domenica 25 febbraio 2018

Il voto degli Italiani all'estero

Il 4 Marzo, come tutti sappiamo, ci saranno le elezioni politiche in Italia e anche noi Italiani all'estero, iscritti all'AIRE, abbiamo il diritto al voto, per corrispondenza. 
Come sempre in queste occasioni si accendono delle discussioni infuocate tra gli Italiani che vivono all'estero e quelli che vivono in Italia. E noi che viviamo all'estero dobbiamo ascoltare le solite domande e osservazioni:
Ma è giusto dare il diritto di voto a voi Italiani all'estero?
Cosa ne sapete voi dell'Italia? 
Siete andati via e non dovreste poter votare! 
Ma perché vi interessa ancora dell'Italia? 
Vivete all'estero? E allora votate per il vostro Paese ospitante! 

Di primo istinto rispondo che sono un cittadino italiano e finché non mi tolgono la cittadinanza, credo sia giusto che mi sia concesso questo diritto. Pensandoci bene per devo dire che alcune delle obiezioni non siano completamente sbagliate. Alcune, non tutte. 

Dunque, riflessioni personali.
Quando pensano che non sappiamo più niente dell'Italia non è vero. O è vero a metà. Conosco tanti italo americani che in effetti hanno il diritto al voto ma che sono emigrati qui da ragazzini e non ne sanno molto dell'Italia. Mi fanno spesso cadere le braccia quando fanno discorsi in cui dipingono l'Italia come un Paese arretrato, come fosse appena uscito dalla seconda guerra mondiale. Questi votano se vogliono e forse non dovrebbero averne il diritto. E forse non dovrebbero poter votare coloro che hanno preso la cittadinanza italiana solo grazie al nonno che viveva in Italia e non conoscono l'italiano e in Italia ci sono andati al massimo una volta per vacanza. Darei il diritto solo a chi è nato in Italia.
Ma ci sono anche tante persone che sono emigrate 10-20 anni fa e che grazie ad internet seguono tutte le notizie, le indagini giornalistiche (in realtà purtroppo non ce ne sono molte), i dibattiti politici, le trasmissioni come Le Iene, Striscia la notizia e tante altre. Ma ovviamente non vediamo l'Italia con il solo filtro della TV, sarebbe fuorviante. Tramite Facebook, Whatsapp, Messenger, Skype, FaceTime, siamo sempre in contatto con parenti e amici e conosciamo bene come si vive oggi in Italia, le loro difficoltà, le disfunzioni dei piccoli paesi e delle grandi città.
A volte stranamente, si arriva al paradosso che molti emigrati all'estero conoscono meglio l'Italia di chi ci vive e non si è mai mosso di lì.
Ad esempio conosciamo qualcosa in più di questi, che ne dite?
Un'obiezione tipica è che chi è all'estero non ha più niente a che fare con l'Italia, non ha più niente in Italia e quindi non dovrebbe votare. Beh potrebbe essere non vero perché molti Italiani all'estero hanno una casa in Italia (vuota o in affitto) e pagano le tasse ogni anno. Le tasse le pagano in Italia e non dovrebbero poter votare anche se vivono all'estero? 

Insomma un'idea che potrebbe essere accettabile è: sei nato in Italia e hai diritto al voto anche se sei all'estero. Se paghi le tasse all'Italia perché hai ancora proprietà in Italia magari il diritto lo mantieni fino a che non vendi casa. Se non hai niente il diritto te lo togliamo dopo chessò 10-15 anni e lo riacquisti se torni a vivere in Italia.

Ma a parte il voto e non voto ciò che mi stupisce è l'astio che si rivela in quelle frasi..
Ma perché dovete poter votare? 
Siete andati via e allora basta, non dovete poter votare!

Ecco a me queste frasi sembrano trasudare acidità. Quasi come a dire: ci hai ripudiato andandotene via dalla nostra tribù? E allora stai li e non ti occupare più di noi. Non ti vogliamo più.
Beh amici, se siamo andati via è perchè l'italia ci ha costretto ad andare via. E se le cose fossero state migliori molti di noi sarebbero rimasti. Non abbiamo ripudiato "la tribù". Amiamo sempre l'Italia e gli Italiani, amici e parenti rimasti li e all'estero siamo sempre orgogliosi di dire al mondo che siamo Italiani e vivevamo nel più bel Paese del mondo. E poi non è che all'estero ci godiamo la vita come potreste pensare, non è che qui qui sia sempre tutto rose e fiori. Insomma se vedessimo dei miglioramenti un giorno potremmo anche tornare in quell'Italia che ci ha spinto ad andare via. E un miglioramento può avvenire anche grazie al contributo di noi Italiani all'estero con il nostro voto.

