne tornino in Usa, il vero caffè è l'espresso italiano dei nostri piccoli bar.
Chi sono quegli idioti che hanno fatto ore di fila per entrare da Starbucks?
Insomma se vendiamo la Nutella a New York, il Parmigiano Reggiano a Tokyo e il Prosciutto di Parma a Mosca, la globalizzazione va bene ma se arriva Starbucks a Milano è un attacco alle nostre tradizioni culinarie.
La critica principale è sul prodotto caffè. Quello di Starbucks farebbe schifo e quindi perché andare a spendere i propri soldi li?
Chi critica Starbucks non ha capito che...non si va da Starbucks per il caffè. Starbucks non c'entra niente con il caffè. Si va da Starbucks per l'atmosfera, per le luci soffuse, i colori verde e marrone della natura, l'odore del caffè tostato, la musica jazz.
E soprattuto si va da Starbucks per il wi-fi gratis. Puoi entrare li, sederti ad uno dei tanti tavolini e stare li col tuo portatile per ore senza che nessuno ti chieda di ordinare. Sanno che per riconoscenza il cliente un dolce o un caffè lo comprerà in quell'arco di tempo e se anche non dovesse farlo, lo farà un altro giorno. Non c'è problema.
Io in inverno ci vado spesso.
E' un luogo frequentato da ragazzi e ragazze che vanno lì per studiare.
E' un luogo in cui gli amici si danno appuntamento per fare due chiacchiere e poi magari andare in qualche altro posto. E' un luogo in cui si fanno colloqui di lavoro. Anni fa sostenni il mio colloquio di lavoro proprio in uno Starbucks in un'atmosfera informale con il CEO della azienda che, tra parentesi, poi decise di assumermi. Forse anche per questo ci sono affezionato.
Qui non esistono le piazze all'italiana. Le piazze sono gli Starbucks.
Vi racconto un episodio divertente che mi accade da Starbucks qualche anno fa. Un pomeriggio ero lì con il mio macbook, seduto a un tavolone rettangolare attorno al quale c'erano altre 7-8 persone, ragazzi e ragazze che studiavano e facevano gli homework dell'high school e dell'università. Una ragazza bionda molta carina, sui 20 anni, mi chiede: Do you know Matt? E io: No I don't. La mia mente è strana e le rotelle girano sempre troppo in fretta e non so perché ma pensai che si riferiva a qualche suo amico che frequentava spesso quello Starbucks. Solo una volta uscito fuori realizzai che intendeva dire Do you know math? Conosci la matematica? E certo che la conoscevo, ho studiato al liceo scientifico! E ho seguito anche un corso al community college. Parafrasando Vasco Rossi ho perso un'altra occasione buona...colpa delle rotelle impazzite della mia mente. Insomma Starbucks è anche un luogo in cui si possono fare conoscenze interessanti...quando non hai la testa tra le nuvole.
Tornando alle polemiche io dico sempre Live and let live. Se il caffè di Starbucks fa schifo ed è troppo caro, gli Italiani, passata la moda, non ci andranno più e lo faranno fallire. Ma se Starbucks riporta in Italia lo stesso concetto americano io scommetto che Starbucks avrà un grande successo proprio perché, ripeto, Starbucks non ha niente a che fare con il caffè. Il caffè è un dettaglio secondario e non lo si beve in piedi in due minuti come al bancone di un bar italiano. Si va da Starbucks per l'atmosfera. E per trascorrere qualche ora di relax.
Comunque che siate Starbucks-lovers o Starbucks-haters vi lascio con questo interessante video in cui il fondatore di Starbucks racconta di come trasse ispirazione proprio dai bar italiani.
Starbucks Journey to Milan:
lunedì 27 agosto 2018
Laureati americani e la vita in discesa
Una delle grandi differenze che ho notato subito tra l'Italia e gli Usa, e che mi colpisce ancora oggi, è la vita dei giovani tra i 20 e i 30 anni. Ne ho parlato già in qualche post ma vorrei fare un paio di altri esempi, molto recenti.
Nella mia compagnia c'è una ragazza sui 22 anni, laureata da poco, che sta terminando i suoi 3 mesi di internship. E' una ragazza che si è laureata, ripeto, a 22 anni. Le scuole superiori in USA durano 4 anni, un corso di laurea dura 4 anni, non esiste il fenomeno del fuori corso e quindi i ragazzi si laureano a 22 anni. Non 25, non 26, non 27 come in Italia (alcuni miei amici si sono laureati oltre i 30), no...22 anni e in molti casi anche 21. Tempo fa andai alla cerimonia di laurea di un mio amico in un palazzetto dello sport. Durante il suo discorso, pieno di lodi e incoraggiamenti per il futuro, il rettore disse che l'età media dei laureati della sua università era tra 21 e 22 anni. Pensavo di non aver sentito bene ma era proprio così. E pensare che in Italia mi sono laureato a 27 anni (vabbè, cari lettori, dai ho perso un anno con il servizio civile, eh). E non è un caso se le università americane in questi giorni, anno 2018, accoglieranno le nuove matricole con i cartelli di "Benvenuti, laureati del 2022". Perché è normale. E' matematica 2018 + 4 fa 2022.
Insomma, questa ragazza ci raccontava che durante i 3 mesi di internship ha sostenuto vari colloqui e alcune aziende sembrano interessate ad assumerla. Le hanno detto di farsi risentire alla fine dell'internship (tra parentesi ben pagato). Ci raccontava poi che vive con il suo ragazzo e dividono l'affitto. Spero di trovare un lavoro al più presto - ci ha detto - ma sono ottimista. Mi scoccerebbe non vedere un paycheck il prossimo mese sul mio conto bancario e dover ricorrere ai miei risparmi.
Insomma il problema di questa ragazza è solo evitare di usare i suoi risparmi per un mese d'affitto. Non pensa che potrebbe trovare lavoro tra 4, 5, 6 mesi. A New York? Il suo obiettivo è trovare lavoro nel giro di una o due settimane perché è così che funziona. Sei laureata, hai fatto un internship e già qualche colloquio? Al massimo un mese e stai già lavorando. Almeno a New York.
Il figlio di un mio conoscente ha 25 anni, si è laureato qualche anno fa, ha proseguito con il Master's e ora sta facendo ricerca in un'importante università della West Coast, neanche una delle più importanti. Poche settimane fa è andato a Boston ad una conferenza per presentare le ricerche del suo team. C'erano anche i rappresentanti di alcune aziende chimiche e uno di loro è rimasto colpito da quel giovane brillante. Il giorno dopo gli hanno mandato un'email con una proposta di lavoro. 120mila dollari l'anno per iniziare. Lui ci ha pensato un giorno e ha rifiutato. Vuole proseguire con le ricerche. Altre offerte, lo sa, arriveranno in futuro. E tra parentesi è ben pagato per la sua attività di ricerca.
Sono solo due esempi di giovani americani poco più che ventenni che hanno indubbiamente la vita in discesa. Ma ciò che colpisce è che non sono dei geni. Sono semplici ragazzi laureati, con un'intelligenza nella media, come tanti ce ne sono in Italia. Ho centinaia di amici che sono anche più svegli di questi ragazzi americani che a 25 anni guadagnano già tanto e hanno una carriera avviata. Solo che purtroppo in Italia arranchiamo con lavori sottopagati e iniziamo a lavorare molto più tardi di loro.
