lunedì 13 giugno 2022

Lavorare in ufficio America

Potrei scrivere un libro sul lavoro da impiegato di ufficio negli Stati Uniti ma vi risparmio. Però poiché a voi piace leggere della vita quotidiana americana, altrimenti non sareste qui, potreste trovare interessante questo post. Premetto che si basa solo sulle mie esperienze personali relative al lavoro in aziende del Connecticut e New York. Sarebbe interessante leggere anche i commenti di chi segue questo blog e lavora in Usa nello stesso contesto di un lavoro di ufficio o comunque in un qualsiasi contesto da dipendente. E sarebbe interessante leggere se ci sono similitudini o differenze con il lavoro di ufficio in Italia. Io non potrei fare paragoni con l’Italia perché se escludo un paio di esperienze, durate una settimana l’una, non ho mai lavorato in Italia.
Ma veniamo agli Usa. Iniziamo dalla ricerca di lavoro.

RESUME:
Ogni volta che ho mandato un resume (CV) in America mi hanno quasi sempre risposto, anche quando ho inviato una candidatura spontanea. Un’email anche solo per dirmi “Grazie per il Resume ma al momento non ci sono posizioni aperte” l’ho sempre ricevuta. In realtà ho notato che negli anni recenti rispondono meno. Ma la percentuale di risposta direi che è sui 60%-70%.
Sul resume nessuno mette la data di nascita anche se ovviamente tramite i social un potenziale datore di lavoro può facilmente risalire alla vostra età.

COLLOQUIO:
Il colloquio di lavoro in America mi piace perché senti che sei lì “da pari a pari”. Non vai col cappello in mano e con la sensazione che chi ti sta di fronte ti stia facendo un favore ad ascoltarti e ancora di più ad offrirti un lavoro. È vero, tu hai bisogno di un lavoro ma anche chi ti sta di fronte ha bisogno di un lavoratore e anche se è un importante dirigente d’azienda non si atteggia Dio sceso in terra. Ho sostenuto ad esempio un colloquio da Starbucks sorseggiando una tazza di caffè gentilmente offerta dal potenziale datore di lavoro. Io ultimo degli scappati di casa e lui importante amministratore delegato. E quando arrivò una telefonata rispose ma disse richiamarlo più tardi perché era impegnato in una conversazione importante. Ricordo ancora uno dei miei colloqui in Italia quando il capo di una piccola azienda ricevette una telefonata. Ovviamente rispose e parlò a questo suo amico per mezz’ora con me li costretto ad ascoltare i suoi fatti personali, anche cosa aveva fatto la sera prima con una ragazza in un locale (tradendo la moglie).

CONTRATTARE LO STIPENDIO:
Al colloquio parlare di stipendio non è tabù. Io lo chiedo anche prima ancora di andare al colloquio, almeno la cifra approssimativa che hanno in mente, per avere un’idea. Devo dire che è un po’ cambiato negli ultimi anni. Tempo fa molte più aziende inserivano la cifra dello stipendio già sull’annuncio di lavoro. Ora o non scrivono niente o in rari casi inseriscono una cifra variabile in base all’esperienza.
Comunque al colloquio si può “contrattare, certo con delicatezza e con un certo margine e solo quando hai capito che sono davvero intenzionati ad assumerti, ma si può fare. È quasi normale.
Elementi da non trascurare e da chiedere in fase di colloquio a parte lo stipendio sono i giorni di vacanza, e i benefit come bonus, assicurazione e 401K. Ogni compagnia offre, o non offre, determinati benefit.

ASSICURAZIONE:
L’assicurazione medica è un benefit che mi hanno sempre dato anche se in forme diverse: una compagnia pagava per me il 70% del costo (il 30% veniva detratto dalla mia busta paga), un’altra il 100%. Anche se pagano al 100% potrebbe essere migliore e con più copertura quella per cui paghi il 30%. Solitamente le aziende ti danno quella medica e quella dentale, più raramente anche quella oculistica.
A volte per risparmiare la compagnia decide di cambiare assicurazione e in quel caso puoi avere qualche fastidio come ad esempio cambiare medico o specialists perché loro non sono “in network” con la tua nuova assicurazione. Puoi continuare ad andare da loro ma essendo “out of network” pagheresti molto di più. Sostanzialmente non hanno accordi specifici con la compagnia assicurativa. Ma chi è più esperto di me può spiegare meglio queste dinamiche.

401K:
Il 401K è un ottimo benefit. Non tutte le aziende lo offrono. È una pensione integrativa: ogni mese viene detratta una percentuale del tuo stipendio che viene versata direttamente in questo fondo. La percentuale la decidi tu e puoi sempre cambiarla. La compagnia d’insolita fa in match ad esempio arriva a versare per te fino al 5%. Se tu versi il 3% loro versano il 3%, se versi il 5% loro versano il 5%, ma se versi il 6% loro versano sempre il 5%, oltre non vanno. Non tutte fanno il match da come ho capito ma quando lo fanno è come ricevere un bonus perché sono soldi che versano per te e sono tutti tuoi, nel tuo fondo. Ho notato che in alcune compagnie cercano quasi di nasconderti questo benefit. Mi è capitato un paio di volte. Se sei naive o appena arrivato potrebbero non dirti o meglio non ricordarti che offrono il 401k. Devi sempre essere e tu di ricordarti di fare domanda solitamente dopo i primi 3 mesi di lavoro. Ma è normale, se la compagnia offre un benefit sta a te ricordarti se e quando fare domanda. C’è anche chi non ne usufruisce perché non può o non vuole ricevere in meno di paga ogni mese ma io consiglio sempre di farlo, anche una piccola percentuale alla lunga aiuta e si accumula e poi quando c’è il match dell’azienda è bene approfittarne.

ATMOSFERA IN UFFICIO:
L’atmosfera dove ho lavorato è sempre stata molto serena. Anche se si lavora tanto i rapporti tra colleghi sono cordiali, amichevoli, sembra quasi di stare in famiglia. I superiori, i manager, e l’amministratore delegato non se la tirano, ti trattano da pari a pari e si fermano a chiacchierare a lungo con te. Ogni tanto arriva un CEO (amministratore delegato) un pò snob e distante ma almeno nella mia esperienza dal 2004 ad oggi sono casi molto rari.