L'altro aspetto che mi stupisce di queste obiezioni è che gli Italiani rimasti in Italia pensano che si possa tagliare il cordone ombelicale con l'Italia non appena saliamo su quell'aereo che ci porta in un altro Paese. Non è così semplice.
Se sei nato in Italia da genitori nati in Italia, con nonni nati in Italia, se hai avuto amici italiani, se hai studiato elementari, medie, liceo, università in Italia, se hai guardato la tv italiana, se hai respirato Italia per 20-30 anni della tua vita e sei all'estero da soli 10 anni o poco più come si fa a dimenticarsi dell'Italia, chiudere la porta e non pensarci più? C'è chi ci riesce ma non è facile per tutti. Scusateci se all'Italia ci pensiamo ancora. E spesso.

Comunque buone elezioni a tutti, popolo italiano all'estero e popolo italiano in Italia. Per molti siamo due popoli ormai distinti e separati e quasi in contrasto, e in effetti in Italia tutto si basa sulle divisioni in fazioni di ultras. A questa divisione tra Italiani all'estero e Italiani in Italia ancora non ci avevo ancora pensato. E' una che si aggiunge alle altre. Spero che un giorno diventeremo più uniti.
Buon voto a tutti! 


lunedì 19 febbraio 2018

E' tornato Stefano Spadoni

Molti Italiani che amano gli Stati Uniti oggi seguono YouTubers, imprenditori e giornalisti italiani che vivono in Usa e raccontano le propria vita quotidiana in America.
Ma forse non tutti conoscono quello che per me è stato il migliore di tutti: Stefano Spadoni. 10-15 anni fa Spadoni era una figura leggendaria tra gli Italiani a New York. Le sue feste erano memorabili e le sue trasmissioni in radio su Big Apple Radio erano un appuntamento da non perdere. 
Io lo seguivo durante i miei ultimi anni di università quando presi la decisione che appena laureato avrei tentato l'avventura americana e Spadoni era una voce amica in un'Italia che in quel periodo ai miei occhi stava diventando sempre più anti americana, o perlomeno alla mia università, un covo di professori e studenti che odiavano gli Usa e cercavano di creare tanti soldatini anti americani. 
Io all'epoca gli scrivevo molte email e lui le sempre leggeva tutte in radio. Poi lessi anche il suo libro Vado a vivere a New York e penso che non ci sia un libro più interessante e utile per capire davvero la mentalità e la cultura americana.
Quando arrivai a New York Stefano Spadoni mi invitò in radio e qualche giorno dopo ad una delle sue mitiche feste...piena di modelle by the way. 
Poi di Spadoni ho perso un pò le tracce perché termine le trasmissioni in radio e credo si sia dedicato ad altri progetti. Ma oggi mi è arrivata una sua email molto gradita in cui mi comunica che ha ripreso le sue trasmissioni radiofoniche o meglio non saranno proprio come quelle di Big Apple Radio ma qualcosa di simile, che è già qualcosa, due podcast a settimana ascoltabili in diretta su Radio Monte Carlo o in streaming via podcast sul suo sito. 
Io ve lo consiglio, poi mi direte se lo trovate interessante.
Attenzione: Spadoni non è politically correct. Ha le sue idee forti e originali che a molti potrebbero non piacere. Ma anche se anche politicamente doveste pensarla in modo diverso potreste sicuramente apprezzare le sue notizie, storie e curiosità sulla vita reale a stelle e strisce. 
E tra parentesi tempo fa Spadoni accettò una mia intervista per il blog e se ne avete voglia ci lascio il link: Intervista a Stefano Spadoni. 
E dedicai un post anche al suo libro: Vado a vivere a New York.
Cosa dire...bentornato Spadoni!