Ci sono delle eccezioni anche qui, io parlo della East e della West Coast, le zone più ricche e meritocratiche d'America, però in linea generale la condizione lavorativa dei giovani è di gran lunga migliore in America. E i giovani laureati italiani che si trasferiscono in America? Non i ricercatori geniali ma quelli che definirei "normali, nella media"...come me? Beh ho notato che certamente veniamo trattati molto bene ma rispetto agli americani veniamo comunque messi su un gradino inferiore. Sicuramente siamo contenti di percepire stipendi il triplo o il quadruplo rispetto alle stesse posizioni lavorative in Italia ma siamo pur sempre stranieri e qui in Usa la nostra carriera è un pò "frenata" e i nostri stipendi più bassi. Almeno se lavoriamo in aziende italiane gestite da italiani. Ma di questo, magari, ve ne parlo in un altro post.
domenica 6 maggio 2018
Il museo della pizza a New York
Apre ad ottobre il museo della pizza a New York e la notizia ha subito scatenato polemiche tra cloni dei pizzaioli più importanti di Napoli che si sono riuniti per protestare.
In questo breve video i punti salienti della protesta:
Devo dire che sono rimasto perplesso e mi sono posto alcune domande.
Una tra le obiezioni più forti è che la vera pizza è napoletana e quindi il museo non dovrebbe avere sede a New York anche perché ..."gli Americani già pensano che la pizza l'hanno inventata loro..." e quindi chissà quale scarsa importanza daranno alle vere origini partenopee del piatto italico famoso in tutto il mondo. E magari esporranno anche la pizza con l'ananas?
Una tra le obiezioni più forti è che la vera pizza è napoletana e quindi il museo non dovrebbe avere sede a New York anche perché ..."gli Americani già pensano che la pizza l'hanno inventata loro..." e quindi chissà quale scarsa importanza daranno alle vere origini partenopee del piatto italico famoso in tutto il mondo. E magari esporranno anche la pizza con l'ananas?
Io penso che solo un Americano su cento possa pensare che la pizza sia nata in Usa e quindi l'obiezione dei pizzaioli napoletani è molto debole. Inoltre penso che il museo darà un degno risalto alle origini napoletane della pizza, magari mostrando anche il modo in cui la pizza si è evoluta o meglio si è adattata e viene servita in diversi luoghi del mondo, compresi gli Usa. Compresa la pizza con l'ananas.
Queste sono solo mie supposizioni e mi riservo di ritornare sull'argomento dopo aver visitato il museo ad Ottobre ma mi chiedo: ha davvero senso fare una protesta senza neanche sapere come sarà il museo? E se questa ottima idea l'hanno avuta e l'hanno realizzata a New York, a cosa serve fare il piagnisteo vittimista? Ho letto anche commenti di chi sostiene che questa è un'altra cosa italiana che sfruttano in Usa per arricchirsi. A parte che il museo devolverà gli incassi in beneficenza ma che ragionamento è? Allora ogni Paese può avere musei solo delle proprie opere d'arte?
A me sembra una protesta infantile di chi piange verso chi fa. Con un pò di invidia. Adoperatevi per fare un museo della pizza anche a Napoli, pizzaioli napoletani, e pazienza se New York vi ha battuto sul tempo. Siete sempre in tempo per recuperare e fare molto meglio di loro.
Queste sono solo mie supposizioni e mi riservo di ritornare sull'argomento dopo aver visitato il museo ad Ottobre ma mi chiedo: ha davvero senso fare una protesta senza neanche sapere come sarà il museo? E se questa ottima idea l'hanno avuta e l'hanno realizzata a New York, a cosa serve fare il piagnisteo vittimista? Ho letto anche commenti di chi sostiene che questa è un'altra cosa italiana che sfruttano in Usa per arricchirsi. A parte che il museo devolverà gli incassi in beneficenza ma che ragionamento è? Allora ogni Paese può avere musei solo delle proprie opere d'arte?
A me sembra una protesta infantile di chi piange verso chi fa. Con un pò di invidia. Adoperatevi per fare un museo della pizza anche a Napoli, pizzaioli napoletani, e pazienza se New York vi ha battuto sul tempo. Siete sempre in tempo per recuperare e fare molto meglio di loro.
Più di un pizzaiolo "incazzato" ha detto che a New York dovrebbero fare il museo dell'hamburger, non della pizza. Quindi museo della pizza solo a Napoli, museo dell'hamburger solo a New York. Ipotizziamo invece che facessero un museo dell'hamburger a Napoli. Come reagirebbero i ristoratori americani? Sicuramente sarebbero contenti e incuriositi. "Ah really?" - direbbero - "Very nice!",e non ne sarebbero preoccupati. E se pure in quel museo falsassero la realtà dicendo che gli hamburger li hanno inventati a Napoli, i ristoratori americani si farebbero una risata e continuerebbero a vivere.
Voi cosa ne pensate? Protesta sterile e vittimista o protesta sensata a difesa del made in Napoli?
lunedì 9 aprile 2018
Un'operazione costosissima
Oggi vorrei tornare a parlare brevemente del sistema sanitario americano con un breve dialogo avuto pochi giorni fa con un parente. Qualche mese fa si è dovuto sottoporre a un delicato intervento alla testa, che per fortuna è andato bene, e giorni fa sono andato a fargli visita.
Dopo qualche chiacchiera gli ho chiesto: Allora quanto ti è costata questa operazione?
E lui: 225 mila dollari.
Io: Wow, 225 mila! Cifre astronomiche qui in Usa. In altri Paesi avresti pagato molto meno. Ad esempio in Canada.
Non ho voluto fargli l'esempio dell'Italia perché conoscendolo da buon italo americano che ama parlare male dell'Italia avrebbe parlato delle nostre inefficienze e quindi ho citato il Canada.
E lui: Eh ma io non andrei mai ad operarmi in Canada o peggio ancora in Italia (ti pareva che non doveva tirare fuori l'Italia) dove ad esempio non puoi sceglierti tu il dottore.
E io: In Italia? Chi te lo ha detto. Puoi scegliere il dottore o il chirurgo che vuoi. Tante persone dal Sud vanno a operarsi al Nord perché molti ospedali del Nord sono migliori. Comunque 225mila per un'operazione mi sembra davvero una cifra altissima.
E lui: Beh si in effetti in Usa non è che sia un bel sistema. Per questo dico sempre che bisogna farsi una buona assicurazione, così si è al sicuro. A cosa serve risparmiare qualche migliaia di dollari prendendo un'assicurazione scarsa? Se poi succede un'emergenza cosa fa? per fortuna ho pagato solo 5mila per questa operazione.
E io: Eh si meno male, ma quello che voglio dire è che comunque qualcuno ovvero la tua assicurazione ha tirato fuori 220mila dollari per questa operazione e a me sembra davvero eccessivo.
Ma questa mia obiezione non ha suscitato grande interesse, come se fossero parole vuote, che non comprendeva davvero. Insomma ho capito che chi sta dentro al sistema non riesce a pensarne a un altro. Qui non trovano scandaloso che un'operazione possa costare quanto una casa. Per loro è normale, non hanno mai visto prezzi diversi. E' un sistema accettato e per quello bisogna avere una buona assicurazione. E se poco poco qualcuno cerca di suggerire che però ci sono nel mondo altri tipi di sistemi più umani dove la sanità è universale e lo Stato interviene per consentire che tutti si possano curare anche per i mali più difficili da curare, molti tirano fuori la parolina: eh ma questo è un sistema "socialista"! Ovvero il male assoluto. Oppure vogliono convincerti e convincersi che si qui il sistema sanitario costa ma i medici e i macchinari sono all'avanguardia. Vorrei fargli capire che sono all'avanguardia anche in molte altre parti del mondo dove per per un'operazione però si paga solo la decima parte. Forse un giorno ci riuscirò.
venerdì 6 aprile 2018
E' libertà...? 4 domande di un lettore sugli Usa
Molto spesso chi emigra in un altro Paese si trova a fare paragoni tra l'Italia e il nuovo Paese ospitante. C'è chi sottolinea troppo gli aspetti negativi dell'Italia e chi sottolinea troppo gli aspetti positivi del nuovo Paese. Io ho sempre cercato di raccontare l'America e l'Italia in modo obiettivo, facendone risaltare pregi e difetti.
