mercoledì 22 maggio 2013

Colloqui di lavoro italiani e americani


Cari lettori, noto con piacere che siete diventati sempre piu' numerosi. Chi lo avrebbe mai detto che in soli pochi mesi questo blog avrebbe totalizzato oltre 45mila contatti! Mi leggete praticamente da ogni luogo del pianeta: Italia, Usa, Russia, Germania, Cina, Giappone, Australia, Svizzera, UK, Norvegia, Ucraina, Pakistan, Malesia e tantissimi altri! Vi ringrazio tutti.
Innanzitutto vorrei aggiornarvi sulla mia situazione work visa e ritorno in America. Dopo aver ottenuto l'approvazione dal dipartimento del lavoro americano, l'avvocato incaricato dall'azienda per preparare le pratiche del visto ha finalmente inviato la domanda anche all'immigration americana. Oltre ai soldi gia' spesi (credo non meno di $3000) l'azienda ha deciso di usare un procedimento veloce, pagando oltre $1000 extra, per far si' che l'immigrazione dia precedenza alla mia pratica e prenda una decisione sul mio caso entro solo due settimane.  Quindi questi giorni sono davvero cruciali per il  mio futuro! Mandatemi pure i vostri pensieri positivi, formule magiche propiziatorie e una marea di dita incrociate, mi raccomando, conto su di voi! 
Oggi ripensavo ai miei ultimi due colloqui di lavoro, uno sostenuto in Italia e l'altro negli Stati Uniti. Quante differenze...
Colloquio in Italia. Il responsabile del personale mi diede appuntamento ad un orario ben preciso, arrivai puntuale ma poi si fece attendere per oltre un'ora perche' era impegnato in altre faccende. Il colloquio si divise in piu' colloqui, sostenuti nell'arco di una ventina di giorni, prima con il responsabile del personale, poi con un ingegnere che si occupava anche del personale e poi con il capo. Il colloquio con il responsabile del personale fu molto lungo. Mi fece anche delle domande in inglese che lui diceva di conoscere molto bene perche' aveva vissuto per qualche tempo in Inghilterra e aveva viaggiato per il mondo. Sara' ma sinceramente a me e' sembrato un inglese molto maccheronico.
Tra le tante domande mi chiese:
- Quanti anni hai?
- Sei single o sposato?
- Che lavoro fanno i tuoi genitori?
- Hai fratelli e sorelle? Che lavoro fanno? Dove vivono?
- Hai una casa di proprieta'? Vivi in affitto o con i tuoi genitori?
Risposi a tutte le domande ma l'impulso di rispondere - mi scusi ma quale attinenza hanno queste domande con il lavoro? - e' stato forte.
Ovviamente capii in seguito che quelle domande erano utili per capire se offrendomi uno stipendio da fame avrei potuto comunque contare su una casa di proprieta' e/o su una famiglia in grado di supportarmi economicamente per "integrare" il misero stipendio offerto dall'azienda.
Dopo il colloquio-interrogatorio mi lascio' da solo in ufficio a girarmi i pollici per un'altra buona ventina di minuti. Torno' con dei test: due articoli di giornale di argomento tecnico-scientifico, molto facili da comprendere, da leggere e commentare rispondendo in forma scritta a delle domande. Dopo il test fui congedato con un: bene, ti richiamo tra qualche giorno. Ah il colloquio non finisce qui? -pensai- ho impiegato un paio di ore della mia vita tra lunghe attese, domande molto personali e test di comprensione del testo ridicoli e volete farmi altre domande? Cosa e', un posto di lavoro alla CIA? Non mi pare, ma vabbe'.
Mettiamo in pausa il colloquio italiano e vi porto al mio colloquio americano, sostenuto qualche mese dopo. Il CEO, Chief Executive Officer, ovvero l'amministratore delegato dell'azienda, dopo aver ricevuto il mio CV, che in Usa si chiama Resume, mi diede appuntamento in uno Starbucks ad un orario ben preciso e arrivo' puntuale, spaccato. Fu molto cordiale e creo' subito un'atmosfera molto amichevole, direi da pari a pari. Sorseggiando un caffe' mi chiese delle mie esperienze passate, dei miei studi, delle mie ambizioni e predisposizioni. In realta' non aveva ancora in mente una posizione ben precisa ma volle incontrarmi ugualmente e dopo aver parlato una mezz'ora con me mi disse che avrebbe pensato meglio a cosa avrei potuto fare per loro ma non era il classico "le faremo sapere" perche' aggiunse anche che vedeva bene un paio di opzioni, che descrisse abbastanza dettagliatamente. Ad un certo punto gli squillo' il cellulare e rispose chiedendo al suo interlocutore di richiamarlo piu' tardi perche' era in un meeting importante. Un colloquio con me un meeting importante? Non nego che mi fece piacere questo suo segno di rispetto. Poi mi diede anche un'idea delle fasce di stipendi che vengono pagati in azienda, mi fece capire la cifra con la quale avrei potuto iniziare a dove sarei potuto arrivare dopo qualche anno e mi saluto' invitandomi ad una festa in uno dei loro negozi per farmi conoscere alcuni suoi dipendenti e clienti e farmi vedere da vicino i loro prodotti. Mi disse che dopo questa festa mi avrebbe fatto conoscere un manager dell'azienda, un po' il suo braccio destro, che era in vacanza per qualche giorno, e avremmo potuto proseguire con il dialogo sull'eventuale assunzione.