lunedì 12 febbraio 2018

Smart tv, libertà e schiavitù

Negli ultimi anni ho guardato poca tv. Solitamente quando arrivo a casa di sera sono stanco per la lunga giornata lavorativa e quindi cucino qualcosa, mi metto al pc, controllo le email, leggo qualche notizia, mi aggiorno su Facebook, guardo qualche video su YouTube o a volte un film e me ne vado a dormire. La mia TV è quindi stata praticamente spenta negli ultimi anni e poche settimane fa, ironia della sorte, ha anche deciso di abbandonarmi, rotta, niente segni di vita. Era una vecchia tv del padrone di casa e quindi l'ho buttata via e, dopo qualche settimana, ho deciso di comprarne una a mie spese. 
Mi sono informato online e ne ho comprata una di buona qualità, per l'esattezza una Roku Tv. Una smart tv.  Ero praticamente indietro di 5 anni sulle nuove tecnologie e non pensavo che ci fossero stati tanti cambiamenti. Sono rimasto colpito quando ho visto che sulla mia tv, sostanzialmente legata ad internet, è possibile digitare il nome di qualsiasi film, attore, regista e troverai sempre tutto ciò che cerchi, la lista dei canali che trasmettono il film gratis e quelli che lo trasmettono a pagamento. Un'immensa videoteca virtuale contenente tutti i film esistenti. 
Ma non vorrei parlare semplicemente di una tv. E' solo il mezzo che mi ha fatto riflettere su alcune frasi che ascolto e leggo sempre più spesso: 

Oggi la vera informazione non esiste!
Ma quale libertà? Siamo tutti schiavi. Ci guidano dall'alto come pecore!  
Ci fanno credere tutto ciò che vogliono...loro! 

Non si può certo negare che i mass media abbiano un grande potere nel condizionare le idee e influenzare l'opinione pubblica. E le bufale online riescono spesso a guidarci verso un'area politica piuttosto che un'altra. E gli algoritmi di Facebook, Amazon e Google conoscono bene tutte le nostre abitudini e ci propongono consigli per gli acquisti spaventosamente mirati. Non voglio negare tutto questo però voglio fare un discorso obiettivo che indirettamente anche la mia nuova tv ha aiutato a rafforzare.

Oggi c'è una mare di informazione. Con poca ricerca chiunque ha accesso a milioni di articoli, audio, video, su ogni singolo aspetto dello scibile umano.
E l'informazione è a portata di tutti. Niente più biblioteche, niente più grossi volumi di enciclopedie impolverate. Pochi clic e l'informazione arriva sullo schermo di un pc, un portatile un tablet o uno smartphone.

Esplorando il magico mondo della mia smart tv ho notato che a parte i milioni di film è possibile avere accesso a qualsiasi tipo di contenuto, migliaia e migliaia di canali tematici e quasi tutti gratis:  canali come TED e le sue interessantissime conferenze, The Great Courses con le sue lezioni  di livello universitario, canali di lingua, canali di cucina, canali in cui insegnano le tecniche degli scacchi. E vogliamo parlare di Wikipedia e YouTube? Il trionfo della condivisione del sapere umano. prendiamo YouTube. Più che i film e i documentari sono interessantissimi i canali delle persone comuni che da qualsiasi angolo del pianeta riescono a insegnarti qualcosa e farti condividere le loro esperienze. Tramite loro possiamo conoscere Paesi, culture e tradizioni, ma anche l'economia, la storia le regole degli sport, la letteratura, la mitologia. 
Pensate che tramite YouTube ho studiato per l'esame di Microsoft Excel 2013 specialist e lo ho superato a novembre! Grazie Hun Kim per le tue lezioni chiarissime e piene di esempi pratici.

Ora, come facciamo a dire che non esiste informazione? Come facciamo a dire che siamo schiavi?
Va bene un pò di sana critica sui media ma la mancanza di libertà è un'altra cosa. Giorni fa ho visto un documentario su YouTube (di nuovo grazie YouTube) in cui questi contrabbandieri rischiavano la vita per oltrepassare di notte il confine tra la Corea del Sud e la Corea del Nord per introdurre nel Paese dei pericolosissimi...dvd! Film, niente di che, canzoni, spettacoli, intrattenimento e libertà, cose proibite in un Paese in cui si rischia la vita a guardare ciò che non è approvato dal regime. 