Un affezionato lettore, forse un pò infastidito da qualche mio post troppo a favore degli Stati Uniti (non c'è problema accetto le critiche e sono pronto al dialogo costruttivo) mi ha posto 4 domande interessanti che mi hanno dato lo spunto per parlare di aspetti che non piacciono molto neanche a me degli USA ma anche di alcuni luoghi comuni da sfatare.
Ecco le 4 domande:
No, non è libertà. Ho dedicato molti post sul sistema sanitario americano che io odio e alle mie disavventure dal dentista e del fatto che una volta che esci dallo studio dentistico non sai mai quanto pagherà l'assicurazione e quanto tu. A me non piace proprio il sistema delle assicurazioni, i prezzi gonfiati dai medici, le assicurazioni che cercano di pagare il meno possibile e il resto...al paziente. E' tutto un grande business e in casi limite si può essere costretti a vendere casa o chiedere migliaia di dollari in presti per poter pagare delle cure costose. E' un sistema poco umano, lo so e lo dico spesso. Non bisogna però cadere nell'esatto opposto. E' una leggenda metropolitana che lasciano morire per strada chi non ha l'assicurazione medica. E comunque esistono anche gli ospedali pubblici che non sono all'avanguardia come quelli privati ma ci sono e stranamente i media italiani non ne parlano mai. In questo sistema i ricchi non hanno problemi ma neanche i poveri. Chi ha i veri problemi è la classe media. Poi dovremmo fare anche un'altra considerazione. Ma è proprio vero che la sanità in Italia è gratis? In Italia le tasse sul reddito sono molto più alte che in America e servono per pagare anche il sistema sanitario. A me piacerebbe un sistema sanitario più giusto e umano all'italiana ma se un giorno dovessero farlo state certi che pagheremo tutti tasse più alte.
No, per il problema delle armi sfondi una porta aperta. E' un grosso problema da risolvere ma la lobby delle armi è molto forte. Qualche settimana fa inaspettatamente Trump ha proposto di portare la vendita delle armi a 21 anni perché ora alcune armi possono essere acquistate già a 18 anni. E' una piccola proposta ma ho ascoltato e letto due obiezioni che fanno capire molto della mentalità americana:
Obiezione 1: Io sono una ragazza che ha meno di 21 anni e vivo da sola (eh si qui è molto frequente che un giovane di 18-19-20 anni abbia già un lavoro e possa permettersi di vivere da solo pagandosi un affitto). Voglio il diritto di avere un'arma in casa per difesa. Se entra qualche malintenzionato, come mi difendo?
Obiezione 2: Perché un ragazzo di 18 anni può usare armi in guerra per difendere il nostro Paese ma non può avere un'arma per difendere la propria famiglia sul suolo Americano?
La mia proposta, un pò strana, sarebbe semplice. La pistola deve essere usata solo in casa, per difesa. Deve essere minuta di un chip che allerta la stazione della polizia più vicina appena varca la soglia di casa. O che magari si disattiva, si blocca, appena varcata la soglia di casa. Qui se chiami la polizia, arriva dopo 5 minuti. Forse un sistema del genere, mi rendo conto un pò fantasioso, potrebbe prevenire molte stragi.
Altro punto dolente. Ho frequentato due anni di community college a 8mila dollari l'anno. Per fortuna mi hanno dato due borse di studio per la media alta (3mila dollari in totale) e mi hanno fatto lavorare in un ufficio del college, part time. Però si tratta di un community college. Le università prestigiose costano anche 50-60 mila dollari l'anno. Per pagarle ci sono due modi, o una combinazione dei due: i genitori benestanti-ricchi mettono da parte i soldi per l'università appena nasce un figlio o i ragazzi chiedono prestiti alle banche che ripagheranno nel giro di molti anni dopo la laurea. E' vero che se sei bravo ti danno borse di studio di migliaia di dollari. A una mia cugina, che ha fatto delle scoperte scientifiche già al liceo hanno dato tanti di quei soldi che è riuscita a pagarsi 4 anni di Harvard...ma sono casi rari. E' anche vero che se studi in quelle università poi quando esci hai praticamente un ottimo lavoro garantito, con stipendio molto alto ma stanno cambiando i tempi e non è sempre così. Comunque capii molto degli Usa e del sistema universitario quando andai a Yale a fare un giro, il giorno prima dell'inizio dei corsi. Rimasi stupito dal vedere l'altissima percentuale di ragazzi e ragazze bianche accompagnati dai ricchi genitori con le loro macchine di lusso. Il testimone della classe dirigente passerà da quei genitori ai loro figli.
È libertà dover fare magari 2 lavori per tirare a campare quando ci sono manager che prendono in un mese quanto un lavoratore guadagna in una vita.
Le disparità sociali esistono e si acuiscono ogni anno di più. Se considero il sistema americano a quello italiano però devo dire che in Usa non ci sono limiti verso l'alto. Gli stipendi dei grandi manager sono qualcosa di scandaloso. Ma in Italia non ci sono ormai limiti verso il basso. In Usa esiste il minimum wage, e anche per la mia posizione lavorativa, prima di concedermi il visto di lavoro, la compagnia ha dovuto accettare di attenersi a un salario minimo stabilito dal dipartimento del lavoro, per quella posizione. In Italia molti miei amici mi dicono che ormai vengono pagati in nero, 500-600 euro al mese. I metodi per farlo li trovano sempre. Non ci sono controlli. Lo ho provato sulla mia pelle quando, tornato in Italia, volevano offrirmi uno stipendio del genere. Ma come si fa a programmare una vita così? Poi vengo in Usa e mi offrono circa 8 volte tanto e allora come faccio a voler bene all'Italia e a odiare gli Usa quando si parla del mondo del lavoro? Qui posso avere un futuro. In Italia avrei fatto la fame o mi sarei dovuto far mantenere dai miei genitori. Scusate ma non fa per me. E non è un caso se ogni anno centinaia di migliaia di ragazzi emigrano dall'Italia. Ok il lavoro non è tutto ma per questo aspetto io comunque penso che siano molto più avanti in America. Non conosco molte persone che fanno due lavori in Usa ma se lo fanno vuol dire che il lavoro ce n'è. In Italia ne trovi uno e vieni sottopagato e schiavizzato. Parliamo giustamente spesso dei senzatetto americani ma i nostri ragazzi a 500 euro al mese non sono poveri uguali ma con la fortuna di avere sopra la testa un tetto di mamma e papà? Toglietegli quel tetto e avrete centinaia di migliaia di barboni, più che in Usa.
Insomma spesso sono d'accordo sulle critiche al Paese in cui vivo. Queste sono domande che mi pongo spesso anche io. Ma dopo oltre 10 anni di vita quotidiana ho dovuto mitigare le critiche perché ci sono le classiche sfumature e molto spesso queste vengono filtrate e restano fuori dai media italiani molto propensi ad accentuare solo gli aspetti negativi di questo Paese che non sarà il Paradiso ma neanche l'Inferno che vogliono far credere.
domenica 25 febbraio 2018
Il voto degli Italiani all'estero
Il 4 Marzo, come tutti sappiamo, ci saranno le elezioni politiche in Italia e anche noi Italiani all'estero, iscritti all'AIRE, abbiamo il diritto al voto, per corrispondenza.
Come sempre in queste occasioni si accendono delle discussioni infuocate tra gli Italiani che vivono all'estero e quelli che vivono in Italia. E noi che viviamo all'estero dobbiamo ascoltare le solite domande e osservazioni:
Ma è giusto dare il diritto di voto a voi Italiani all'estero?
Cosa ne sapete voi dell'Italia?
Siete andati via e non dovreste poter votare!
Ma perché vi interessa ancora dell'Italia?
Vivete all'estero? E allora votate per il vostro Paese ospitante!