Ma torniamo al colloquio italiano. Dopo il colloquio con il responsabile del personale ne sostenni un altro con un ingegnere dell'azienda e poi finamente, alcuni giorni dopo, venni finalmente convocato per il colloquio con il capo... a quanto pare un'entita' astratta di natura semi-divina che solo pochi fortunati hanno avuto la fortuna di vedere. Dopo un'ora di attesa entrai nel suo ufficio ed era stravaccato sulla sua poltrona, tutto abbronzato, camicia aperta che lasciava intravedere collane d'oro, orologio e bracciali d'oro. Dava l'impressione che avrebbe messo i piedi sulla scrivania da un momento all'altro. Dopo qualche domanda gli squillo' il telefonino. Rispose. Era un suo amico, o un parente, al quale chiese: allora chi ti sei portato (a letto) ieri sera? E continuo' a parlare, a fare battute a sfondo sessuale di cattivo gusto mentre io ero li' a fingere di non ascoltare e a guardare i quadri sulle pareti. Finalmente dopo un buon quarto d'ora termino' la sua telefonata e mi fece qualche altra domanda. Ascoltava distrattamente e per poter "abbassare il mio valore" sminui' la mia esperienza all'estero con un: si' sette anni in America, ma io la considero solo un'esperienza di vita. E infatti seguendo il suo schema, che alcuni ragazzi che avevano sostenuto gia' il colloqui poi mi confermarono, poco dopo mi accenno' alla proposta di un contratto a progetto, rinnovabile, ma fu vago sullo stipendio anche se intuii che doveva essere molto basso. Prima di parlare di cifre avrei dovuto fare un periodo di training "per iniziare a mettere un piede in azienda e capirne i meccanismi" e quindi mi invito' a seguire questa settimana di training o meglio corso di formazione, non pagato. Anche per la posizione fu molto vago. In realta' andai a quei colloqui come tanti altri ragazzi perche' ci venne fatta intravedere sempre in modo vago la prospettiva di lavorare in ufficio back office o marketing o vendite ma si trattava solo di esce per attirarci al colloquio perche' in realta' l'azienda aveva un urgente bisogno di persone al call center. E infatti durante la prima giornata di training fu chiaro che stavano per insegnarci come lavorare al call center. Quasi tutti pero' continuammo quel training anche perche' avevamo bisogno di lavorare, volevamo capire quale poteva essere l'offerta concreta che ci sarebbe stata comunicata solo dopo la settimana di training. Finita la settimana di training il capo convoco' un tutti nel suo ufficio, uno dopo l'altro, per comunicarci che avremmo dovuto fare una seconda settimana di training, (uscita cosi' all'improvviso e sempre non pagata), per fare pratica e ci confermo' tipo di contratto e la paga che poteva offrire: contratto a progetto rinnovabile a circa 400 euro al mese. Un'altra settimana di training non pagata per un lavoro full time al call center quando sia a me che a tanti altri ragazzi aveva prospettato tutt'altro? 400 euro al mese per oltre 40 ore di lavoro a settimana? Mi sentii preso in giro e cosi' rifiutai l'offerta e me ne andai. Molti altri furono costretti ad accettare. Avevo perso oltre un mese con i loro colloqui, la loro vaghezza, false promesse e training non pagato. Decisi cosi' di tentare di tornare in Usa.
E torniamo appunto a qualche mese dopo, al colloquio americano di cui vi parlavo.
Qualche giorno dopo la festa alla quale fui invitato, sostenni il secondo ed ultimo colloquio con il CEO e il manager. Anche questo colloquio si svolse in modo molto amichevole in sala mensa dove mi offrirono il pranzo e mi parlarono in termini concreti, senza giri di parole o promesse vaghe. Mi proposero di fare un mese di prova/training, anche per vedere se ci piacevamo a vicenda dopodiche' avrebbero deciso se avrei potuto lavorare per loro. Mi comunicarono la cifra precisa che mi avrebbero offerto in caso avessi superato il periodo di prova e avendogli detto che avevo ricevuto un'offerta da un'altra azienda mi "corteggiarono" un po' parlandomi delle prospettive di crescita, dicendomi che mi avrebbero offerto piu' benefits dell'altra azienda e che secondo loro non avrei avuto problemi a superare la prova ma questa era la procedura standard da seguire.
Non mi fecero mai domande sulla mia eta', sui miei genitori o sui miei fratelli. Se non erro negli Usa non e' consentito agli imprenditori chiedere queste informazioni cosi' personali anche perche' potrebbero discriminare in base all'eta' e ad altri fattori personali.
Insomma come tutti sapete avendo letto i dettagli di questi colloqui in vari post precedenti, poi superai il periodo di prova e l'azienda decise di assumermi e ora sto aspettando l'approvazione del work visa. Il periodo di prova mi venne pagato e anche molto bene. Se paragono quel periodo di prova con lo stipendio che mi avrebbe dato l'azienda italiana...beh in Usa sono stato pagato dieci volte tanto! Se non sono differenze queste. E poi vogliono cercare di far rientrare i laureati italiani emigrati all'estero? Siamo seri, per favore.