ORARIO E STRAORDINARI:
Ho lavorato inizialmente per una compagnia medio-piccola. L’orario era dalle 8:30am alle 5:30pm ma spesso c’era talmente tanto da fare che restavo fino alle 7pm. Gli straordinari non venivano pagati ma mi andava anche bene perché dopo un paio di anni, oltre al salario, mi diedero anche le provvigioni sulle vendite (vendite dei nostri agenti e negozi), che mi portò a guadagnare da 5 a 7mila in più l'anno. Il problema è che mi feci prendere dalle provvigioni e per alcuni mesi lavorai molte ore anche di sabato e di domenica. Poi mi imposi di non lavorare il weekend perché era diventato troppo stressante. Le altre compagnie per cui ho lavorato, invece, sono più precise. Alle 5:30pm si esce. Se c’è bisogno di fare qualche ora di straordinario (anche se cercano sempre di evitarlo) ti pagano quelle ore una volta e mezza. Se prendi $20 l'ora regolarmente, le ore di straordinario vengono pagate $30 l'ora.

LAVORO AT WILL:
Il lavoro di ufficio in America è generalmente “at will”, almeno nel mio caso è sempre stato così. Vuol dire che la compagnia può licenziarti dall’oggi al domani senza tante scuse anche se è cortesia darti almeno due settimane di preavviso. In alcuni casi però possono davvero mandarti a casa all’improvviso, solitamente per motivi gravi, e tu non finisci neanche la giornata, prendi le tue cose, le riponi nella classica scatola, e vai via. La stessa cosa però vale per il dipendente che può andare via dall’oggi al domani senza preavviso, ma anche in questo casò è cortesia dare almeno un paio di settimane di preavviso. La cosa particolare se considero le due mie brevi esperienze italiane (volevano offrirmi un lavoro con un contratto a tempo determinato di 6 mesi e un altro con contratto a progetto di 5 settimane, entrambi FORSE rinnovabili), è che mi sento meno precario in Usa con il lavoro At Will, ma se lavori bene non ti licenziano, che non in Italia con quei contratti.

LICENZIAMENTI:
Il licenziamento è sempre delicato. Il licenziato potrebbe fare causa. Qui è il regno delle cause e per ogni inezia sono pronti a fare causa. Un paio di ex colleghe hanno fatto causa perché per loro alcune frasi del capo erano da considerarsi discriminazione e sexual harassment. Un'altra collega, un po’ drama queen, ha fatto causa perché a una festa aziendale qualcuno ha fumato in sala e a lei avrebbe fatto male. Quindi figuriamoci come sono pronti a far causa per un licenziamento ingiusto. Ho notato che quando vogliono licenziare non dicono “Dobbiamo licenziarti” ma “La tua posizione è stata eliminata”. Un po’ come a dire “Non è che licenziamo te ma è proprio che la tua posizione non ci serve più”. In quel caso chi viene licenziato controlla, spiando su LinkedIn o chiedendo agli ex colleghi, se la compagnia ha assunto una nuova persona con lo stesso titolo o se davvero quella posizione è stata eliminata.

GIOVANI E ANZIANI:
L’idea che mi sono fatto è che i giovani hanno molta facilità a trovare lavoro perché in un sistema dove gli aumenti per chi se li merita arrivano puntuali, da quando sei un ragazzino appena uscito dal college a una ventina di anni più avanti, puoi anche raddoppiare o triplicare lo stipendio iniziale. Chi ha 50 anni è normale (anche se ci sono eccezioni) che guadagni anche molto di più del neo laureato 22enne. E quindi la compagnia a un certo punto potrebbe pensare: mi tengo il 50enne con esperienza che mi costa 100mila l’anno o assumo un 22enne a cui posso dare 50mila? Va bene che ha meno esperienza e dovremmo fargli un training per “metterlo a regime”, ma è giovane e avrà entusiasmo e voglia di imparare, quasi quasi mandiamo via il 50enne e prendiamo il ragazzo. Forse anche per questo nelle compagnie dove ho lavorato ho sempre trovato un’alta percentuale di ragazzi tra i 22 e i 30 anni.

(continua...)

sabato 14 maggio 2022

10 superstizioni americane

Oggi vi porto nel mondo delle superstizioni. Gli Americani hanno molte superstizioni simili alle nostre come ad esempio non camminare sotto una scala, non rompere un specchio, o il gatto nero che porta sfortuna. Ma ci sono delle superstizioni solo americane? Ho fatto una ricerca e credo di averne trovate una decina.  Ditemi voi se qualcuna di queste in realtà c’è anche in Italia.


1 - Knock on wood.
Bussare sul legno. È simile al nostro “tocca ferro”. Si usa per far sì che vada tutto bene e che non arrivi la sfortuna. “Have a nice trip!” ti può dire qualcuno e tu potrai rispondere toccando qualcosa in legno “Knock on wood!”
2 - Bad Things come in threes
È un po' come non c’è due senza tre solo che si usa soprattutto per gli eventi negativi. Se te ne capita uno e poi un secondo, si sa che probabilmente sta per arrivare un terzo.
3 - La zampa di coniglio
Indossare una zampa di coniglio porta fortuna ma deve essere rivolta verso l’alto. Mi sono chiesto il perché e la ragione è semplice. Il coniglio è simbolo di abbondanza perché sono molto prolifici. Quindi la zampa di coniglio porta fortuna, forse un po' meno al coniglio.
4 - Rabbit rabbit rabbit
Sempre legata al coniglio dire “Rabbit rabbit rabbit” quando ci si sveglia il primo giorno del mese, porta fortuna.
5 - Trattenere il fiato quando si passa con la macchina accanto a un cimitero
Probabilmente per evitare che lo spirito di un morto possa entrare nel nostro corpo. Questo del respiro e delle anime che possono entrare ed uscire dal corpo si lega un pò al “God Bless you” o “Bless you” che si dice a chi fa uno starnuto. tramite un forte starnuto si pensa che l’anima possa uscire dal corpo e il diavolo possa prontamente rubarla.
6 - Alzare il piede sopra i binari
Simile alla superstizione di quando si passa accanto a un cimitero. Si alza un piede quando dopo un passaggio a livello si passa sopra ai binari. Forse per scongiurare un incidente futuro con il treno.
7 - "Something old, something new, Something borrowed, something blue"
Questa frase sta a ricordare che una sposa deve indossare qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo, qualcosa preso in prestito e qualcosa di blu. Sto cercando info su questa tradizione.
8 - Passare sopra una crepa nel terreno
Porta male. In una crepa puoi inciampare e credo sia anche il simbolo di una caduta spirituale che non porta mai a niente di buono.
9 - Il numero 13
Porta male e infatti se ci fate caso in molte ascensori dei palazzi il numero 13 non c’è. Tempo fa lavoravo in un palazzo che aveva proprio 13 piani ma l’ultimo piano veniva chiamato Penthouse e indicato con PH in ascensore. Sarà stato un caso?
10 - Lucky penny
Trovare una moneta da un centesimo per terra porta fortuna ma…deve avere la testa rivolta in su. Credo che questa superstizione sia stata aggiornata negli anni. Non è difficile trovare una monetina da un centesimo e quindi per renderla più valida è stata aggiunta la variante della “testa in su”. Attenzione se ne trovate una con l’altro lato in su, quello che noi chiamiamo croce e gli americani “tails”, bisogna girarla e lasciarla per terra con la testa in su e non raccoglierla. Si passa così la fortuna a qualcun’altro che verrà dopo.