E quindi mi chiedo: dove è questa privazione di libertà,  dove è questa censura?
Per conto mio mi reputo fortunato di vivere in un Paese in cui, come in Italia e in tutta Europa, tutto sommato la libertà è reale, con tutti i suoi difetti, ma la libertà è reale.
E quindi:
Grazie YouTube
Grazie Wikipedia
Grazie Netflix
Grazie Amazon
Grazie Smart TV

I complottisti possono farsi un viaggio in Corea del Nord. 

domenica 31 dicembre 2017

Il customer service italo-americano

Qualche giorno fa avevo voglia di cose buone italiane e, poiché nei grandi supermercati americani non riesco a trovare tutto, sono andato in un negozietto italo-americano fornito di tante leccornie made in Italy. Compro due pandoro (uno per l'ufficio e uno per il pranzo di Natale con degli amici), un pacco di pan di stelle (ma cosa ci mettono dentro? provocano dipendenza!), un pacco di fette biscottate, un pacco di introvabili biscotti gran turchese, un mini pandoro e un torrone, questi ultimi due da regalare al mio padrone di casa. Quando arrivo a casa mi rendo conto che alcuni prodotti hanno la scadenza a breve e due sono abbondantemente scaduti: le fette biscottate da un mese e i biscotti gran turchese da oltre un anno...luglio 2016!

Il giorno dopo torno al negozio con i prodotti scaduti e mentre entro penso che come avviene in tutti supermercati americani mi chiederanno: vuole un rimborso e cambiare i prodotti?
In realtà l'opzione del cambio è molto rara, di solito ti danno il rimborso e sta a te decidere se con quei soldi vuoi comprare altra roba nel negozio o andare via. Ma dimentico che sono in un negozio italo-americano e appena dico con gentilezza alla proprietaria che i due prodotti sono scaduti, lei, una tipa tracagnotta con grembiulone, da uno sguardo veloce alle date, va allo scaffale dei biscotti, prende un altro pacco di gran turchese e mi fa: Prendi questi che non sono scaduti. Febbraio 2018. Poi ricontrolla la data sul pacco delle biscottate e mi fa: Ma queste sono ancora buone! E' pane tostato, le puoi ancora mangiare!

C'erano altri clienti e poiché non amo fare polemiche, non per un pacco di fette biscottate, vado a casa con un pacco cambiato e l'altro scaduto e penso che alla fine avrà ragione lei e le fette le posso ancora mangiare ma, riflettendoci su, questo è un classico esempio di differenza tra mentalità italiana e americana e nello specifico tra il customer service americano e italo-americano.

Quando lavorai come cassiere a CVS, un noto supermercato-farmacia americano, ad esempio, una delle prime cose che mi disse il manager fu: Se un cliente viene a cambiare qualcosa, non fare domande, chiedi se vuole un rimborso o se vuole un altro prodotto. Anzi è sempre preferibile dare il rimborso. Non siamo qui per fare domande e interrogatori, non vogliamo che il cliente vada a comprare da un'altra parte. Ci sono tanti competitors fuori e perdere un cliente è un attimo.

Ed è proprio questo che mi piace della mentalità americana, la semplicità, la gentilezza, la disponibilità. Se un prodotto è scaduto o difettoso va cambiato. Punto. E' un gesto semplice e rispettoso verso il cliente che apprezzerà e tornerà di nuovo. Cosa ci avrebbe perso la proprietaria italo-americana a darmi un altro pacco di fette biscottate non scadute? Non sarebbe andata in rovina. Così ha perso un cliente. E non parliamo del customer service italiano in Italia. Ricordo ancora quando acquistai delle casse audio per il pc e appena aprii il pacco, in macchina, al parcheggio del negozio, notai che l'alimentatore era rotto. Tornai subito al negozio mi fecero un sacco di storie: Si ma cosa ne sappiamo che non ti è caduto a terra quando hai aperto la scatola? Era tua responsabilità controllare tutto all'interno del negozio...Il tizio mi diede un numero telefonico del customer service per chiedere un rimborso e provai decine di volte ma nessuno rispondeva a quel numero e alla fine decisi di comprare un altro alimentatore di tasca mia. Non tornai più in quel negozio e gli feci cattiva pubblicità con tutti i miei amici. Credo di avergli fatto perdere almeno una decina di clienti ma in quel periodo era l'unico negozio in zona che vendeva quei prodotti e la mancanza di concorrenza lo poneva in una situazione di "monopolio". Dici clienti in meno non gli avrà causato una grande perdita. Sono piccole cose, certo, ma noi Italiani ci facciamo sempre riconoscere, sia in Italia che in America.