Il Workshop di Luca Martera: Trasferirsi, lavorare e vivere a NYC

Cari lettori, il post sui consigli (inutili ed altezzosi) da parte di molti Italiani ed Italo-Americani ha riscosso un grande successo anche grazie ai vostri commenti. Rovesciando la prospettiva, ma sempre in tema di consigli, oggi vorrei segnalarvi alcuni video di Luca Martera, regista, sceneggiatore, autore tv e consulente per i media Italia-Stati Uniti.
I suoi 12 video video Trasferirsi, lavorare e vivere a New York sono pieni di informazioni e suggerimenti utili.
Ecco il primo video (questo video e tutti gli altri sono visibili su YouTube):


Vi segnalo anche il suo blog e la sua pagina facebook su come Fare Piccola e Media Impresa negli Stati Uniti. Ho contattato Luca Martera qualche giorno fa ed ha accettato gentilmente la mia intervista che vedrete pubblicata sul blog nelle prossime settimane. Enjoy the video(s) and stay tuned!

mercoledì 15 maggio 2013

I consigli degli Italiani e degli Italo-Americani a chi sogna gli Usa

Ciao a tutti, su internet ci sono molti blog, forum e gruppi facebook dedicati agli Stati Uniti.
Questi gruppi sono frequentati da Italiani che vivono negli Stati Uniti e Italiani che sognano di trasferirsi negli Stati Uniti. Gli Italiani che sognano gli Stati Uniti fanno le domande più svariate:
- Non ce la faccio più in Italia, voglio venire in America. Come si fa?
- Faccio il pizzaiolo, verrò in cerca di lavoro con il visto turistico. Sono disposto a fare qualsiasi cosa per iniziare. Da dove comincio?
- Quando arriverò in Usa dove posso prendere un visto lavorativo?
Sono domande un po' ingenue che denotano inesperienza e poca conoscenza delle leggi americane in termini di lavoro e immigrazione e quindi molti tra gli Italiani che vivono in America spiegano chiaramente che non è facile trovare lavoro, bisogna essere sponsorizzati da una compagnia, è quasi impossibile che ti assumano in nero, non si può cercare lavoro con un visto turistico, non bisogna scherzare con l'immigrazione americana ed è altamente sconsigliato restare sul suolo americano oltre la scadenza dei 90 giorni turistici. Qualcuno consiglia di iscriversi a un corso di Inglese o a un'università americana per ottenere un visto da studente ed avere il tempo per guardarsi attorno e cercare lavoro, coperti da uno status legale. E' una buona idea ed è quello che ho fatto io anni fa.
Ciò che però mi sorprende sono le risposte di altri italiani del tipo:
- O sposi una Americana o è difficile che ti sponsorizzino per un visto (detto anche ai laureati)
- Non venire se non hai un Master's.
- OMG ne ho sentite tante di richieste assurde ma questa è il massimo. Da raccontare.
- Fossi in te con l'esperienza che hai, resterei in Italia.
- Puoi iscriverti a un'università però controllano il tuo conto in banca, probabilmente quello di tua mamma e papà, e devono dimostrare di avere molti soldi. Ce li avete davvero?
Il tono è antipatico ed astioso. Invece di spiegare come funzionano le cose si chiude la porta in faccia e si dice: non avete speranza. Anzi molto spesso li si deride.
Ho notato un atteggiamento simile anche tra gli Italiani che vivono in Usa da alcuni decenni, ovvero gli Italo-Americani. Quando quasi nove anni fa ero appena arrivato in Usa, cercavo info utili per capire come poter restare oltre i tre mesi da turista. Alcuni amici di famiglia di Brooklyn mi portarono in giro in un quartiere italiano per chiedere consiglio a qualche loro amico italo-americano. Me ne presentarono molti per strada e nei bar. Tutti molto cordiali e socievoli e mi chiedevano da dove venivo, se mi piaceva l'America, se c'ero già stato in passato, se avevo parenti a New York:
- Qui si sta bene, non è come in Italia! E in Italia, in Italia che si dice?
Raccontavo la mia storia, il mio amore per l'America, i viaggi passati, la decisione di partire subito dopo aver preso la laurea in lingue in Italia, parlavamo del più e del meno però quando gli spiegavo che non ero li' solo per turismo ma che mi sarei trasferito volentieri in America e cercavo qualche consiglio il loro atteggiamento cambiava:
- Eh ma è difficile
- O sposi un'Americana o è meglio che te torni in Italia
- Puoi chiedere a qualche pizzeria italiana, magari ti fanno lavorare in nero
Io: Si ma dopo i tre mesi cosa faccio? Non voglio diventare illegale
- Eh ma è difficile trovare una compagnia che ti assume, mi sa che è meglio che torni in Italia. Si sta tanto bene la'.
Rimasi deluso anche dalle associazioni italiane a NY. Alcune (poche) mi davano anche del Lei ma solitamente la loro risposta era la stessa: è difficile restare in Usa. Forse è meglio che torni in Italia.
Ok lo so che è difficile, ma potete darmi qualche consiglio? Niente da fare. Anzi un paio di queste associazioni mi diedero lo stesso consiglio degli Italo-Americani di Brooklyn: o sposi un'Americana o è  difficile. Associazioni italiane a NY che ti danno questo consiglio da bar? Mah e poi se anche volessi tentare quella che per tutti sembra essere l'unica strada per un "poveraccio italiano sognatore", in tre mesi dove la trovo un'Americana disposta a sposarmi, sugli scaffali di un supermercato? Sorvoliamo.
Dopo aver trovato la mia strada una ragazza italiana, che come me era riuscita a trasferirsi in Usa, mi disse: certamente ci sono alcuni modi per restare in Usa, non è facile ma ci sono. Ma perche' io dovrei condividere con gli Italiani tutto cio' che ho imparato con il mio sudore negli anni?
Ok non condivido ma è legittimo non dover per forza raccontare le proprie esperienze pero' non capisco perché molti Italiani in America debbano trattare gli Italiani che sognano l'America dall'alto in basso, quasi deridendoli per il loro sogno che a parer loro è irrealizzabile. Se tanti Italiani come voi, e come me in passato, ce l'hanno fatta, perché non possono farcela anche gli altri? Cosa credete di avere voi di speciale rispetto agli altri? Perché essere cosi' altezzosi e snob?
Personalmente ricevo tante email tramite questo blog e cerco sempre di mettere in guardia sulle difficoltà estreme di trasferirsi in Usa ma non dico mai che è impossibile, non derido mai nessuno.
Le domande vengono fatte da chi non ha risposte e ha bisogno di qualche informazione e io se posso cerco di condividere la mia esperienza magari con dei consigli che sinceramente reputo piu' utili e concreti dei soliti "E' difficile, forse e' meglio se torni in Italia". Ad esempio con post come questi:
Trasferirsi negli Usa (parte 1)
Trasferirsi negli Usa (parte 2)
Trasferirsi negli Usa (parte 3)
Perche' noi Italiani siamo cosi' divisi anche all'estero? Perche' non ci diamo mai una mano?
Qualcuno ha esperienze simili da raccontare?