sabato 19 marzo 2022

Parole ed espressioni slang americane

Non so mai se alcune parole o espressioni americane siano conosciute anche in Italia. Ho notato che grazie ai social e a Netflix oggi molti ragazzi conoscono l'inglese americano e tante espressioni in slang.
Ecco alcune parole, espressioni in slang o "falsi amici" americani:
TO FLEX: letteralmente vuol dire flettere, come ad esempio quando si alzano dei pesi in palestra. Ma oggi nel mondo dei social media viene anche usato come sinonimo di "show off", ovvero vantarsi, mettersi in mostra in modo ridicolo.
SHOTGUN: Letteralmente è un fucile da caccia. La prima volta che ho sentito questa espressione slang ero con due colleghi americani e stavamo andando alla macchina di uno di loro per andare a pranzo. Uno dei due ha detto "I claim Shotgun!" e io ho pensato "Che diamine c'entra ora il fucile?" Poi mi hanno spiegato che è un modo per dire: Mi siedo io sul sedile accanto al guidatore. Perché si dice così? Se ho capito bene è perché su alcune carrozze trainate da cavalli, chi era accanto al cocchiere aveva un fucile per difendersi da eventuali attacchi.
G.O.A.T.: si legge spesso e vuol dire Greatest Of All Times, insomma una cosa o una persona fantastica.
TERRIFIC: Lo avete sentito molto spesso da Trump. Potrebbe sembrare "terrificante" quindi qualcosa di negativo, ma il significato è simile a "straordinario". Un cosiddetto false friend, falso amico perché pensi che abbia un significato ma ne ha un altro.
I AM SINGLE AS A PRINGLE: questa mi fa ridere e rende bene l'idea, se conoscete le note patatine, una sopra l'altra ma nettamente separate, di essere single.
HODL: questa è molto usata nel mondo crypto in cui come sapete il valore può salire o scendere di moltissimo anche nel giro di poche ore o pochi giorni. Quando una crypto scende molto, tutti i possessori dicono agli altri, tentati di vendere, HOLD IT! ovvero non vendete, altrimenti il valore scenderà ulteriormente. Qualcuno nella fretta di scrivere ha scritto HODL IT! E così molti oggi anche in tono scherzoso scrivono HODL!
YOLO: You Only Live Once. Si vive una volta sola, quindi goditela.
SIMP: Il simp lo tradurrei come zerbino. In poche parole il simp è colui che per conquistare o non perdere una donna farebbe di tutto. Mi fa venire in mente la canzone Servi della gleba di Elio e le storie tese. Credo che oggi venga usato anche per le donne che farebbero di tutto per gli uomini che vorrebbero conquistare.
KAREN: Karen è usato per indicare una donna che si offende e si arrabbia facilmente anche per piccole cose. Insomma una rompipalle suscettibile e fastidiosa.

O.J.: Se in un locale chiedete a glass of O.J. cosa vuol dire? Semplice: Un bicchiere di Orange Juice, succo d'arancia. Ah la mania americana di abbreviare tutto.

A CUP OF JOE: Se vi chiedessero "Would you like a cup of Joe?" cosa pensate vi vogliano offrire? Caffè. Sembra che questo modo di dire sia nato in Marina quando vennero proibiti i drink alcolici sulle navi e la bevanda più forte era il caffè. Poichè il caffè è una bevanda comune e il nome Joe è un nome altrettanto comune, i marinai iniziarono a dire "Give me a cup of Joe" con un tono un po' triste e sconsolato. Un po' come a dire "Dammi una tazza di Mario Rossi, va".

mercoledì 16 marzo 2022

Voci di italiani in America - Davide Mamone

Vivo a: Lafayette, Louisiana

In Usa dal: 2017
Professione: Giornalista
Canali: 
IG https://www.instagram.com/davidedm91/?hl=it
FB https://www.facebook.com/davide.mamone.35/
Twitter https://twitter.com/davidedm_91
Website https://www.theadvocate.com/search/?l=25&s=start_time&sd=desc&f=html&t=&app=editorial&nsa=eedition&q=davide+mamone

 

• Racconta la storia che ti ha portato negli USA:

La mia tesina delle scuole elementari, nella primavera 2002 fu la descrizione di un viaggio negli Stati Uniti. Mi immaginai di andare a New York e di visitare il Pentagono e la Casa Bianca a Washington e cercai di descrivere nel modo quanto più accurato possibile che cosa avrei potuto vedere, sulla base di quanto avevo letto sui libri di storia e di geografia. Lì capii istintivamente di avere un legame non razionale verso questo Paese, che vedevo così lontano e così pieno di storie da scoprire. Parallelamente ho sviluppato fin da piccolino una grande passione per la scrittura: i miei compagni di scuola, quando veniva chiesto loro di descrivere qualcosa, prendevano i pastelli e coloravano, disegnavano. Io prendevo la penna cancellabile e scrivevo. Il mio arrivo negli USA si basa su queste due componenti: la scrittura e il giornalismo da una parte, il fascino degli orizzonti americani dall’altra. Non potevo non trasferirmi. 

• Di cosa ti occupi qui negli Stati uniti? 

Dopo aver lavorato per quattro anni come corrispondente straniero, scrivendo per il quotidiano milanese Mi-Tomorrow e collaborando saltuariamente per altre testate nazionali come L’Espresso, Radio Popolare, La Repubblica, Panorama, Linkiesta, Il Giornale – InsideOver e 7 Corriere della Sera, sono stato selezionato da Poynter Institute per la Fellowship 2021-22 su media e giornalismo. Al momento scrivo in inglese per The Advocate | New Orleans Times-Picayune, testata vincitrice del Premio Pulitzer 2019, per cui mi occupo di immigrazione e cronaca dalla redazione di Lafayette.

• Quali sono le differenze che hai riscontrato tra la professione di giornalista in Italia e in Usa? 