giovedì 14 dicembre 2017

La storia di Babbo Natale


Conoscete la vera storia di Babbo Natale? Ha origine molti secoli fa a Myra in Asia Minore, nell’attuale Turchia. In quella città viveva un uomo che si sarebbe distinto per le sue opere di carità: San Nicola. Ci sono sono le leggende sulla sua vita ma quella più celebre è la storia delle tre ragazzine costrette dalla famiglia a prostituirsi a causa delle loro condizioni di povertà. La leggenda narra che San Nicola, mosso a compassione, fece recapitare al padre delle ragazzine tre sacchi pieni d’oro, nell’arco di tre notti. Le prime due riuscì a introdurre i sacchi tramite una finestra aperta ma la terza notte la finestra era chiusa. San Nicola non si perse d’animo, si arrampicò sul tetto e lasciò cadere il terzo sacco dal camino. Le ragazzine riuscirono a liberarsi dalla prostituzione e trovare marito grazie alla dote di San Nicola che da quel momento venne riconosciuto come il protettore dei bambini. Il 6 dicembre, si celebra la sua festa e per lungo tempo proprio il 6 dicembre è stata la festa dei regali ai bambini e in alcuni Paesi lo è ancora.

Dalla Turchia il culto di San Nicola si diffuse velocemente in tutta Europa ma venne abolito durante la riforma protestante perché contraria al culto dei santi. Il ruolo di San Nicola come dispensatore di regali venne sostituito da Gesù bambino  che porta i doni ai bambini tra il 24 e il 25 dicembre. 

Ma serviva anche un personaggio che punisse i bambini che si erano comportati male durante l’anno, e la figura di Gesù non era adatta allo scopo. 

 

Assunse quindi importanza una figura pre-cristiana del folklore germanico già associata a San Nicola in qualità di suo servo-aiutante: Krampus, un demone dall’aspetto caprino, dalle corna appuntite e con una lunga lingua rossa che va in giro la notte del 5 dicembre con un fascio di rami secchi in cerca di bambini cattivi. Krampus può limitarsi a lasciare un ramo secco come dono ai bambini cattivi ma può decidere anche di rapirli, gettarli in un fiume o mangiarli. 


Sia Krampus che Gesù bambino vennero gradualmente dimenticati in favore di San Nicola, che tornò in auge quando gli Olandesi emigrarono negli Stati Uniti. Gli Olandesi erano devoti a San Nicola, che chiamavano Sinterklaas e importarono il suo culto anche nel nuovo mondo dove Sinterklaas sarebbe divenuto Santa Claus grazie al contributo di alcuni scrittori, poeti e illustratori, tra i quali i due newyorkesi Moore e Nast.

Nel 1822 Clement Clark Moore scrisse una poesia per i propri figli intitolata A visit from Saint Nicholas, anche nota come The Night Before Christmas, che ebbe un grandissimo successo e venne pubblicata su diversi giornali. Moore modificò le figure tradizionali di San Nicola e SinterKlaas dando loro dei tratti di un allegro elfo panciuto dalla barba bianca che entra in casa di notte attraverso il camino.

Nel 1862 l’illustratore Thomas Nast ne diede un’immagine ancora più definita sulla rivista Harpers Weekly raffigurandolo come un omone panciuto con abito rosso, con risvolti di pelliccia bianca, che vive al polo nord e si muove con una slitta trainata da 8 renne. Nacque così il Santa Claus che tutti conosciamo la cui immagine venne fissata in modo definitivo da un’importante campagna pubblicitaria della Coca Cola del 1931.

 

Santa Claus nacque quindi in Turchia, si spostò in Europa, emigrò negli Stati Uniti, e ritornò in Europa. La trasformazione da San Nicola a Santa Claus è durata molti secoli e contrariamente all’immagine consumista che ha assunto negli ultimi decenni è una figura molto più legata alle origini cristiane di quanto si possa pensare immaginare. Buon Natale a tutti.