domenica 12 maggio 2013

Alitalia e Delta: Italia e America a confronto

Cari lettori, me lo ripeto sempre piu' spesso: devo assolutamente emigrare. Vi spiego. L'avvocato americano che mi sta facendo le pratiche per il work visa deve inviare alcuni documenti che mi riguardano all'immigrazione americana. Poiche' ho gia' vissuto e lavorato in Usa fino al 2010 vuole mostrare che nel 2010 sono andato via dagli Usa per tornare a vivere in Italia. Unico modo per farlo e' ottenere una copia del biglietto aereo o del boarding pass. Poiche' dopo averlo usato gettai via quel biglietto e il boarding pass e cancellai anche l'email con il pdf, l'unica soluzione possibile e' contattare Alitalia per richiedere un duplicato del biglietto acquistato, magari lo stesso biglietto in pdf che mi inviarono via email. Quindi stamattina contatto Alitalia e un operatore mi dice che e' impossibile ottenere una copia del biglietto perche' e' gia' stato usato e non ne hanno piu' traccia. Conoscendo Alitalia, chiudo il telefono e richiamo per parlare con un altro operatore, magari sono piu' fortunato, come una lotteria: trova l'operatore fortunato. In effetti l'altro operatore mi da' gia' una risposta leggermente differente: non e' possibile avere una copia del biglietto perche' e' stato gia' usato. Ma si puo' chiedere una "certificazione di volato". Bene, come procedere? -chiedo- mi servirebbe al piu' presto possibile. L'operatore risponde che devo inviare un fax con documentazione varia dopodiche' potranno aprire il fascicolo, fare ricerche e darmi una risposta solo dopo "molte settimane"! Molte settimane?-penso-ma oggi e' tutto computerizzato, cosa ci vuole a ripescare due dati e inviarmeli? Niente da fare: molte settimane. Chiudo e cerco altre strade e noto che Alitalia risponde alle richieste dei clienti anche via Facebook. Rispiego la mia situazione e la mia urgenza e mi dicono che si mettono subito all'opera per vedere cosa possono fare per accelerare i tempi. Bene, mi danno qualche speranza. Dopo un po' mi dicono che il volo era Alitalia ma e' stato operated by Delta ai quali hanno esposto la mia richiesta e dai quali stanno aspettando una risposta.  Poi a un certo punto probabilmente si stancano per il troppo lavoro e la troppa pressione psicologica, e' pure domenica no?, e mi rimbalzano prontamente a Delta. Devo rivolgermi direttamente a loro. Si ma io il biglietto lo ho acquistato da Alitalia. Non dovrebbero essere loro ad aiutarmi? Niente da fare, si tirano indietro e mi danno il numero di telefono del customer service Delta Italia, che ovviamente e' contattabile solo dal lunedi' al venerdi'.
Delta pero' e' una compagnia americana, penso, e hanno il customer care italiano ma anche quello americano. Magari lavorano anche di domenica. Quindi vado sul sito americano e vengo a sapere che hanno un customer service che risponde anche su Twitter. Incredibile, sono avanti! Mi iscrivo a Twitter, trovo Delta Assistance, espongo il mio caso e spiego la mia urgenza. Mi aspetto che anche loro mi dicano che occorrono molte settimane per soddisfare la mia richiesta ma mi dicono che occorrono fino a 14 giorni. E bisogna pagare $20. Ok, sono Americani, ovvio, si fanno pagare anche l'aria ma va gia' meglio perche' ho urgenza e comunque "fino a 14 giorni" e' gia' meglio di "molte settimane". Ci provo, insisto e spiego che mi servirebbe una risposta entro un paio di giorni. La ragazza molto gentile e paziente che mi sta rispondendo con i suoi twit (che strano!) mi chiede di darle la mia email in privato e mi dice che cerchera' di vedere cosa puo' fare. E cosi' resto a meta' tra la speranza e il timore pero' che questo potrebbe essere solo un modo per tenermi tranquillo per un po' di giorni. Poi all'improvviso, apro le email e vedo l'email di Delta con il documento di cui avevo bisogno, presa dai loro records del 2010! Niente fax, niente burocrazia, niente "molte settimane". Poche ore di Delta contro le molte settimane di Alitalia. Lo so che potrei risultare antipatico quando lo dico ma questa e' un'ulteriore dimostrazione che l'efficienza americana e' anni luce superiore rispetto a quella italiana. Devo assolutamente emigrare.