Le differenze sono onestamente enormi. Ne porto due esempi. Il primo è nei contenuti: in Italia un articolo “tipo” parte spesso con una dichiarazione, un virgolettato. Negli Stati Uniti è severamente vietato. Sempre parlando di virgolettati, in Italia viene concessa una straordinaria libertà di riassumere il contenuto di quanto detto dalla persona intervistata. In inglese questo non viene tendenzialmente permesso: si quota parola per parola, lettera per lettera. Il secondo esempio che porto è nell’atteggiamento, e ci tengo a dire che mi riferisco alla carta stampata perché è il mondo che conosco di più. Ciò che mi ha spesso fatto male in Italia è vedere come troppo spesso il sistema premi il genere di giornalista capace di mettere se stesso di fronte alla notizia di cui parla. Negli Stati Uniti, ribadisco, almeno per la carta stampata, chi fa notizie raramente parla di sé. E quando lo fa, lo fa in sede di presentazione del prodotto, non all’interno dello stesso. Il giornalista, il reporter o come lo descrive l’agenzia Associated Press la “newsperson” è uno strumento, non un fine, non un motivo. È letteralmente la persona delle notizie. Sui social puoi condividere opinioni, ma i post sui social non sono articoli di giornali. Un’altra differenza è legata alla libertà garantita dal Primo Emendamento: in Italia l’uso della querela preventiva nei confronti dei giornalisti è vergognosa e penosa e serve da deterrente per spaventare chi produce contenuti di inchiesta; negli Stati Uniti nulla di tutto questo è minimamente immaginabile. 

• Hai vissuto a New York e ora stai facendo esperienza in uno degli stati meno raccontati dagli Italiani che vivono in America: la Louisiana. Puoi raccontarci qualche impressione sulla diversità di due mondi così diversi? O magari hai riscontrato anche delle caratteristiche comuni che non ti aspettavi?

Sono due Paesi diversi inclusi in uno. New York è la capitale del mondo dove tutte e tutti si incontrano, estremamente frenetica, sempre pronta a cambiare volto e pelle, per natura diversa da tutto. La Louisiana, specialmente Lafayette dove vivo io, si affida molto di più a tradizioni decennali, muta con una velocità diversa, ha un legame con la terra, letterale, molto più forte. Non credo di aver mai visto negli USA così tanto amore verso la propria terra, vista come appartenenza, come l’ho visto in Louisiana. Considero New Orleans come ponte di collegamento tra questi due mondi, New York e Lafayette, in cui ho potuto vivere.

• Le prime impressioni da Italiano in USA e le prime differenze che hai notato rispetto alla vita in Italia

Sono arrivato da solo a New York da Milano nel maggio del 2017 e la prima cosa che ho notato è stata la diversità nei prezzi: affitto, metropolitana, spesa. A New York tutto ha un prezzo salato. Paghi, come si suol dire, l’investimento e lo paghi estremamente caro. Ho trascorso molti dei miei primi mesi, senza contratto fisso e con contatti tutti da costruire, a mangiare pizza a 1 dollaro a pranzo e a cena e a risparmiare su tutto quanto fosse possibile, aiutato finanziariamente da genitori lontani che mi hanno supportato in ogni modo possibile. Una differenza iniziale che ho trovato è stata poi la diversa ripartizione delle giornate: l’orario di cena anticipato, la colazione più fluida, i tempi allungati dai viaggi infiniti con la metropolitana di New York. Essere pendolari all’interno della stessa città è un’esperienza che ti cambia.

• Cosa hanno detto parenti ed amici quando hai detto che saresti andato a vivere negli USA? E cosa dicono oggi?

Come allora, come oggi, gli stessi preziosi consigli per cui sono grato: investi su te stesso, prenditi rischi, esci dalla comfort zone, lavora duro, segui il tuo istinto, pensa al tuo futuro. 

• Cosa ami e cosa non ami degli USA? Come ti sembrano gli Americani, amici, conoscenti, colleghi?

Degli Stati Uniti amo la straordinaria capacità di mettersi costantemente in discussione. È un Paese dalle profonde contraddizioni, solcato da disuguaglianze croniche, influenzato dal razzismo sistemico frutto del “peccato originale”, come lo definiscono molti Washington, dei disumani decenni di schiavitù nei confronti della popolazione afroamericana. Il sistema cambia lentamente, è vero, a volte compie dei passi indietro, ma vivendolo da dentro ti dà la sensazione costante di volersi rigenerare e ridestare: a ogni azione si crea conseguentemente, un secondo dopo, una reazione; nulla è eterno e tutto viene messo in discussione; esprimere il proprio assenso o dissenso è sacro e questo permette un costante interscambio e flusso di pensieri, a volte anche troppo accesi, ma quasi sempre preziosi. Su questo, un ruolo straordinario lo ricopre, ancora, il Primo Emendamento. 

Cosa non amo? L’ossessione per le armi, inaccettabile anche per chi come me ne ha voluto studiare le ragioni storiche e ha dovuto imparare quelle costituzionali. Non amo il fatto che molte e molti neo-cittadini o neo-Green Card si dimenticano che fino a qualche anno prima sono stati dei semplici possessori di visto ed esprimono posizioni di chiusura verso i nuovi arrivi. Non amo la tossica divisione che il Paese sta attraversando in questo periodo storico: il popolo americano si dimentica che sono molte di più le cose capaci di unirli di quelle capaci di separarli. 

• Uno degli episodi che ti ha fatto esclamare: “Siamo proprio in America!”
9 Aprile, 2009. La mia prima volta allo Staples Center a Los Angeles. Fu il regalo dei miei genitori per il mio 18esimo compleanno, previsto per il giorno successivo (il 10). Non fu un aspetto in particolare, a farmi esclamare quella frase, fu l’intera esperienza. Ero proprio, davvero in America. Ero in California. E quel giorno capii che ci sarei dovuto venire a vivere.  

• Cosa ti mancava i primi tempi in USA e cosa ti manca ancora dell’Italia All’inizio solo il cibo e la famiglia poi gli amici e pian piano anche i luoghi giornalieri.

A me dell’Italia mancano in modo particolare le persone: mamma e papà su tutti. Poi la famiglia, tra la mia adorata Milano e la mia amata Sicilia, e gli amici. Ma non ho, onestamente, particolare nostalgia per i luoghi di per sé. Se i miei genitori si trasferissero altrove, potrei vivere senza passare dall’Italia per anni, credo. Per quanto riguarda il cibo, sì, invece, va fatta ammenda: il caffè a 1 euro al bar e la colazione in centro storico a leggere il quotidiano è un’abitudine di cui sento profonda mancanza. Sempre parlando di cibo, non voglio nasconderlo, la nostalgia verso le lasagne di mamma si fa più forte.