Di primo istinto rispondo che sono un cittadino italiano e finché non mi tolgono la cittadinanza, credo sia giusto che mi sia concesso questo diritto. Pensandoci bene per devo dire che alcune delle obiezioni non siano completamente sbagliate. Alcune, non tutte.
Di primo istinto rispondo che sono un cittadino italiano e finché non mi tolgono la cittadinanza, credo sia giusto che mi sia concesso questo diritto. Pensandoci bene per devo dire che alcune delle obiezioni non siano completamente sbagliate. Alcune, non tutte.
Dunque, riflessioni personali.
Quando pensano che non sappiamo più niente dell'Italia non è vero. O è vero a metà. Conosco tanti italo americani che in effetti hanno il diritto al voto ma che sono emigrati qui da ragazzini e non ne sanno molto dell'Italia. Mi fanno spesso cadere le braccia quando fanno discorsi in cui dipingono l'Italia come un Paese arretrato, come fosse appena uscito dalla seconda guerra mondiale. Questi votano se vogliono e forse non dovrebbero averne il diritto. E forse non dovrebbero poter votare coloro che hanno preso la cittadinanza italiana solo grazie al nonno che viveva in Italia e non conoscono l'italiano e in Italia ci sono andati al massimo una volta per vacanza. Darei il diritto solo a chi è nato in Italia.
Ma ci sono anche tante persone che sono emigrate 10-20 anni fa e che grazie ad internet seguono tutte le notizie, le indagini giornalistiche (in realtà purtroppo non ce ne sono molte), i dibattiti politici, le trasmissioni come Le Iene, Striscia la notizia e tante altre. Ma ovviamente non vediamo l'Italia con il solo filtro della TV, sarebbe fuorviante. Tramite Facebook, Whatsapp, Messenger, Skype, FaceTime, siamo sempre in contatto con parenti e amici e conosciamo bene come si vive oggi in Italia, le loro difficoltà, le disfunzioni dei piccoli paesi e delle grandi città.
A volte stranamente, si arriva al paradosso che molti emigrati all'estero conoscono meglio l'Italia di chi ci vive e non si è mai mosso di lì.
Ad esempio conosciamo qualcosa in più di questi, che ne dite?
Ma ci sono anche tante persone che sono emigrate 10-20 anni fa e che grazie ad internet seguono tutte le notizie, le indagini giornalistiche (in realtà purtroppo non ce ne sono molte), i dibattiti politici, le trasmissioni come Le Iene, Striscia la notizia e tante altre. Ma ovviamente non vediamo l'Italia con il solo filtro della TV, sarebbe fuorviante. Tramite Facebook, Whatsapp, Messenger, Skype, FaceTime, siamo sempre in contatto con parenti e amici e conosciamo bene come si vive oggi in Italia, le loro difficoltà, le disfunzioni dei piccoli paesi e delle grandi città.
A volte stranamente, si arriva al paradosso che molti emigrati all'estero conoscono meglio l'Italia di chi ci vive e non si è mai mosso di lì.
Ad esempio conosciamo qualcosa in più di questi, che ne dite?
Un'obiezione tipica è che chi è all'estero non ha più niente a che fare con l'Italia, non ha più niente in Italia e quindi non dovrebbe votare. Beh potrebbe essere non vero perché molti Italiani all'estero hanno una casa in Italia (vuota o in affitto) e pagano le tasse ogni anno. Le tasse le pagano in Italia e non dovrebbero poter votare anche se vivono all'estero?
Insomma un'idea che potrebbe essere accettabile è: sei nato in Italia e hai diritto al voto anche se sei all'estero. Se paghi le tasse all'Italia perché hai ancora proprietà in Italia magari il diritto lo mantieni fino a che non vendi casa. Se non hai niente il diritto te lo togliamo dopo chessò 10-15 anni e lo riacquisti se torni a vivere in Italia.
Ma a parte il voto e non voto ciò che mi stupisce è l'astio che si rivela in quelle frasi..
Ma perché dovete poter votare?
Siete andati via e allora basta, non dovete poter votare!
Ma perché dovete poter votare?
Siete andati via e allora basta, non dovete poter votare!
Ecco a me queste frasi sembrano trasudare acidità. Quasi come a dire: ci hai ripudiato andandotene via dalla nostra tribù? E allora stai li e non ti occupare più di noi. Non ti vogliamo più.
Beh amici, se siamo andati via è perchè l'italia ci ha costretto ad andare via. E se le cose fossero state migliori molti di noi sarebbero rimasti. Non abbiamo ripudiato "la tribù". Amiamo sempre l'Italia e gli Italiani, amici e parenti rimasti li e all'estero siamo sempre orgogliosi di dire al mondo che siamo Italiani e vivevamo nel più bel Paese del mondo. E poi non è che all'estero ci godiamo la vita come potreste pensare, non è che qui qui sia sempre tutto rose e fiori. Insomma se vedessimo dei miglioramenti un giorno potremmo anche tornare in quell'Italia che ci ha spinto ad andare via. E un miglioramento può avvenire anche grazie al contributo di noi Italiani all'estero con il nostro voto.
L'altro aspetto che mi stupisce di queste obiezioni è che gli Italiani rimasti in Italia pensano che si possa tagliare il cordone ombelicale con l'Italia non appena saliamo su quell'aereo che ci porta in un altro Paese. Non è così semplice.
Se sei nato in Italia da genitori nati in Italia, con nonni nati in Italia, se hai avuto amici italiani, se hai studiato elementari, medie, liceo, università in Italia, se hai guardato la tv italiana, se hai respirato Italia per 20-30 anni della tua vita e sei all'estero da soli 10 anni o poco più come si fa a dimenticarsi dell'Italia, chiudere la porta e non pensarci più? C'è chi ci riesce ma non è facile per tutti. Scusateci se all'Italia ci pensiamo ancora. E spesso.
Comunque buone elezioni a tutti, popolo italiano all'estero e popolo italiano in Italia. Per molti siamo due popoli ormai distinti e separati e quasi in contrasto, e in effetti in Italia tutto si basa sulle divisioni in fazioni di ultras. A questa divisione tra Italiani all'estero e Italiani in Italia ancora non ci avevo ancora pensato. E' una che si aggiunge alle altre. Spero che un giorno diventeremo più uniti.
Buon voto a tutti!
L'altro aspetto che mi stupisce di queste obiezioni è che gli Italiani rimasti in Italia pensano che si possa tagliare il cordone ombelicale con l'Italia non appena saliamo su quell'aereo che ci porta in un altro Paese. Non è così semplice.
Se sei nato in Italia da genitori nati in Italia, con nonni nati in Italia, se hai avuto amici italiani, se hai studiato elementari, medie, liceo, università in Italia, se hai guardato la tv italiana, se hai respirato Italia per 20-30 anni della tua vita e sei all'estero da soli 10 anni o poco più come si fa a dimenticarsi dell'Italia, chiudere la porta e non pensarci più? C'è chi ci riesce ma non è facile per tutti. Scusateci se all'Italia ci pensiamo ancora. E spesso.
Comunque buone elezioni a tutti, popolo italiano all'estero e popolo italiano in Italia. Per molti siamo due popoli ormai distinti e separati e quasi in contrasto, e in effetti in Italia tutto si basa sulle divisioni in fazioni di ultras. A questa divisione tra Italiani all'estero e Italiani in Italia ancora non ci avevo ancora pensato. E' una che si aggiunge alle altre. Spero che un giorno diventeremo più uniti.
Buon voto a tutti!
lunedì 19 febbraio 2018
E' tornato Stefano Spadoni
Molti Italiani che amano gli Stati Uniti oggi seguono YouTubers, imprenditori e giornalisti italiani che vivono in Usa e raccontano le propria vita quotidiana in America.