mercoledì 1 maggio 2013

Ci siamo quasi

Ciao a tutti, molti di voi mi stanno chiedendo un aggiornamento sulla mia "Mission Impossible".
Non ne ho parlato molto nelle ultime settimane perche' e' tutto ancora molto work in progress ma la notizia importante e' che la compagnia con sede a New York ha confermato che ha deciso di assumermi e poche settimane fa mi ha messo in contatto con i loro avvocati per le pratiche per il Visto di lavoro e piu' precisamente per l'H1B Visa. E' un Visto che dura tre anni e viene concesso solo due volte. Poiche' ne ho ottenuto gia' uno alcuni anni fa, questo sara' il mio secondo e ultimo H1B. Tra tre anni per continuare a vivere in Usa dovro' ottenere un altro tipo di Visto, magari un Visto E, o meglio ancora la Green Card. Ma va benissimo cosi' anche perche' credo di avere delle prospettive per il futuro perche' la compagnia mi sembra ben disposta; il CEO mi ha detto infatti che per ora l'importante e' riuscire a portarmi li' a lavorare con loro, poi tra tre anni magari troveremo il modo per prolungare la mia permanenza. Ovviamente dovro' guadagnarmi la loro fiducia per far si' che decidano di sponsorizzarmi per un altro visto o per la green card. Sono pratiche lunghe e costose e la compagnia deve presentare molti documenti sulla "salute" dell'azienda, il suo fatturato, gli stipendi degli altri dipendenti e non tutte le compagnie hanno voglia di fornire i propri dati. Un aspetto interessante di queste pratiche e' la cifra che la compagnia deve dichiarare di pagare alla persona straniera che vogliono assumere. In base alla posizione offerta c'e' un salario minimo riconosciuto dal Dipartimento del Lavoro al quale la compagnia deve atteneresi. Se per esempio una compagnia vuole sponsorizzarti per una posizione come traduttore e lo stipendio minimo riconosciuto e' 40 mila dollari l'anno, la compagnia non puo' dichiarare al Dipartimento del Lavoro che vuole pagarti 35mila dollari l'anno, il visto non verrebbe approvato; deve dichiarare che verrai pagato 40 mila dollari o poco piu'. In questo modo in teoria viene evitato lo sfruttamento e la competizione che svantaggerebbe i lavoratori americani. La compagnia deve assumere uno straniero per le sue capacita' e non perche' puo' pagarlo di meno rispetto a un lavoratore americano. E' un principio che mi piace anche se le compagnie che davvero volessero farlo, potrebbero trovare qualche modo per pagarti meno del dovuto, a loro rischio e pericolo.
Ora per questo secondo mio Visto H1B, bisogna ottenere l'approvazione del Department of Labour e  della USCIS (in sostanza l'Immigration). Nel mio caso il Dipartimento del Lavoro ha dato l'approvazione pochi giorni fa e al momento siamo in attesa, entro un paio di settimane, dell'approvazione da parte dell'Immigrazione. Appena ricevuta l'approvazione anche dall'Immigrazione, posso fissare un appuntamento con un Consolato americano in Italia, in cui andro' a sostenere un breve colloquio e presentero' le carte approvate in Usa. Il Consolato stampera' il Visto sul mio passaporto e potro' finalmente tornare a vivere in America!!!
Come sapete, per scaramanzia, non brindero' fino a che non vedro' il visto stampato sul mio passaporto anche se l'avvocato mi ha detto che non dovrebbero esserci problemi. Vi terro' aggiornati e vi ringrazio molto per tutto il sostegno che mi avete dato durante i miei colloqui americani. La missione e' quasi compiuta e se da un lato sapevo che sarebbe stato difficile, dall'altro sapevo che con un po' di impegno e fortuna sarei riuscito nell'impresa. Comunque state certi che questo e' solo l'inizio. La mia seconda avventura americana sta per iniziare e so che vi piacera' respirare un po' di atmosfera americana. Ci siamo quasi...Stay Tuned!