• Quando torni in Italia provi il reverse culture shock ovvero noti qualche aspetto che ti colpisce che non avevi mai notato quado vivevi in Italia perché ti sembrava normale?

C’è un momento che si ripete ogni santa volta in cui torno in Italia: atterro dal volo New York – Milano, mi avvio verso il bar dell’aeroporto, mi ritrovo senza contanti e tento di pagare il primo caffè espresso con la carta. La faccia e la reazione del barista di turno sono uno straordinario dipinto del nostro Paese. Negli Stati Uniti non sarebbe stato un problema. 

• Pensi che rimarrai a vita negli USA o un giorno tornerai in Italia?

Non ne ho la più pallida idea.

• Quali consigli vuoi dare agli Italiani che sognano di trasferirsi in America? 

Tante persone vi diranno di non farlo perché è difficile: difficile lo è davvero, è un infinito casino quotidiano, ma se ve la sentite dentro di voi fatelo lo stesso. Anzi, trasferitevi proprio perché vi dicono di non farlo.

Se vuoi, puoi inviare fotografie di 3 luoghi di dove vivi e dirci due righe sul perché sono significativi/importanti/caratteristici per te.

FOTO 1: 
Los Angeles e Santa Monica. Il mio rifugio quando sono stato in crisi.


FOTO 2:
La mia vista di casa a Park Slope, a Brooklyn, nel secondo anno di pandemia


FOTO 3:
Lafayette, Louisiana. Il primo posto dove ho vissuto per quattro settimane in condivisione