Ma forse non tutti conoscono quello che per me è stato il migliore di tutti: Stefano Spadoni. 10-15 anni fa Spadoni era una figura leggendaria tra gli Italiani a New York. Le sue feste erano memorabili e le sue trasmissioni in radio su Big Apple Radio erano un appuntamento da non perdere.
Io lo seguivo durante i miei ultimi anni di università quando presi la decisione che appena laureato avrei tentato l'avventura americana e Spadoni era una voce amica in un'Italia che in quel periodo ai miei occhi stava diventando sempre più anti americana, o perlomeno alla mia università, un covo di professori e studenti che odiavano gli Usa e cercavano di creare tanti soldatini anti americani.
Io all'epoca gli scrivevo molte email e lui le sempre leggeva tutte in radio. Poi lessi anche il suo libro Vado a vivere a New York e penso che non ci sia un libro più interessante e utile per capire davvero la mentalità e la cultura americana.
Quando arrivai a New York Stefano Spadoni mi invitò in radio e qualche giorno dopo ad una delle sue mitiche feste...piena di modelle by the way.
Poi di Spadoni ho perso un pò le tracce perché termine le trasmissioni in radio e credo si sia dedicato ad altri progetti. Ma oggi mi è arrivata una sua email molto gradita in cui mi comunica che ha ripreso le sue trasmissioni radiofoniche o meglio non saranno proprio come quelle di Big Apple Radio ma qualcosa di simile, che è già qualcosa, due podcast a settimana ascoltabili in diretta su Radio Monte Carlo o in streaming via podcast sul suo sito.
Io ve lo consiglio, poi mi direte se lo trovate interessante.
Attenzione: Spadoni non è politically correct. Ha le sue idee forti e originali che a molti potrebbero non piacere. Ma anche se anche politicamente doveste pensarla in modo diverso potreste sicuramente apprezzare le sue notizie, storie e curiosità sulla vita reale a stelle e strisce.
E tra parentesi tempo fa Spadoni accettò una mia intervista per il blog e se ne avete voglia ci lascio il link: Intervista a Stefano Spadoni.
E dedicai un post anche al suo libro: Vado a vivere a New York.
Cosa dire...bentornato Spadoni!
domenica 31 dicembre 2017
Il customer service italo-americano
Qualche giorno fa avevo voglia di cose buone italiane e, poiché nei grandi supermercati americani non riesco a trovare tutto, sono andato in un negozietto italo-americano fornito di tante leccornie made in Italy. Compro due pandoro (uno per l'ufficio e uno per il pranzo di Natale con degli amici), un pacco di pan di stelle (ma cosa ci mettono dentro? provocano dipendenza!), un pacco di fette biscottate, un pacco di introvabili biscotti gran turchese, un mini pandoro e un torrone, questi ultimi due da regalare al mio padrone di casa. Quando arrivo a casa mi rendo conto che alcuni prodotti hanno la scadenza a breve e due sono abbondantemente scaduti: le fette biscottate da un mese e i biscotti gran turchese da oltre un anno...luglio 2016!
Il giorno dopo torno al negozio con i prodotti scaduti e mentre entro penso che come avviene in tutti supermercati americani mi chiederanno: vuole un rimborso e cambiare i prodotti?
In realtà l'opzione del cambio è molto rara, di solito ti danno il rimborso e sta a te decidere se con quei soldi vuoi comprare altra roba nel negozio o andare via. Ma dimentico che sono in un negozio italo-americano e appena dico con gentilezza alla proprietaria che i due prodotti sono scaduti, lei, una tipa tracagnotta con grembiulone, da uno sguardo veloce alle date, va allo scaffale dei biscotti, prende un altro pacco di gran turchese e mi fa: Prendi questi che non sono scaduti. Febbraio 2018. Poi ricontrolla la data sul pacco delle biscottate e mi fa: Ma queste sono ancora buone! E' pane tostato, le puoi ancora mangiare!
C'erano altri clienti e poiché non amo fare polemiche, non per un pacco di fette biscottate, vado a casa con un pacco cambiato e l'altro scaduto e penso che alla fine avrà ragione lei e le fette le posso ancora mangiare ma, riflettendoci su, questo è un classico esempio di differenza tra mentalità italiana e americana e nello specifico tra il customer service americano e italo-americano.
Quando lavorai come cassiere a CVS, un noto supermercato-farmacia americano, ad esempio, una delle prime cose che mi disse il manager fu: Se un cliente viene a cambiare qualcosa, non fare domande, chiedi se vuole un rimborso o se vuole un altro prodotto. Anzi è sempre preferibile dare il rimborso. Non siamo qui per fare domande e interrogatori, non vogliamo che il cliente vada a comprare da un'altra parte. Ci sono tanti competitors fuori e perdere un cliente è un attimo.
Ed è proprio questo che mi piace della mentalità americana, la semplicità, la gentilezza, la disponibilità. Se un prodotto è scaduto o difettoso va cambiato. Punto. E' un gesto semplice e rispettoso verso il cliente che apprezzerà e tornerà di nuovo. Cosa ci avrebbe perso la proprietaria italo-americana a darmi un altro pacco di fette biscottate non scadute? Non sarebbe andata in rovina. Così ha perso un cliente. E non parliamo del customer service italiano in Italia. Ricordo ancora quando acquistai delle casse audio per il pc e appena aprii il pacco, in macchina, al parcheggio del negozio, notai che l'alimentatore era rotto. Tornai subito al negozio mi fecero un sacco di storie: Si ma cosa ne sappiamo che non ti è caduto a terra quando hai aperto la scatola? Era tua responsabilità controllare tutto all'interno del negozio...Il tizio mi diede un numero telefonico del customer service per chiedere un rimborso e provai decine di volte ma nessuno rispondeva a quel numero e alla fine decisi di comprare un altro alimentatore di tasca mia. Non tornai più in quel negozio e gli feci cattiva pubblicità con tutti i miei amici. Credo di avergli fatto perdere almeno una decina di clienti ma in quel periodo era l'unico negozio in zona che vendeva quei prodotti e la mancanza di concorrenza lo poneva in una situazione di "monopolio". Dici clienti in meno non gli avrà causato una grande perdita. Sono piccole cose, certo, ma noi Italiani ci facciamo sempre riconoscere, sia in Italia che in America.
mercoledì 29 novembre 2017
Dialogando sul Black Friday
Un paio di giorni fa chiacchieravo con il ragazzo americano di mia cugina. Un ragazzo in gamba, con una buona cultura e la passione per la politica americana e internazionale. Parlavamo del Black Friday che da pochi anni è diventata tradizione anche in Italia al che lui mi dice che ha sentito che in Germania e in Italia i lavoratori di Amazon hanno scioperato proprio il giorno del Black Friday. Lo diceva con una lieve punta di indignazione anche perchè dal suo punto di vista americano una cosa del genere non è si è mai vista. Uno sciopero totale proprio il giorno del Black Friday? Ma sono pazzi questi a mettere in difficoltà l'azienda proprio il giorno più importante dell'anno? Questo sembrava dire dal tono di alcune sue espressioni.
Lo so - rispondo - ma, bisogna comprenderli, i loro salari sono molto bassi, sui 1200 euro netti al mese, a quanto pare.
E lui, secco: Si ma nessuno li obbliga a lavorare li. Se non gli va, possono sempre cambiare e trovare un altro lavoro.