domenica 10 dicembre 2017

Chi si ferma è perduto

Pochi giorni fa ho scritto un post in cui descrivevo la facilità con cui gli Americani cambiano lavoro o, per lo meno, la loro propensione mentale a cambiare. Il post  ha suscitato un pò di incredulità da parte di qualche lettore italiano che sostanzialmente mi ha chiesto, nei commenti, se è mai possibile che gli Americani riescano a mettere da parte famiglia ed amici così facilmente pur di inseguire un lavoro migliore, in un'altra città o addirittura in un altro stato.  La mia risposta è: si, è possibile, confermo e sottoscrivo, e anzi "rilancio" con un'altra idea, confermata dalla realtà e da questo articolo di Monster.com, sostenendo che non solo gli Americani cambiano lavoro quando le cose un pochino male ma anche quando vanno benino perché qui, nonostante la crisi e con le dovute eccezioni, si può sempre trovare di meglio e l'articolo di Monster conferma questa mia tesi. L'articolo può suonare strano ad alcuni lettori ma la prospettiva americana è davvero diversa.
Sarà perché la disoccupazione è a livelli bassissimi, sarà perché la meritocrazia è presente, fatto sta che gli Americani non cercano il posto fisso e lo guardano con sospetto perché chi si ferma è perduto e il segreto è cambiare. Ovviamente l'autore non si riferisce a chi all'interno della stessa azienda riesce a ottenere promozioni e aumenti sostanziosi nel giro di un breve periodo ma queste sono situazioni da film, o meglio ci sono ma non così frequenti come si possa pensare, per tutti i comuni mortali la storia è diversa e bisogna sudare sette camicie per raggiungere dei risultati e se si arriva a un punto di stallo, senza scatti in carriera o aumenti sostanziali, con la consapevolezza che niente di li a breve cambierà, l'unica cosa da fare è cambiare. Guardarsi attorno, andare a fare colloqui e arrivederci e grazie quando si trova una compagnia migliore.

L'autore dell'articolo suggerisce la regola dei 4 anni. Se in quel periodo gli aumenti e le promozioni tardano ad arrivare, è tempo di cambiare, vi siete adagiati troppo, dovete darvi una mossa. 
Non solo, restare troppo a lungo nella stessa compagnia può essere considerato controproducente. Una tale "stabilità" può far pensare ai potenziali datori di lavoro che non siete dinamici, vi siete impigriti, non avete ambizioni e probabilmente non siete propensi al cambiamento e quindi anche più difficili da inserire in una nuova azienda, soprattutto quando vedono che non avete avuto avanzamenti in carriera e siete rimasti magari anche 8-10 anni nella stessa azienda. 

Dal punto di vista italiano l'idea di cambiare lavoro può fare paura o alla meglio ci mette un pò in ansia. Prendiamo il mio caso. Mi trovo bene con tutti, i colleghi e i superiori sono simpatici, sembra quasi una famiglia, non ho particolari difficoltà, tutto è ormai molto facile e senza sorprese. L'idea di cambiare lavoro mi fa pensare al fastidio di andare a fare colloqui, cambiare città, cercare un nuovo appartamento, mettermi a fare un trasloco... Aspetta un attimo, dico a me stesso, ci pensiamo tra un paio di mesi. Allo stesso tempo qualcos'altro mi dice di cambiare. Perché l'idillio è solo apparente e se considero un piccolo avanzamento e un piccolo aumento agli inizi, la situazione è rimasta statica, troppo statica, non sto imparando niente di nuovo, non vedo possibilità imminenti di avanzamenti e nonostante sia molto apprezzato dal mio manager, l'aumento promesso sta tardando ad arrivare (da oltre un anno) e sto iniziando ad annoiarmi. Non sarà tempo di cambiare? Se osservo alcune giovani colleghe americane devo dire che la mentalità è totalmente diversa. Molto americana, ovviamente. Laureate nei tempi, perché qui non esiste il fuori corso, a 22 anni hanno iniziato a lavorare, hanno cambiato due tre compagnie e sono da poco approdate alla nostra. Guadagnano più di me  (alcune per merito altre un pò meno) e sono accomunate da una caratteristica: hanno sempre cambiato anche quando stavano bene. Addirittura continuano a cercare lavoro e a fare colloqui anche adesso che a solo tre anni dalla laurea guadagnano già moltissimo, hanno quell'ottimismo e quel dinamismo meno presente in noi italiani perché gli avranno insegnato, come un mantra, che le opportunità in questo Paese sono sempre dietro l'angolo e non bisogna mai adagiarsi. Ecco forse dovrei prendere esempio da loro e rimboccarmi le maniche. Non dovrei più pensare che mi attivo tra un paio di mesi. E' così che passano gli anni e chi si ferma è perduto.