domenica 30 gennaio 2022

America: immaginario da film e realtà

La nostra idea di America è condizionata da come l’America vuole mostrarsi al mondo con l’industria cinematografica. Se noi Italiani puntassimo di più su film e serie tv ambientate in Italia, e se riuscissimo ad esportarle nel mondo, il numero di turisti aumenterebbe a livelli esponenziali e anche il numero di chi sognerebbero di trasferirsi in Italia. Ma non dimentichiamo che Hollywood estremizza tutto per creare interesse, sia gli aspetti positivi che negativi.
Quando misi piede in America avevo la mente infarcita di film e serie tv che avevo visto sin da bambino e avevo una specifica idea di America, ma dopo qualche anno ho capito che era solo il modo in cui l’America si vestiva, sotto quel velo avrei scoperto la vera realtà. Ho stilato una lista di punti in cui descrivo con un voto da 0 a 10 quanto l’immaginario costruito dai film si avvicini alla realtà. Ovviamente è tutto basato sulle mie esperienze personali e molti di voi potrebbero fare considerazioni diverse e “dare voti” più bassi o più alti.
MERITOCRAZIA: 7/10
Sì, vero, la meritocrazia esiste, molto più che in Italia. Prendiamo il mio caso: una semplice laurea in lingue e una laurea breve al community college (che non è certo Harvard). In Italia sarei rimasto bloccato per anni con lo stesso stipendio e posizione lavorativa. In America pur non essendo un fisico nucleare, qualche progresso lo ho fatto. In Italia sarei rimasto più fermo. Qui non devi essere un genio per venire valorizzato e premiato. MA, sempre prendendo il mio caso, dipende molto anche dove lavori. Potrebbero farti salire ma fino a un certo punto. Io mi sono trovato meglio quando il mio manager era la nipote del capo (italiano) e, lo so che è una logica strana, non doveva dimostrare niente allo zio. Lei era molto in gamba e lo zio lo sapeva già e quindi poté intercedere per me facendomi ottenere ruoli diversi e qualche buon aumento di stipendio. Nelle compagnie successive, altri manager italiani (un po’ cialtroni, e dall’italiano e l’inglese maccheronico) mi hanno sempre un po’ nascosto agli occhi dei capi. Dovevano dimostrare di far tutto loro. Ma a parte la mia storia, in America la meritocrazia è reale e se hai voglia di cambiare lavoro, puoi facilmente migliorare e perseguire i tuoi obiettivi in carriera.
RICCHI LAUREATI UNIVERSITARI: 6/10
I giovani laureati di università prestigiose vengono coperti d’oro? Vero ma in parte. Sicuramente partono bene, perché non è considerato immorale pagarli anche più di 100mila dollari l’anno. Ma ciò che i film raccontano meno è che molti di loro hanno contratto debiti altissimi con le banche per pagarsi gli studi e una volta laureati una buona parte del loro stipendio dovranno usarlo per ripagare il debito. Vivranno comunque bene ma per ben 15-20 anni navigheranno nell’oro con la paura di perdere il lavoro e doverne trovare subito uno con uno stipendio a sei cifre per poter continuare a pagare il debito studentesco.
GLI AMERICANI SONO INVINCIBILI: 5/10
Innumerevoli film e serie tv su CIA, FBI e agenti segreti danno l’idea che gli Americani siano organizzatissimi, con sistemi di sicurezza all’avanguardia e armi iper-tecnologiche. Invincibili. Vero in minima parte perché seppur ben organizzati, gli Americani sono esseri umani, non supereroi. Si distraggono, commettono errori, e sono impreparati anche loro, forse un po’ meno del resto del mondo ma non poi così tanto.
L’11 settembre è stata una dimostrazione. Vulnerabili perché umani. Prima degli attacchi di quel tragico giorno c’erano stati migliaia di dirottamenti aerei ma i caccia si erano sempre alzati con calma per affiancare l’aereo dirottato e far atterrare il dirottatore. Come potevano immaginare che da un giorno all’altro i dirottatori non sarebbero atterrati come sempre in un altro aeroporto ma si sarebbero schiantati contro dei grattacieli? Facile parlare a posteriori ma prima degli attacchi non si pensava ad eventualità simili. Ma molti di noi condizionati dall’invincibilità americana hanno detto: “Ma come è possibile che si siano fatti colpire così? Con la loro tecnologia e sistemi di sicurezza? No, se lo saranno fatti da soli un auto-attentato!” E invece è possibile perché gli Americani sono esseri umani.
EFFICIENZA: 8/10
L’efficienza da film è vicina alla realtà. Quando ci sono problemi, gli Americani provano a risolverli subito. In particolar modo il customer service dei negozi è anni luce più efficiente e veloce di quello italiano. Però ci sono delle eccezioni, ad esempio il sistema burocratico delle assicurazioni mediche è snervante e siete mai stati negli uffici della motorizzazione o in tribunale? Impiegati lenti, svogliati, imprecisi, che ti mandano da un ufficio all’altro come il gioco dell’oca. Inefficienze per me inaspettate. Quasi un piccolo shock culturale.
EGOISMO: 4/10
Gli Americani sono concentrati solo su soldi e carriera e sono un popolo di individualisti ed egoisti? Si e no o meglio penso che sia normale in una società in cui le opportunità sono più concrete, correre di più per migliorare, creare un business, provare a fare carriera. Presi da questa corsa affannosa potrebbe sembrare che gli Americani non siano molto interessati al prossimo. Ma non è proprio così. Piccoli esempi. Nextdoor, il social dei vicini di casa. Non potete immaginare il senso di comunità che si respira in quel social. Se qualcuno ha bisogno di un consiglio o di aiuto in tanti si mobilitano. E poi gli Americani (questo ha sorpreso anche me quando lo ho letto) sono il popolo che fa più beneficenza al mondo. Altro piccolo esempio: sapete cosa è il Giving Tuesday? Conoscerete tutti il Black Friday e il Cyber Monday che avete importato anche in Italia. Ma cosa mi dite del Giving Tuesday? Se non lo avete importato vi dico che è il giorno dedicato alla beneficenza dopo i bagordi consumistici del Black Friday e del Cyber Monday.
ARMI: 5/10
E’ vero in America esiste la cultura delle armi alimentata anche da un clima perenne di paura su cui puntano i media, film e serie tv. E la gente, condizionata, corre a comprare armi.
Ma non tutti i possessori di armi sono pericolosi pazzi assassini. Molti le usano solo per andare a caccia o passare un pomeriggio al poligono. Altri la tengono in casa ma non la usano mai. Solo per sicurezza. Io comprerei mai un’arma ma avendo vissuto per anno in un quartiere residenziale ho capito meglio perché molti vogliono un’arma per sentirsi sicuri. Ci sono quartieri residenziali in cui non ci sono lampioni per strada (su richiesta di chi abita in quelle zone perché vogliono dormire senza che la luce gli entri in camera da letto), la distanza tra una casa e l’altra può essere di centinaia di metri e le case sono praticamente attorniate dal bosco. E, cosa importante, non hanno nessun cancello o recinto. Un criminale potrebbe parcheggiare la macchina fuori, entrare in casa con una spallata, fare una strage e andarsene via inosservato. Sarà una logica strana ma a loro piace questo senso di libertà senza recinti ma poi per sicurezza comprano un’arma. Comunque solo il 32% degli Americani possiede un’arma da fuoco. E’ un numero alto ma è molto lontano dal 100%
RICCHEZZA, VILLE IMMENSE: 6/10
Gli Americani vivono o in appartamenti con tutti i comfort o in case immense con patio e ampio giardino. In realtà chi abita in grandi metropoli, a meno che non sia molto ricco, difficilmente abiterà in un grande appartamento. La maggior parte vive in appartamenti medio-piccoli. Ricordo ancora quando entrai negli appartamenti di una mia amica, della mia ex manager e di due miei colleghi, tutti tra Manhattan e il Queens. Talmente piccoli che mi venne quasi la claustrofobia. La mia amica, che viveva con una coinquilina, un giorno organizzò una festa. Le dissi: Ma come fai a fare una festa qui dentro? Mi sento stretto già ora che siamo in tre, non riesco a immaginare 20 persone, ma entreranno a turno? Lei: No ma figurati, ci entriamo! Io penso sia meglio vivere più lontano dalle metropoli ma in appartamenti più larghi o magari in una di quelle tipiche case in legno delle aree residenziali. Sono tantissimi gli Americani che vivono in quelle case quello che vedete poco dai film è che tantissimi vivono in case fatiscenti o in delle catapecchie dove noi Italiani non faremmo neanche dormire il nostro cane. Se la ricchezza è estrema in America lo è anche la povertà e molte persone vivono in condizioni quasi disumane. Non tutti possono permettersi la casa dei sogni. Home sweet per molti diventa Home stinky home.
SE STAI MALE E NON HAI ASSICURAZIONE TI LASCIANO MORIRE PER STRADA: 4/10
Lo sapete, il sistema sanitario non mi piace per niente. Specialisti, dentisti e ospedali ti mandano conti a sorpresa mesi dopo una visita di controllo o un’emergenza, la burocrazia delle assicurazionu è ai limiti del ridicolo e sono tanti gli imbrogli e furbate ai limiti della legalità. Ma non è vero che se stai male e non hai assicurazione ti lasciano morire per strada. Ci sono gli ospedali pubblici e anche quelli privati non possono certo mandare via chi sta male e ha un’emergenza. Devono accettare tutti e poi si penserà ai soldi. Come si dice al mio paese “Tre sono i potenti: i ricchi, il re e chi non tiene niente”. Anche qui è così. Se sei in condizioni economiche sfortunate vieni comunque curato. Il problema è più che altro per noi della classe media…

E voi cosa ne pensate? Quali sono gli aspetti che vi hanno sorpreso quando siete venuti in America o per vacanza o per trasferirvi? Quali sono le discrepanze che avete trovato tra l’immaginario da film e la vera realtà?

mercoledì 15 dicembre 2021

Voci di Italiani in America - Tiziana Milo

Vivo a: Miami
In Usa dal: 2011
Professione: Research Coordinator
Canali: bit.ly/eroLucy

 

 

Racconta la storia che ti ha portato dall’Italia agli Usa

Vuoi la versione lunga o breve? 😊 Quella breve è che nel 2008 dopo un paio di mesi che ci conoscevamo, il mio compagno ha ricevuto la green card, a cui aveva fatto domanda molti anni prima ma che con il 9/11 aveva subito un enorme rallentamento. Lui è partito, io sono rimasta a Roma, e dopo 3 anni a distanza abbiamo deciso che fosse arrivato il momento di dare una svolta alle nostre vite. Ho fatto domanda per un visto studentesco, ottenuto in un battito di ciglia, ho venduto tutto quello che avevo e sono arrivata a Miami!

 

Di cosa ti occupi qui negli Stati Uniti?

Sono un’impiegata amministrativa alla Florida International University, dipartimento di Ingegneria Meccanica. Sono una research coordinator e tra le varie cose mi occupo di studenti internazionali che vengono a FIU per master o dottorato, e mi occupo di viaggi per il dipartimento. Questo è il mio sesto anno qui. Nel frattempo ho anche iniziato un master in Higher Education Administration. 

 

Quale è stato il tuo percorso per rimanere qui in termini di visti e green card?