lunedì 29 aprile 2013

Attentato a Palazzo Chigi

Cari lettori, come tutti sapete ieri un disperato ha fatto fuoco davanti a Palazzo Chigi mentre i neo ministri giuravano sulla Costituzione, ferendo due carabinieri e una donna che per fortuna non sono in gravi condizioni. L'attentatore ha poi confessato che era sua intenzione colpire i politici ma non essendoci riuscito ha scatenato la sua rabbia contro i carabinieri. Giornalisti, conduttori tv e normali cittadini hanno iniziato a dare la propria teoria su cosa abbia potuto influenzare ed armare la mano l'attentatore. C'e' chi dice che Grillo ha aizzato gli animi con i suoi toni aggressivi ma e' anche vero che il suo movimento ha incanalato una forte rabbia che si e' espressa in modo democratico. Questa rabbia puo' sempre uscire dagli argini e infatti forse Grillo farebbe bene a moderare un po' i termini anche perche' ho sentito e letto di persone che avrebbero giustificato Preiti se avesse colpito qualche neo ministro. Allo stesso modo c'e' chi afferma che e' stata proprio la vecchia classe politica con i suoi comportamenti, privilegi e determinate leggi approvate negli ultimi anni ad aver armato la mano di quel disperato.
Vorrei uscire fuori dalla logica di chi e' stato a condizionare quel disperato per portare un altro punto di vista. Avendo vissuto per circa otto anni all'estero (7 in Usa e 1 in UK) mi sembra che fuori dall'Italia l'atteggiamento verso analoghi eventi tragici sia differente. L'individuo non viene messo da parte in attesa che si trovino cause esterne per spiegarne i comportamenti. Se un disperato fa fuoco contro dei poliziotti il primo responsabile di tale atto e' considerato chi preme il grilletto. Poche storie o analisi sociologiche. Puo' esserci un partito che inneggia alla violenza, puo' esserci una pesante crisi economica, puo' esserci la disoccupazione ma questo non ha importanza. L'individuo non e' considerato come un bambino immaturo, come un automa che fa cio' che gli suggeriscono di fare sovrastrutture e forze esterne. L'individuo e' l'unico responsabile delle proprie azioni. Mi piace pensare, ma forse e' un'utopia, che nel bene e nel male anche in Italia l'individuo venga considerato come l'unico artefice del proprio destino e unico responsabile delle proprie azioni.
Purtroppo siamo in Paese che delega ogni responsabilita' sempre agli altri e mai a noi stessi. In effetti questa mia tesi e' stata confermata pochi giorni fa quando Napolitano durante il suo discorso ha fatto una forte critica contro i partiti e la loro inefficienza. I partiti cosa hanno fatto? Si e' verificata questa scena assurda:


Invece di abbassare il capo, vergognarsi e ascoltare in silenzio, hanno iniziato ad applaudire! Ogni partito credeva che Napolitano stesse parlando degli altri partiti. Una scena tragi-comica! Ma e' ovvio, i colpevoli in Italia non siamo mai noi stessi, sono sempre gli altri.

giovedì 25 aprile 2013

Il credit score americano

Se vivete negli Stati Uniti sentirete spesso parlare di credit score e credit history che servono a misurare la vostra affidabilita' come debitori. Il credit score e' un numero da 300 a 850 ed e' un vero e proprio voto che "prende forma" negli anni in base alla vostra storia di credito. Ed e' un punteggio che anche se si stabilizza puo' sempre oscillare in positivo o in negativo.
Per avere una storia di credito dovete aver contratto dei debiti, piccoli o grandi che siano. E quindi dovete avere, e usare, almeno una carta di credito. Anche comprare una macchina a rate o avere un mutuo per la casa costituiscono informazioni importanti per la storia di credito. Ma andiamo per gradi. Ogni pagamento tramite carta di credito viene registrato, ogni volta che pagate nei tempi il vostro credit score aumenta, ogni volta che pagate in ritardo diminuisce. Ci sono anche altri criteri che modificano il punteggio ma la puntualita' nei pagamenti e' il criterio fondamentale.
In base al punteggio verrete inseriti in una di queste fasce:
Bad
Not good
Good
Very good 
Great 
Appurato che per iniziare a costruirsi una storia di credito bisogna avere una carta di credito, vi chiederete: come si fa ad ottenere la prima carta di credito quando non si ha una storia di credito? Come fa l'istituto di credito ad essere sicuro che siete affidabili se siete da poco arrivati negli Stati Uniti? 
Ci sono alcuni metodi. Potreste fare domanda per una credit card con l'aiuto di un co-signer, ovvero un co-firmatario, magari un parente o un amico americano che abbia gia' una (buona) storia di credito e che garantisca per voi in caso non paghiate i vostri debiti.
Oppure potete rivolgervi ai department stores come Macy's, Kohl's, Circuit City che solitamente sono di manica larga e rischiando un po' potrebbero concedervi una carta di credito con un credito molto basso, solitamente sotto i $300. Anche se e' un credito basso non preoccupativi, e' un ottimo punto di partenza perche' ora potrete fare qualche acquisto, pagare nei tempi e dimostrare cosi' che siete debitori affidabili. Inizierete a crearvi una storia di credito e un credit score. Dopo qualche mese, se siete stati puntuali nei pagamenti, verrete "corteggiati" da molti istituti di credito che intaseranno la vostra cassetta della posta di credit cards. Bastera' una telefonata per attivarla e sarete cosi' i felici possessori di una seconda carta di credito. Continuate ad usarla e a pagare sempre puntualmente e vi verra' alzato il credito...e a quel punto verrete corteggiati ancora di piu'. Ricordatevi pero' dei vostri debiti, siete voi a dover agire pagando l'istituto di credito ogni mese. Potete inviare un assegno o un bonifico dal vostro conto bancario. Non vi vengono scalati i soldi in automatico, perche' la carta di credito non e' legata al vostro conto bancario ma ad un istituto differente. Dovete essere voi a ricordarvi e se ve lo dimenticate dovrete pagare degli interessi molto salati, anche il 20%.
Probabilmente questo sistema non piace molto agli Italiani che si sentono controllati, spiati, e che hanno il timore comprensibile di dimenticarsi di inviare un pagamento.
Pero' aspettate un momento.
Pochi giorni fa ho deciso di controllare per la prima volta il mio credit score.
Breve parentesi. Tre agenzie hanno in memoria tutti i dati di tutti i possessori di credit card: Experian, Equifax e TransUnion.
Ad ognuna di esse e' consentito richiedere un rapporto gratis all'anno. Bisogna inserire il proprio SSN cioe' l'equivalente americano del nostro codice fiscale, alcuni altri dati e si accedera' alla propria storia di credito aggiornata. Le tre agenzie forniscono un quadro preciso dell'affidabilita' ma non indicano il credit score, il punteggio vero e proprio.
Per ottenerlo ho dovuto pagare (circa $20) a MyFico.com.
Non solo ti spiano -direte voi- ma bisogna anche pagare per ottenere il proprio punteggio? In effetti...pero' ricordatevi che siamo in America dove tutto ha un prezzo e dove vige il concetto di meritocrazia. Mi spiego meglio. Dopo aver pagato i miei $20, oltre al mio credit score, 798, ho ottenuto un rapporto dettagliato con dei consigli molto utili e ad esempio ho scoperto che con il mio credit score se acquistassi una macchina a rate il concessionario non dovrebbe applicare un tasso di interessi superiore al 3.3 %. Quando acquistai la mia prima macchina americana, tanti anni fa, non avendo ancora una credit history il concessionario applico' un tasso del 9.9%!
Se il concessionario volesse applicare il 9.9% oggi potrei dirgli: guardi che il mio credit score e' 798 e dovrebbe applicarmi un tasso non superiore 3.3 %.
E lo stesso principio vale per un eventuale mutuo per la casa. Se comprassi casa oggi, dovrebbero applicare un tasso di interesse sul mutuo di gran lunga inferiore rispetto a qualche anno fa.
Insomma dimostrate di essere stati affidabili negli anni? Bene, meritate di avere dei vantaggi economici e tassi di interesse vantaggiosi. Meritocrazia, mi piace molto. In Italia si cerca ancora di fare le crociate contro le carte di credito a favore del contante. Chi usa il contante puo' evadere piu' facilmente, o comunque pur non evadendo si sente meno controllato. Le ragioni sono culturali e infatti ho notato una differenza fondamentale su come viene concepita la tracciabilita' del danaro in Italia e negli Usa.
Il sistema italiano controlla i movimenti tracciabili solo per punire (se evadi o fai operazioni poco chiare) e quindi siamo naturalmente ancora molto legati al contante. Il sistema americano controlla per punirti se evadi (e li' ti puniscono davvero, anche con il carcere) ma controllano anche per premiarti se dimostri di essere un buon debitore che paga i debiti nei tempi. Non potremmo cambiare atteggiamento e imparare qualcosa dagli Stati Uniti? (Ne ho parlato anche in questo post). Vi saluto riproponendovi questa interessante puntata di Report sul contante e i pagamenti tracciabili. Alla prossima.