Questa risposta mi ha fatto riflettere ancora una volta sulle differenze tra Italia e Stati Uniti in ambito lavorativo. Negli Stati Uniti in effetti funziona così: non ti piace il lavoro, il capo, i colleghi? Pensi di meritare uno stipendio più alto? Bene, resisti un pò, chiedi un aumento o migliori condizioni senza paura, vedi cosa succede e se le cose non cambiano, vai via e trovi un altro lavoro. Semplice, chiaro, cristallino. In Italia diremmo se le cose non cambiano, vai via e cerchi un altro lavoro. Negli Usa anche i verbi presuppongono più ottimismo. Il lavoro non lo cerchi, lo trovi, perché è ovvio che dopo una breve ricerca qualcosa troverai. In Italia è un tuffo nel vuoto. E considerando Amazon, quei 1200 non sono neanche male di questi tempi. Molti amici che vivono al Sud mi raccontano che in alcune regioni la media stipendio per alcuni lavori si è drasticamente abbassata fino a raggiungere stipendi da 500-600 euro. La cosa forte e che se tu lo dici ad Americani e (sopratutto) Italo-Americani loro rispondono: ma 600 euro...a settimana, vero? E a quel punto spunta sempre sul mio viso il solito sorriso amaro.
Ma queste cose gli Americani e Italo-Americani non possono capirle. Amano l'Italia da cartolina e per loro è splendida quando la visitano in vacanza. Non hanno mai vissuto la quotidianità italiana, le ristrettezze economiche, la ricerca di un lavoro e come tutti costruiscono il mondo a loro immagine e somiglianza e se le cose vanno male in Italia la colpa è solo nostra. Di chi altri potrebbe essere? In America chi è disoccupato per troppo tempo lo è perché non ha voglia di lavorare, perché dovrebbe essere diverso in Italia?
Non sapete quante volte ho sentite frasi come:
Voi ragazzi Italiani non volete fare sacrifici.
Anche se iniziate a lavorare da McDonald's se poi siete bravi, riceverete aumenti e salirete in carriera.
Dovete rimboccarvi le maniche e poi le soddisfazioni arriveranno.
Dovete rimboccarvi le maniche e poi le soddisfazioni arriveranno.
Vai a spiegare che ci sono laureati che hanno buttato al vento anni di studio per lavorare in un supermercato o in una pizzeria a 800 euro al mese, se va bene, e restano li per anni senza un euro di aumento e senza alcuna speranza di fare carriera. Che futuro possono avere i giovani in Italia? E infatti chi può compra un biglietto e prova a vivere all'estero. Ogni anno 100mila giovani lasciano l'Italia, il Paese più bello del mondo. Un motivo ci sarà.
Comunque ho notato che quando Americani e Italo-Americani si convincono che la crisi italiana è davvero più nera di ciò che sembra, che gli imprenditori schiavizzano i ragazzi con stipendi da fame, che lo Stato non riesce o non vuole controllare, loro ripartono all'attacco con delle obiezioni frequenti, molto logiche e pragmatiche: Va bene, è un periodo di crisi ma perché voi giovani non aprite un'attività? Perché volete sempre lavorare come dipendenti? Se la situazione è così brutta come dite aprite una compagnia e le cose andranno meglio.
Vagli a spiegare che le tasse strangolano le imprese e moltissime hanno dovuto chiudere proprio per non riuscire a pagarle tutte.
In realtà a questa ennesima contro obiezione loro iniziano a pensare: Eh si, i datori di lavoro sfruttano, lo Stato non fa i controlli, lo Stato sommerge di tasse i giovani che aprono attività. Ma è davvero cosi brutta la situazione in Italia? Eppure è un paese meraviglioso dove i giovani sembrano felici.
Non è una congettura perché frasi del genere me le hanno dette spesso in passato, fino al giorno in cui ho deciso di non addentrarmi più in questi discorsi. Generano solo incomprensioni e malumori.
Devo solo ritenermi fortunato di essermi salvato all'ultimo secondo andando via dall'Italia prima che fosse troppo tardi, riuscendo a conquistare a fatica un minimo di serenità economica.
Devo solo ritenermi fortunato di essermi salvato all'ultimo secondo andando via dall'Italia prima che fosse troppo tardi, riuscendo a conquistare a fatica un minimo di serenità economica.
Per quanto riguarda il Black Friday gli Americani sono riusciti a introdurre una nuova festa commerciale, ma chissà perché non sono riusciti a introdurre le loro idee di meritocrazia e stipendi più umani.
sabato 11 novembre 2017
Mangiare sul divano in America
Qualche giorno fa guardavo un video di una youtuber americana che vive in Italia. Parlava in tono simpatico e divertente di alcuni aspetti italiani che ancora non riesce a concepire. Tra questi l'abitudine di mangiare sempre seduti a tavola.
Diceva che riusciva anche a concepire di mangiare a tavola quando si va a pranzo la domenica dalla nonna del ragazzo (italiano) ma poi si chiedeva: che senso ha sedersi a tavola in tutte le altre occasioni? Ad esempio quando siamo solo io e il mio ragazzo?
Mi faceva ridere perché prendeva in giro i modi di fare ragazzo che vuole sempre sedersi a tavola e usare le tovagliette carine come fosse Natale e pensavo: le tovagliette sono troppo di classe per lei, figuriamoci la tovaglia che è di uso comune ad ogni pranzo o cena in tutte le famiglie italiane. Quando va usata secondo lei, solo quando va la Regina di Inghilterra a fargli visita? Ma poi, penso io, non è molto più comodo mangiare a tavola invece che portarsi il piatto sul divano e rischiare di macchiare se stessi e il divano. Si può mangiare un piatto di pasta al sugo in salotto?
Ma a parte questo mi ha dato spunti di riflessione su alcune differenze culturali tra iItalia e Usa.
E' vero e lo ho notato anche io: a meno che non si tratti di occasioni speciali in America raramente la famiglia si riunisce per mangiare attorno a un tavolo. E raramente mangiano tutti assieme. Nessuno aspetta l'arrivo dell'altro per mangiare assieme. Chi prima arriva mangia e gli altri mangeranno più tardi. Ricordo ad esempio che quando vivevo dai miei parenti italo-americani mia zia cucinava per il mio cuginetto che tornava a casa da scuola, prendeva il piatto e se lo portava in salotto. E mangiava sul divano guardando la tv. Mia zia nel frattempo sistemava altre cose in cucina e poi andava anche lei in salotto a tentare una conversazione con suo figlio che però era molto preso dalla tv, non le dedicava molta attenzione e rispondeva a monosillabi. In Italia invece ricordo invece che quando tornavo da scuola mia madre faceva aspettare me e i miei fratelli l'arrivo di mio padre dal lavoro per mangiare tutti assieme, seduto alla stessa tavola, addirittura con la tovaglia!
L'usanza americana di mangiare da soli sul divano senza aspettare gli altri componenti della famiglia mi ha dato una forte impressione di egoismo e disunità. E' anche vero che generalmente la donna più importante di casa in Italia si trova in cucina mentre in America no. Non parlo della mamma ma della TV alla quale si deve dare la priorità e tutta l'attenzione possibile. E' lei la nostra mamma alla quale dobbiamo obbedire. E quindi in Italia soffriamo di meno a mangiare in cucina visto che la TV è proprio li. Ma a parte questo continuo a ritenere che sia vero che il senso di famiglia è molto più forte da noi in Italia.
Un altro episodio, come esempio. Ricordo ancora il barbecue organizzato da una mia parente italo-americana per festeggiare la sua laurea. Invitò molti parenti ai quali diede lo stesso orario. Qualcuno era in ritardo a causa del traffico, chi di 10, chi di 20 minuti, niente di più. Invece di aspettare e iniziare a mangiare tutti assieme, chi era già li iniziò a mangiare e gli altri mangiarono appena arrivati. Io che ero lì dall'inizio mi sentivo a disagio a mangiare senza aspettare l'arrivo degli altri ma nessuno ci faceva caso, tutti presi dal loro egoismo e infatti notai che nessuno, dico nessuno si ricordò di fare gli auguri alla mia (e loro) parente per la laurea. Mi sembrò che anche lei non ci fece troppo caso, probabilmente sapeva che in America si fa così. Non ci sono troppe formalità. Aspettare, magiare tutti assieme, mettere tavola, farsi gli auguri? Queste sono cose burocratiche, da famiglie italiane. Comunque sono differenze culturali che ho notato frequentando molte persone ma sono sempre basate sulle mie esperienze e quindi non hanno valore universale.