Come detto, sono entrata con visto studentesco. Al momento del mio trasferimento nel 2011 (questo è parte della storia lunga!) avevo appena divorziato legalmente – all’epoca erano ancora 3 anni di attesa per la sentenza di divorzio. Nel frattempo qui a Miami abbiamo avuto una bambina e ci siamo sposati. Poi quando mio marito ha ottenuto la cittadinanza, ho fatto richiesta per la green card e in 6 mesi ero permanent resident. 

 

Farai domanda per la cittadinanza (se non sei già cittadina)?

Sono cittadina dal 2017 e la cerimonia è stata una meravigliosa esperienza. Grazie alla mia cittadinanza, tra l’altro, mi è stato possibile far ottenere la residenza a mia madre, che durante la pandemia era rimasta bloccata a Miami. 

 

Le prime impressioni da Italiana in Usa e le prime differenze che hai notato rispetto alla vita in Italia? 

E’ passato molto tempo da quelle prime impressioni, ma due sono le cose che ricordo come fosse oggi. Premetto che la prima volta che sono arrivata qui era il 2009, gli Stati Uniti erano nel pieno della crisi economica, e sicuramente molte cose erano diverse. Feci qui la mia prima vacanza quando mio marito si trasferì, e rimasi un poco delusa dalla città, mi sembrava così brutta, almeno rispetto a Roma da dove venivo! Ma rimasi sbalordita dall’acqua e dalla natura, sono due elementi presentissimi a Miami e rendono la città davvero affascinante. D’altra parte poi la vita qui è semplicissima ed incredibilmente pratica, e ci si adatta subito. Un’altra cosa che chi viene a vivere qui nota sempre è la gentilezza delle persone, un vero cambiamento a 360 gradi rispetto alla scortesia tipica italiana. 

 

Cosa hanno detto parenti e amici quando hai detto che saresti andato a vivere negli Usa? E cosa ti dicono oggi?

All’epoca sembrava una decisione quasi scontata... ero sola a Roma, il resto della mia famiglia viveva altrove, e appunto il mio compagno era lontano. Per di più la crisi economica era arrivata nel frattempo anche in italia, per cui la loro reazione era più tipo: Si ma cosa stai facendo ancora qui!?

 

Cosa ami e cosa non ami degli Usa? Come ti sembrano gli Americani, amici, conoscenti, colleghi?

Miami è molto diversa dal resto degli Stati Uniti, va detto. La parte più difficile dello stare qui è stata dover accettare che la cultura dominante fosse quella latina, e dover imparare lo spagnolo prima dell’inglese. In questi 10 anni ho imparato a rapportarmi in modo differente a latini e anglosassoni. Adoro di Miami il melting pot, il fatto che nel mio dipartimento lavorano persone che vengono da qualsiasi parte del mondo, e ogni giorno conosco qualche nuovo aspetto delle varie culture che mi circondano. I miei amici però sono per lo più italiani, perché sia con i latini che con gli americani è stato molto difficile stringere dei rapporti profondi. Un’altra cosa che adoro degli Stati Uniti è il complimentarsi sempre, il dare sempre un feedback positivo prima di dire qualcosa di negativo ad una persona. 

 

Uno o più episodi che ti hanno fatto esclamare: “Siamo proprio in America!”

Quando le cose si risolvono in un attimo. Ad esempio entri al concessionario ed esci con la macchina nuova 4 ore dopo, oppure quando puoi fare i pagamenti per telefono, o chiami il servizio clienti e ti rimborsa una spesa. Ovviamente faccio esclamazioni simili anche in senso negativo, tipo con tantissimi i mass shooting che ci sono. Purtroppo si impara anche ad accettare i lati negativi del paese in cui si vive. 

 

Cosa ti mancava i primi tempi in Usa e cosa ancora ti manca dell’Italia?  

Sai che non mi è mai mancato nulla in particolare? Certo mi mancavano gli amici, soprattutto i primi tempi quando non conoscevo davvero nessuno. Certo mi mancava il cibo. Ma le opportunità che ho avuto qui da quando sono arrivata, in Italia me le sognavo, questo è un dato di fatto. Sai cosa mi manca tantissimo, ora che sono diventata madre? Le vacanze che si fanno in Italia con i bambini, quando torni nello stesso posto ogni anno e ritrovi i vecchi amici di sempre. Ma i miei amici italiani mi hanno detto che ormai sono pochissimi quelli che possono ancora permettersi questo tipo di vacanze. 

 

Quando torni in Italia provi il reverse culture shock ovvero noti qualche aspetto che ti colpisce che non avevi mai notato quando vivevi in Italia perché ti sembrava normale?

Resto sempre colpita da quanto noi cittadini italiani siamo viziati dal servizio sanitario nazionale. Non è normale che un medico di base o un pediatra possa essere chiamato al cellulare personale a qualsiasi ora del giorno e della notte. E non è sostenibile un sistema dove si va al pronto soccorso per il minimo problema. Vivere negli Stati Uniti dove paghi pure l’aria che respiri ti fa capire che una sana via di mezzo dovrebbe esserci da entrambe le parti. 

 

Pensi che rimarrai a vita negli Usa o un giorno tornerai in Italia?

Difficile dirlo ora. Inizio a invecchiare e penso che forse mi piacerebbe tornare in italia, ma lì non ho più casa e non è  facile pensare ad un futuro lì. Inoltre quando mia figlia sarà grande non lo so se vorrò vivere con un oceano che mi divide da lei. Per fortuna è ancora presto per pensarci 😊

 

Quali consigli vuoi dare agli Italiani che sognano di trasferirsi in America?

Di pianificare bene, di non pensare che qui la vita è come in Italia. Qui tutto costa e con un solo stipendio “normale” è molto duro mantenere una famiglia. E poi di arrivare qui senza pregiudizi, con la mente aperta e disposta alle novità. 



FOTO 1: la spiaggia di Crandon Park, la più scenografica a Miami, quella dove vanno i locali.




FOTO 2: la spiaggia di South Pointe, la più bella a Miami ma scomodissima per noi residenti. 



FOTO 3Tampa, una città che a noi è piaciuta tantissimo. 



martedì 14 dicembre 2021

Voci di Italiani in America - Valentina Corino

Vivo a:  Tyler, Tx

In Usa dal: 2013

Professione: Teesting services specialist al community college della città

 

Canali: 

-       Blog: psparse.com

-       Pagina Fb: Parole Sparse – Un’ italiana in Texas

-       Instagram: @parole_sparse

-       Scrivo anche per: www.usacoasttocoast.com

 

Racconta la storia che ti ha portato dall’Italia agli Usa:

Ho seguito il lavoro del marito. Prima è venuto lui da solo non sapendo se sarebbe diventato un trasferimento definitivo. Avendo un lavoro a tempo determinato in ambito assicurativo in Italia non volevo perdere questa posizione fino a che la situazione americana si fosse definita. Poi quando tutto si è definito 6 mesi di aspettiva e sono arrivata qui.