giovedì 7 dicembre 2017

Ugly Christmas Sweaters

Ciao a tutti, e' quasi Natale e oggi vi parlo della moda americana degli Ugly Christmas Sweaters. Li avrete visti indossati dai protagonisti di molti film americani, i "brutti maglioni natalizi" coloratissimi, pacchiani, pieni di renne, pupazzi di neve, slitte e babbi natale. Li indossano soprattutto gli adulti a Natale o alla vigilia di Natale. C'e' anche chi li indossa in ufficio il 22 o 23 dicembre e ci sono gruppi di amici che organizzano feste a tema Ugly Christmas Sweater durante le quali ognuno sfoggia il proprio maglione piu' brutto e a fine serata viene votato il maglione piu' ugly tra gli ugly. Negli ultimi anni questi strambi maglioni sono diventati una vera moda e tutti i negozi hanno un settore dedicato ad essi. Chi li indossa dimostra di avere senso dell'umorismo nonche' coraggio e  sorprende e fa sorridere gli amici, colleghi e parenti. In origine gli ugly Christmas sweaters venivano sferruzzati a mano dalle nonne che li donavano con orgoglio a figli e nipoti i quali non potevano esimersi dall'indossarli proprio il giorno di Gesu' bambino. Non potevano deludere la nonna e dovevano dimostrarle di aver apprezzato tantissimo quel dono amorevolmente e pazientemente sferruzzato per mesi. Oggi vengono prodotti brutti di proposito ma alcuni riescono ad essere anche addirittura belli, o meglio di un brutto che piace. Trendy. Per me esprimono creativita' e umorismo tutti americani e sto pensando di comprarne uno, o meglio spero che me ne regalino uno. Con gli ugly christmas sweater si realizza finalmente il sogno di tutti noi di poter dire a chi ci dona qualcosa di brutto...Il tuo regalo fa veramente schifo! Il donatore fara' un sorriso, felice di averci regalato il maglione piu' brutto possibile. 
Eccone alcuni:





E, da appassionato della prima stagione di Stranger Things e di videogiochi anni 80, eccone due che potrei acquistare:





mercoledì 29 novembre 2017

Cinquecentomila!

Ragazzi, CINQUECENTOMILA! Ma come è possibile, nella vita reale non mi ascolta neanche il gatto, e su questo blog mezzo milione di visualizzazioni! E' un piccolo grande traguardo che mai avrei immaginato di raggiungere quando ho iniziato a raccontare, quasi solo per me stesso, come un diario personale da leggere in futuro, della mia intenzione di tornare a vivere in America.
Non è facile per un blog toccare quota mezzo milione perchè non si tratta di un canale YouTube che si avvale di video e contenuti più immediati. Vuol dire che apprezzate i miei post e per questo ringrazio tutti, sia chi mi segue da tempo, sia chi mi segue da poco.
Grazie a tutti e stay tuned for more updates.

Dialogando sul Black Friday

Un paio di giorni fa chiacchieravo con il ragazzo americano di mia cugina. Un ragazzo in gamba, con una buona cultura e la passione per la politica americana e internazionale. Parlavamo del Black Friday che da pochi anni è diventata tradizione anche in Italia al che lui mi dice che ha sentito che in Germania e in Italia i lavoratori di Amazon hanno scioperato proprio il giorno del Black Friday. Lo diceva con una lieve punta di indignazione anche perchè dal suo punto di vista americano una cosa del genere non è si è mai vista. Uno sciopero totale proprio il giorno del Black Friday? Ma sono pazzi questi a mettere in difficoltà l'azienda proprio il giorno più importante dell'anno? Questo sembrava dire dal tono di alcune sue espressioni.
Lo so - rispondo - ma, bisogna comprenderli, i loro salari sono molto bassi, sui 1200 euro netti al mese, a quanto pare.
E lui, secco: Si ma nessuno li obbliga a lavorare li. Se non gli va, possono sempre cambiare e trovare un altro lavoro. 

Questa risposta mi ha fatto riflettere ancora una volta sulle differenze tra Italia e Stati Uniti in ambito lavorativo. Negli Stati Uniti in effetti funziona così: non ti piace il lavoro, il capo, i colleghi? Pensi di meritare uno stipendio più alto? Bene, resisti un pò, chiedi un aumento o migliori condizioni senza paura, vedi cosa succede e se le cose non cambiano, vai via e trovi un altro lavoro.  Semplice, chiaro, cristallino. In Italia diremmo se le cose non cambiano, vai via e cerchi un altro lavoro. Negli Usa anche i verbi presuppongono più ottimismo. Il lavoro non lo cerchi, lo trovi, perché è ovvio che dopo una breve ricerca qualcosa troverai. In Italia è un tuffo nel vuoto. E considerando Amazon, quei 1200 non sono neanche male di questi tempi. Molti amici che vivono al Sud mi raccontano che in alcune regioni la media stipendio per alcuni lavori si è drasticamente abbassata fino a raggiungere stipendi da 500-600 euro. La cosa forte e che se tu lo dici ad Americani e (sopratutto) Italo-Americani loro rispondono: ma 600 euro...a settimana, vero? E a quel punto spunta sempre sul mio viso il solito sorriso amaro. 