Tornando al mangiare sul divano, mi piacerebbe farvi vedere un spot della Barilla in cui l'azienda cerca di andare incontro a questa usanza americana. E' uno spot furbetto e intelligente, trasmesso per il mercato americano, che cerca di ribaltare l'idea della famiglia disgregata con la trovata di un padre e figlio che mangiano seduti al divano ma solo quando la mamma non c'è. E' una cosa sconveniente, che non si fa, in effetti...ma vedete quanta complicità tra padre e figlio? Perché dove c'è Barilla c'è casa, anche in America, anche se si mangia seduti al divano.
venerdì 14 luglio 2017
La guerra degli YouTuber Italiani all'estero
Cari lettori, seguo da alcuni mesi molti canali YouTube di Italiani all'estero, in particolare quelli che vivono negli Stati Uniti. E' un fenomeno interessante per chi come me è appassionato di letteratura perché questi YouTuber sono dei veri e propri personaggi di "romanzi in progress" che raccontano le loro vite in un Paese in cui stanno cercando di trovare la propria strada. E non è un caso che queste storie facciano appassionare migliaia di followers che li seguono quotidianamente e sono sempre in attesa di un nuovo video-capitolo. Bene, questi YouTuber ci hanno intrattenuto per mesi ma negli ultimi giorni qualcosa è cambiato e dopo un periodo sempre più interessante in cui le loro storie hanno iniziato ad intrecciarsi e sono nate delle interessanti amicizie e collaborazioni, sono arrivate le prime punzecchiatine, gli sfottò, le invidie, le offese indirette e poi sempre più esplicite.
Ne sono nate scaramucce, video acidi contro alcuni difetti dell'altro, video di risposta, finché sono iniziati a volare gli stracci e all'improvviso è scoppiata una guerra di tutti contro tutti tra nuovi fronti aperti ogni giorni, nuove battaglie e nuove alleanze. Chi attaccava, chi ignorava gli attacchi, chi si difendeva, chi si è sentito in causa, chi ne è stato tirato dentro per i capelli, chi è voluto restarne fuori, chi è andato via ignorando tutto e tutti. Poi le acque si sono apparentemente calmate, o forse è solo una breve tregua. E' stato uno spettacolo interessante ma in definitiva molto triste che mi ha fatto riflettere sul fagotto che noi Italiani ci portiamo addosso anche quando ce ne andiamo all'estero: l'invidia, la lamentela, l'arroganza, la litigiosità. Tutte nel fagotto che proprio non riusciamo di gettare a mare.
Ora capisco meglio e devo amaramente dare ragione agli Americani quando cercano di imitarci. Fateci caso a come ci imitano. Ai loro occhi siamo persone litigiose che alzano la voce e sono sempre pronti alla rissa. E quale è infatti il gesto simbolo che per loro rappresenta l'italiano? Quello del Che diamine vuoi? Ma il fagotto di invidie e litigiosità non ce lo portiamo addosso solo noi neo-arrivati. Anche gli Italo-Americani di vecchia generazione, arrivati qui negli anni 70, ne sanno qualcosa. Ne ho frequentati molti e ho notato che anche loro quando parlano sono pieni di invidia, di astio, di disprezzo verso gli altri Italo-Americani, parenti e amici, e non perdono occasione per parlarne male.
Ne sono nate scaramucce, video acidi contro alcuni difetti dell'altro, video di risposta, finché sono iniziati a volare gli stracci e all'improvviso è scoppiata una guerra di tutti contro tutti tra nuovi fronti aperti ogni giorni, nuove battaglie e nuove alleanze. Chi attaccava, chi ignorava gli attacchi, chi si difendeva, chi si è sentito in causa, chi ne è stato tirato dentro per i capelli, chi è voluto restarne fuori, chi è andato via ignorando tutto e tutti. Poi le acque si sono apparentemente calmate, o forse è solo una breve tregua. E' stato uno spettacolo interessante ma in definitiva molto triste che mi ha fatto riflettere sul fagotto che noi Italiani ci portiamo addosso anche quando ce ne andiamo all'estero: l'invidia, la lamentela, l'arroganza, la litigiosità. Tutte nel fagotto che proprio non riusciamo di gettare a mare.
Ora capisco meglio e devo amaramente dare ragione agli Americani quando cercano di imitarci. Fateci caso a come ci imitano. Ai loro occhi siamo persone litigiose che alzano la voce e sono sempre pronti alla rissa. E quale è infatti il gesto simbolo che per loro rappresenta l'italiano? Quello del Che diamine vuoi? Ma il fagotto di invidie e litigiosità non ce lo portiamo addosso solo noi neo-arrivati. Anche gli Italo-Americani di vecchia generazione, arrivati qui negli anni 70, ne sanno qualcosa. Ne ho frequentati molti e ho notato che anche loro quando parlano sono pieni di invidia, di astio, di disprezzo verso gli altri Italo-Americani, parenti e amici, e non perdono occasione per parlarne male.
Eppure gli Americani non sono così, e raramente vedo in loro questa forte concentrazione di astio e negatività.
Tornando al mondo di YouTube, ad esempio, a me piace guardare video di chitarristi amatoriali che mostrano come si suonano alcuni pezzi con la chitarra. Ho notato che i video dei chitarristi in erba italiani ricevono spesso commenti di questo tipo:
- Si però il sound non è proprio lo stesso.
- Hai sbagliato una nota li e una anche là.
- Attacca la chitarra al chiodo che ne hai strada da fare.
- Jimi Hendrix si starà rivoltando nella tomba!
Ma se lo stesso pezzo lo suona un americano i commenti degli Americani sono in gran parte di questo tipo:
- Thank you, man.
- Keep up the good work!
- Wow, very good.
- You are very talented, keep playing bro!
Sempre restando su YouTube, seguo anche alcuni canali di ragazzi americani che vivono in Italia e le differenze son palesi. Non si conoscono tra loro, non si cercano, non si mettono in competizione, non si lanciano frecciatine, non litigano e non polemizzano. Sempre sorridenti, simpatici, solari vanno avanti per la propria strada e raccontano l'Italia con entusiasmo e positività.
Perché noi Italiani non riusciamo a fare altrettanto e dobbiamo sempre rivelare sugli altri i contenuti di quel putrido fagotto?
Dopo tanti anni all'estero non sono ancora riuscito a trovare risposta. Forse potete aiutarmi voi?
venerdì 12 maggio 2017
Il giudice Sotomayor e il ruolo della politica in America
Una delle differenze più evidenti tra la mentalità americana e quella italiana è il ruolo che viene attribuito alla politica. In Italia i politici sono sempre nei nostri pensieri. Ne parliamo per ore, ci animiamo, litighiamo e chiudiamo delle amicizie dopo uno scontro particolarmente acceso con un amico che supporta il partito o il politico avversario. Deleghiamo tutto alla politica. Se la nostra vita va male la colpa è dei politici, se c'è qualcosa di buono (quasi mai) il merito è di una nuova legge approvata dal nostro partito politico. Se vogliamo aprire un'attività attendiamo i fondi pubblici, statali o europei che possono essere sbloccati solo con l'intervento della politica. E così aspettiamo, speriamo, ci deprimiamo, non agiamo, non rischiamo e non investiamo i nostri risparmi in qualcosa di nuovo. Insomma, come ripeto spesso, deleghiamo alla politica il destino delle nostre vite e attribuiamo ai politici due funzioni principali: Capro Espiatorio e Messia. Negli Stati uniti le cose sono differenti. Certo anche qui si discute molto di politica, partiti, proposte di legge, deputati e senatori. In realtà negli uffici c'è la regola non detta di non parlare mai di politica (e di religione) per non creare dissidi, malumori, antipatie e litigi tra colleghi ma insomma in qualsiasi altro luogo se ne discute e spesso anche animatamente, proprio come in Italia. Però i politici non sono nelle menti degli Americani ogni minuto delle loro vite. Torniamo un attimo in Italia e prendete ad esempio i telegiornali italiani. I politici sono presenti dalla prima all'ultima notizia. Anche se si parla di un derby calcistico devono sempre dirti quale politico era tra i tifosi del Milan e quale tra i tifosi dell'Inter. In Usa, invece, due giorni dopo l'elezione del Presidente tutti sono tranquillamente a lavorare senza parlare di politica e non ne parlano più. La politica è importante ma fino a un certo punto, non invade la vita delle persone ogni ora della giornata. Insomma gli Americani agiscono, rischiano, investono, e non aspettano con ansia i favori, le concessioni o le leggi della politica. Il futuro è nelle loro mani, non viene delegato ai politici. L'altra sera guardavo su YouTube un puntata di Otto e Mezzo condotto da Lilli Gruber. Tra i suoi ospiti c'era uno dei giudici della Corte Suprema americana: Sonya Sotomayor. Una storia interessante la sua, che ha raccontato nella sua autobiografia My Beloved World, best seller negli Usa.