 

Di cosa ti occupi qui negli Stati Uniti?

Lavoro presso il Testing Center del community college della città dove viviamo. Ci occupiamo dei test di ammissione, di quelli accademici e offriamo anche svariate certificazioni professionali anche per professionisti che ormai non sono più al college da un po’.

 

Quale è stato il tuo percorso per rimanere qui in termini di visti e green card?

Prima il visto da studente (con cui ho studiato Storia Americana) e poi la green card.

 

Farai domanda per la cittadinanza (se non sei già cittadina)?

Ho raggiunto i requisiti per fare domanda l’estate passata, ma ho aspettato perché con la pandemia si erano allungate di parecchio le tempistiche di tutta la procedura. Penso che farò domanda nel 2022.

 

Le prime impressioni da Italiano in Usa e le prime differenze che hai notato rispetto alla vita in Italia?

I primi tempi sono stati molto emozionanti ogni giorno era la scoperta di qualcosa di nuovo. Tra le cose che apprezzato di più fin da subito il poco caos, l’organizzazione. Nelle persone ho apprezzato da subito quanto sia più diffusa la gentilezza e il rispetto verso gli altri.

 

Cosa hanno detto parenti e amici quando hai detto che saresti andata a vivere negli Usa? E cosa ti dicono oggi?

Noi siamo stati fortunati perché abbiamo sempre avuto il supporto delle nostre famiglie. Certo la lontanza è tanta e non permette di potersi vedere quanto si vorrebbe, ma non ci hanno mai fatto mancare il loro supporto. 

Anche dagli amici non abbiamo avuto reazioni negative, qualcuno con gli anni si è perso per strada nonostante gli sforzi per mantenere vivi i rapporti. Però il trasferimento ha dato anche l’occasione invece per riallacciare rapporti che si erano smorzati. 

 

Cosa ami e cosa non ami degli Usa? Come ti sembrano gli Americani, amici, conoscenti, colleghi?

Gli americani sono molto diretti ed amichevoli. Sono carettarielmente molto diversi da noi italiani, questo non sempre rende facile creare veri rappoorti di amicizia intesi a come siamo stati abituati in passato. Se in più ci si mette la difficolta nelle relazioni quando ci si trasferisce da adulti non è sempre facile capire come realazionarsi. Anche perché spesso tendono a creare compartimenti molto più definiti rispetto a come facciamo noi. 

 

Uno o più episodi che ti hanno fatto esclamare: “Siamo proprio in America!”

Una sera a cena al momento di pagare la cameriera ci ha detto che il nostro conto era già stato pagato. Per abitudine un loro cliente abituale ogni sabato sera offre la cena a caso a qualche altro cliente nel ristorante. Conosco tantissime persone a cui sia capitato di vedersi pagare la spesa o magari arrivare alla cassa del drive thru per scoprire che la macchina precedente aveva pagato già anche il loro conto.  

 

Cosa ti mancava i primi tempi in Usa e cosa ancora ti manca dell’Italia?

Gli affetti e il cibo. Gli affetti penso sia ovvio per tutti. 

Per il cibo si trovano tante cose e a casa si può facilmente cucinare italiano, così come si possono trovare anche ottimi ristoranti, ma alcuni sapori non si riescono proprio a riprodurre e alcuni alimenti non arrivano neanche nei negozi più specializzati.   

 

Quando torni in Italia provi il reverse culture shock ovvero noti qualche aspetto che ti colpisce che non avevi mai notato quando vivevi in Italia perché ti sembrava normale?

Da che sono arrivata qui sono rientrata solo due volte. La prima era solo qualche mese che ero qui, quindi credo fosse troppo presto per avere un reverse shock. La seconda invece è stato fortissimo. Tante piccole cose che oggettivamente sono sempre state normali mi hanno colpito profondamente. La negatività (e aggressività) una fra le prime. Gli americani sono sempre super positivi e propositivi, in Italia ogni cosa è vista nei suoi aspetti negativi o viene criticata. La moda; parliamo di quella da tutti i giorni non l’eleganza delle grandi firme. Una cosa che mi ha colpito tantissimo è come tutti fossero vestiti allo stesso modo con la stessa giacca e  borsa che andava di moda. Come i colori fossero pochissimi. E’ vero che qui in Usa ogni tanto si vedono abbiamenti che ai nostri occhi sembrano azzardati ma si vedono tanti stili diversi, colori diversi da il “colore pantone dell’anno”.

 

Pensi che rimarrai a vita negli Usa o un giorno tornerai in Italia?

Per ora siamo qui, non sappiamo ancora cosa faremo quando arriverà il momento della pensione, mancano ancora troppi anni e chissà come saranno gli USA e l’Italia allora. Sicuramente spero a quel tempo di avere l’opportunità di poter passare tempo in entrambi i paesi e avere la fortuna di prendere il meglio di entrambi.

 

Quali consigli vuoi dare agli Italiani che sognano di trasferirsi in America?

Venire in America è un progetto a lungo termine. Se si vuole venire per fare un’esperienza solo di qualche anno può non essere troppo difficile trovare una via ed un visto per venire. Se invece si vuole pensare a un trasferimento in via più definitiva l’unica via (fortuna con la lotteria per la green card a parte) è la strada dell’investimento secondo me. O l’investimento nel senso più letterale del termine e quindi quello economico nel creare o rilevare un’attività. Ma ancora di più un investimento in se’ stessi nel crearsi un percorso di studi e una carriera che rendano i primis la propria figura professionale appetibile per un sponsor, ma soprattuto realistico pensare a che un visa sia rilasciato. Quindi non necessariamente un investimento economico, ma di tempo, risorse e impegno per creare le condizioni per un possibile trasferimento. Certo non è l’unica strada, ma le possibilità che dall’oggi al domani si crei la situazione per un trasferimento senza averne creato le basi non sono molte.


FOTO 1: Sunset - downtown Tyler



FOTO 2: Lake Tyler - spesso tanti rimangono sorpresi dalla quantità di laghi e foreste che abbiamo qui in east Texas


FOTO 3: Febbraio 2021 - il Texas sommerso di neve a temperature arrivate fino a -30 percepiti.