martedì 16 aprile 2013

Attacco a Boston e antiamericanismo

Ogni volta che si parla di politica o delle ragioni della crisi economica mondiale un mio amico mi consiglia sempre di dare un'occhiata al sito Nocensura.com. Per lui e' una vera Bibbia e li' e' possibile trovare le risposte a tutte le nostre domande.
Ieri gli Stati Uniti sono stati colpiti al cuore da un terribile atto terroristico durante la maratona di Boston. Come tutti avrete visto dai Tg, a pochi metri di distanza dal traguardo, due bombe sono state fatte esplodere tra la folla provocando tre morti e decine di feriti.
Mi sono subito chiesto chi possa essere stato a perpetrare un tale vile attacco.
Oggi, tra i tanti articoli a riguardo, mi e' capitato di leggerne uno proprio di Nocensura.com:
Bombe sulla maratona di Boston: perche'?
Sara' che io sono da sempre innamorato degli Usa ma ho trovato questo articolo a dir poco fastidioso anche perche' ha fatto ritornare alla mia mente i giorni che seguirono l'11 Settembre 2001 quando ero ancora uno studente e all'Universita' di Napoli e moltissimi studenti e professori si mostrarono piu' o meno palesemente soddisfatti degli attacchi e non a caso una delle frasi piu' ricorrenti era: "beh se hanno ricevuto questo attacco vuol dire che qualcosa gli Stati Uniti avranno pur fatto per meritarselo". E poi con il passare delle settimane iniziarono a prendere corpo le teorie complottiste per cui era ovvio che si trattasse di una colossale messa in scena hollywoodiana. Erano stati gli Americani stessi a posizionare in gran segreto delle mine nelle Twin Towers.
E anche nell'articolo di Nocensura.com il tono non e' differente. Sembra quasi che le bombe, i morti e i feriti siano un dettaglio insignificante. Cio' che vuole subdolamente suggerire l'autore e' il fatto che in queste occasioni sguazzino sempre dei fantomatici figuri che usano il terrorismo come scusa per poterci tenere sotto controllo e privarci di ogni liberta'.
Sempre sullo stesso sito e' riportato un altro articolo in cui e' scritto:
"La mente degli americani è nuovamente paralizzata. È bastato un botto, relativamente innocuo, per risvegliare nella popolazione quella sensazione di totale disorientamento che avevano provato dopo l'11 settembre, e che evidentemente aveva continuato a dormire nel loro subconscio per tutti questi anni..."
Mi sono chiesto se ho letto bene: Botto, relativamente innocuo? Insomma per questi pseudo-giornalisti gli atti terroristici non sono solo una scusa usata da "gruppi dominanti" chiusi nella loro stanza dei bottoni per tenerci tutti sotto controllo, ma sono addirittura creati ad arte da loro stessi. E chi non capisce queste ovvieta' e' un idiota. Insomma proprio come i discorsi compottisti post 11 settembre. E' il vecchio antiamericanismo che non muore mai e si nutre di queste tragedie.
Anche per questo sono sempre piu' contento di tornare a vivere in America.