Al minuto 8:00 Lilli Gruber chiede se la fiducia nelle istituzioni è diminuita negli Usa dopo l'elezione di Trump e Sotomayor risponde con un discorso molto semplice sul non affidarsi troppo alla politica se si vuole realizzare i propri sogni. In poche parole riesce ad esprimere bene la differenza di mentalità tra Stati Uniti e Italia. Vi consiglio di ascoltarla. Pragmatismo e azione per gli Americani. Disfattismo e attesa, ahimè, per gli Italiani. Cosa ne pensate?
giovedì 11 maggio 2017
Uber, Taxi e il futuro che bussa alle porte
Qualche settimana fa sono andato a NYC a incontrare Matteo Bertoli, regista di origini bresciane e amico "virtuale" ormai da molto tempo. Qui è la sua video-intervista per il blog. Era a NY per lavoro e quindi, poiché no, è stata una buona occasione per conoscersi dal vivo e prendere una birra assieme. E' un ragazzo simpatico, pieno di idee, ambizioni e progetti che non avrebbe mai potuto realizzare in Italia. Insomma una bella serata in giro per New York. Dopo una birra in un pub abbiamo deciso di andare a prendere una pizza da Luzzo's, e così Matteo ha aperto l'app di Uber sul suo iPhone, ha inserito il percorso, ha controllato ed accettato il prezzo, circa $5, e abbiamo aspettato la nostra macchina. Io non ero mai salito su un'auto Uber, perché giro sempre con la mia macchina o alcune volte mi muovo in metro, ma conosco bene la compagnia e so che tutti i miei colleghi lo preferiscono al taxi sia per la comodità che per il prezzo. La macchina è arrivata dopo un paio di minuti. Comodissima. C'erano anche altri passeggeri che sono scesi prima di noi. Arrivati a destinazione siamo scesi dalla macchina e Matteo ha ricevuto i dettagli della corsa e il costo, già noto, sulla sua app perché, come forse sapete, prende i soldi vengono presi da Uber in automatico sulla credit card inserita al momento della creazione dell'account. Tutto molto efficiente, comodo, veloce.
E cosi' ho iniziato a pensare per un momento ai nostri tassisti italiani e alle scene di guerriglia viste in tv negli ultimi mesi, contro la concorrenza di Uber.
Non so, avranno anche le loro buone ragioni per protestare ma vorrei fare alcune brevi considerazioni. Ricordo quando prendevo il taxi in Italia ai tempi dell'università. Non sapevo mai quanto sarebbe costata la corsa. Il tassametro per i tassisti era un semplice optional. A fine corsa cercavano sempre di arrotondare il prezzo con delle scuse assurde sui prezzi variabili per il borsone e lo zaino. Era sempre una lite, un contrattare, uno studiarsi a vicenda già da quando salivi sul taxi. Un vero duello psicologico. Il tassista cercava di capire che tipo eri per vedere se poteva fregarti e tu cercavi di fargli capire che eri uno più dritto del tassista, un ragazzo vissuto che non si faceva fregare facilmente. Un un mio amico aveva addirittura escogitato un suo metodo a suo dire infallibile per non farci fregare...al tassista napoletano bisognava far credere che fossimo napoletani anche noi, il mio amico ci credeva davvero ma io scoppiavo a ridere non appena lui sfoderava un falso accento partenopeo che neanche Brad Pitt in Inglorius Basterds avrebbe fatto di peggio. Stranamente poi quando scendevamo dal taxi il tassista cercava di farci pagare una cifra che a occhio e croce era il triplo di quello che avrebbe chiesto a un vero napoletano... E giù litigi e contrattazioni nel nostro dialetto tipico lucano. Inoltre a quei tempi, ma oggi più che mai, i tassisti non accettavano pagamenti con carte di debito o carte di credito, adducendo scuse più disparate: Non ho il POS, il POS è rotto, si paga troppo in commissioni, me lo hanno rubato gli zingari. Ma come ha mostrato un servizio de Le Iene il motivo reale è uno solo: se si fanno pagare in contanti possono evadere le tasse e dichiarare 30mila euro l'anno quando invece gliene entrano 60. E queste entrate che vengono a mancare allo Stato vengono recuperate con l'aumento delle tasse ai cittadini più onesti che aiutano l'evasione e si lamentano contro i politici anche perché come dicono in molti: Usare le carte di debito e di credito io? Ma sei scemo! Poi saremo tutti controllati. E le banche assassine. E non voglio far sapere come spendo i miei soldi ai banchieri. E l'Europa delle banche ci vuole tutti schiavi. E il gruppo Bilderberg domina su di noi.
E intanto restiamo al medioevo ad aiutare gli evasori. Mentre il mondo si evolve e noi in Italia andiamo sempre più a fondo. Ma questa è un'altra storia.
E intanto restiamo al medioevo ad aiutare gli evasori. Mentre il mondo si evolve e noi in Italia andiamo sempre più a fondo. Ma questa è un'altra storia.
Insomma i tassisti devono farsene una ragione, se Uber ha questo successo i motivi sono semplici:
Quindi ai tassisti nostrani darei solo un consiglio:
Dovreste sapere che nel giro di pochi anni, ad essere ottimisti un decennio, tutti gli autisti verranno sostituiti da macchine automatiche guidate dagli algoritmi dei computer.
Autisti di taxi e autisti di Uber saranno presto preistoria.
Volete restare ancorati al medioevo? Adeguatevi ad Uber per poter resistere qualche altro anno prima di essere spazzati via dalla modernità dell'intelligenza artificiale. Il futuro bussa alle porte, anche a quelle dei vostri taxi.
- E' un sistema moderno.
- Ti dice già quanto pagherai prima di salire in macchina e il prezzo non varia in base al tempo di percorrenza. Nessuna sorpresa, litigio, contrattazione.
- Ti indica sulla mappa dove si trova la macchina e ti fa sapere in quanti minuti sarà da te.
- E' tutto registrato, non paghi in contanti e poiché il pagamento è tacciabile sai già che non stai contribuendo all'evasione di un tassista furbetto.
Quindi ai tassisti nostrani darei solo un consiglio:
Dovreste sapere che nel giro di pochi anni, ad essere ottimisti un decennio, tutti gli autisti verranno sostituiti da macchine automatiche guidate dagli algoritmi dei computer.
Autisti di taxi e autisti di Uber saranno presto preistoria.
Volete restare ancorati al medioevo? Adeguatevi ad Uber per poter resistere qualche altro anno prima di essere spazzati via dalla modernità dell'intelligenza artificiale. Il futuro bussa alle porte, anche a quelle dei vostri taxi.
Iscriviti a:
Post (Atom)