Ma queste cose gli Americani e Italo-Americani non possono capirle. Amano l'Italia da cartolina e per loro è splendida quando la visitano in vacanza. Non hanno mai vissuto la quotidianità italiana, le ristrettezze economiche, la ricerca di un lavoro e come tutti costruiscono il mondo a loro immagine e somiglianza e se le cose vanno male in Italia la colpa è solo nostra. Di chi altri potrebbe essere? In America chi è disoccupato per troppo tempo lo è perché non ha voglia di lavorare, perché dovrebbe essere diverso in Italia?
Non sapete quante volte ho sentite frasi come:
Voi ragazzi Italiani non volete fare sacrifici. 
Anche se iniziate a lavorare da McDonald's se poi siete bravi, riceverete aumenti e salirete in carriera.
Dovete rimboccarvi le maniche e poi le soddisfazioni arriveranno.

Vai a spiegare che ci sono laureati che hanno buttato al vento anni di studio per lavorare in un supermercato o in una pizzeria a 800 euro al mese, se va bene, e restano li per anni senza un euro di aumento e senza alcuna speranza di fare carriera. Che futuro possono avere i giovani in Italia? E infatti chi può compra un biglietto e prova a vivere all'estero. Ogni anno 100mila giovani lasciano l'Italia, il Paese più bello del mondo. Un motivo ci sarà.

Comunque ho notato che quando Americani e Italo-Americani si convincono che la crisi italiana è davvero più nera di ciò che sembra, che gli imprenditori schiavizzano i ragazzi con stipendi da fame,  che lo Stato non riesce o non vuole controllare, loro ripartono all'attacco con delle obiezioni frequenti, molto logiche e pragmatiche: Va bene, è un periodo di crisi ma perché voi giovani non aprite un'attività? Perché volete sempre lavorare come dipendenti? Se la situazione è così brutta come dite aprite una compagnia e le cose andranno meglio.
Vagli a spiegare che le tasse strangolano le imprese e moltissime hanno dovuto chiudere proprio per non riuscire a pagarle tutte.
In realtà a questa ennesima contro obiezione loro iniziano a pensare: Eh si, i datori di lavoro sfruttano, lo Stato non fa i controlli, lo Stato sommerge di tasse i giovani che aprono attività. Ma è davvero cosi brutta la situazione in Italia? Eppure è un paese meraviglioso dove i giovani sembrano felici.
Non è una congettura perché frasi del genere me le hanno dette spesso in passato, fino al giorno in cui ho deciso di non addentrarmi più in questi discorsi. Generano solo incomprensioni e malumori.

Devo solo ritenermi fortunato di essermi salvato all'ultimo secondo andando via dall'Italia prima che fosse troppo tardi, riuscendo a conquistare a fatica un minimo di serenità economica.
Per quanto riguarda il Black Friday gli Americani sono riusciti a introdurre una nuova festa commerciale, ma chissà perché non sono riusciti a introdurre le loro idee di meritocrazia e stipendi più umani. 

martedì 28 novembre 2017

Il contante è per gli spacciatori

Vi avevo parlato di come sia diffuso negli Stati Uniti l'uso delle carte di credito? E' una vera religione e chi ha in tasca anche 20 dollari viene visto in modo strano. Beh 20 dollari forse no ma provate a pagare qualcosa con quattro o cinque banconote da 20 e riceverete subito uno sguardo sospettoso. In America tutti hanno almeno una o più carte di credito, sono comode e vantaggiose e più le usi e più aumentano i vantaggi: reward points, sconti e tanti benefit che a fine anno costituiscono un gruzzoletto di qualche centinaio di dollari. Quindi perché non usarle? Per problemi del tipo Le banche mi spiano. Non voglio far sapere alle banche come spendo i miei soldi (???)
Gli Americani sono pragmatici. Usano le carte di credito perché avranno soldi indietro, se preferiscono il contante riceveranno...niente. Poiché carta di credito è sinonimo di vantaggi ai loro occhi chi usa ancora il contante lo fa per due semplici motivi:
1) L'istituto di credito non gliela ha concessa (e la cosa è sospetta perché le concedono a tutti ma proprio tutti).
2) E' spacciatore o qualcuno che traffica nell'illegalità e deve pagare in modo non tacciabile.
Questa divertente meme natalizia spiega bene questa interessante caratteristica americana.
Carta di credito=persona normale
Banconote da 20=persona sospetta