martedì 9 aprile 2013

Lo sport in America

Ieri era la giornata del derby Roma-Lazio e come troppo spesso accade, la citta' e' stata preda di violenti incidenti. Alcuni tifosi sono entrati in contatto, si sono insultati, hanno tirato fuori i coltelli e otto persone sono state accoltellatema per fortuna hanno riportato solo delle lievi ferite.
Mi chiedo sempre perche' in Italia ogni partita debba essere un pretesto per scatenare la violenza di tifosi in perenne odio tra di loro. Inoltre prima di partite a rischio, i commercianti della zona chiudono le loro attivita' e i cittadini preferiscono restare in casa sperando che i violenti non danneggino le loro auto parcheggiate in strada. E' assurdo ma per molti italiani tutto questo e' diventato normalita'.


Non per me che una tiepida sera d'estate di alcuni anni fa ho avuto la fortuna di assistere ad una partita degli Yankees. Ero un poco piu' che un ragazzino e avevo sempre sognato di vedere una partita di baseball dal vivo. Notando subito che i tifosi non erano divisi in settori ma sedevano tranquillamente uno accanto all'altro e ed erano li' con i propri figli, con le mogli, con le fidanzate chiesi a mio zio, americano: come mai i tifosi non sono divisi in settori? Ma lui non capi' bene il significato di quella strana domanda.
Il tifo a dire il vero non era organizzato come da noi. Forse gli Americani non hanno il tempo e la voglia di frequentare circoli sportivi per provare cori e creare striscioni artistici. Il tifo americano e' guidato dall'organizzazione dello stadio. Ad esempio alcune azioni salienti venivano sottolineate da musiche che aumentavano di volume e creavano tensione. E poi i momenti morti venivano riempiti dalle domande che comparivano sugli enormi maxi-schermi. Chi vinse il campionato nel 1976? E le tre opzioni a, b, o c. Quanti home run ha segnato Babe Ruth nel 1927? E le tre opzioni a, b o c. I tifosi scommettevano tra di loro, alcuni anche con il tifoso della squadra avversaria che gli sedeva accanto. La risposta sarebbe stata mostrata dopo qualche minuto. Nel frattempo la partita riprendeva e poco dopo...un boato. Strano perche' nessuna squadra aveva segnato. Ah ecco, sul maxi schermo era appena comprarsa la risposta alla domanda precedente e coloro che avevano vinto la scommessa avevano esultato. La partita sembra quasi un pretesto per mangiare e bere. Hot dog e birre a volonta'. Nessuno insulta l'arbitro, nessuno inveisce contro la squadra avversaria o contro i tifosi avversari. Tra un hot dog e l'altro si da' un'occhiata alla partita e ci si entusiasma quando c'e' un home run.  A volte vola anche qualche sfotto' tra tifosi ma appena il tono si fa' volgare o offensivo prontamente arrivano gli uomini della security che riescono a calmare gli animi e se necessario conducono i tifosi esagitati fuori dallo stadio per farli "raffreddare". 
Dopo aver riflettuto sulle differenze tra tifosi italiani e tifosi americani mi e' capitato sott'occhio la di un certo Jack Hoffman, un bambino di 7 anni affetto da cancro al cervello che a quanto pare sta commuovendo l'America. Jack e' stato gia' perato due volte e tra due settimane iniziera' la chemioterapia e ha da sempre un sogno, segnare un touchdown con la sua squadra del cuore, i Nebraska Cornhuskers. Ieri era a bordo campo ad assistere la partita dei suoi beneamini quando ad un certo punto lo hanno fatto entrare in campo. Incredulo ma felicissimo Jack...beh vedete il video.
Il messaggio che questa magica serata di sport americano ha voluto trasmettere al piccolo Jack e a tutti noi e' che non bisogna mai arrendersi perche' con la forza di volonta' si possono superare tutte le difficolta', anche le piu' estreme. I Nebraska Cornhuskers hanno regalato a Jack un momento indimenticabile che  gli dara' ancora piu' forza per affrontare la sua battaglia piu' difficile.
Lo sport negli Stati Uniti sa anche trasmettere messaggi educativi.






venerdì 5 aprile 2013

Quando non c'e' chi controlla...

Oggi leggevo un post dal blog Un'Americana a Roma e un passaggio mi ha molto divertito:

Every single time I hosted an Italian friend back in the States, WITHOUT FAIL, the first thing they'd say when they saw the newspaper distribution boxes on sidewalks, was, "how is it possible that no one takes all the papers?" The first time someone asked me, I was baffled. "Why would anyone want to do that? I only need one." The inevitable response, which I eventually got used to over the years, was, "But, just because you could! No one's monitoring it!" Apparently the honor system isn't big around Italy. So I'd then respond, "Ok, fine. But then what would you DO with all those extra newspapers?" Reply, "Oh, I don't know, really. Sell them? Who knows. It's just... this idea that you could take them all if you wanted." I find that a fascinating cultural commentary. I have no use for 10 newspapers. My mind didn't even go there. And yet, every Roman who ever came to the States always marveled at this idea. Love it.