martedì 14 dicembre 2021

Voci di Italiani in America - Valentina Corino

Vivo a:  Tyler, Tx

In Usa dal: 2013

Professione: Teesting services specialist al community college della città

 

Canali: 

-       Blog: psparse.com

-       Pagina Fb: Parole Sparse – Un’ italiana in Texas

-       Instagram: @parole_sparse

-       Scrivo anche per: www.usacoasttocoast.com

 

Racconta la storia che ti ha portato dall’Italia agli Usa:

Ho seguito il lavoro del marito. Prima è venuto lui da solo non sapendo se sarebbe diventato un trasferimento definitivo. Avendo un lavoro a tempo determinato in ambito assicurativo in Italia non volevo perdere questa posizione fino a che la situazione americana si fosse definita. Poi quando tutto si è definito 6 mesi di aspettiva e sono arrivata qui.

 

Di cosa ti occupi qui negli Stati Uniti?

Lavoro presso il Testing Center del community college della città dove viviamo. Ci occupiamo dei test di ammissione, di quelli accademici e offriamo anche svariate certificazioni professionali anche per professionisti che ormai non sono più al college da un po’.

 

Quale è stato il tuo percorso per rimanere qui in termini di visti e green card?

Prima il visto da studente (con cui ho studiato Storia Americana) e poi la green card.

 

Farai domanda per la cittadinanza (se non sei già cittadina)?

Ho raggiunto i requisiti per fare domanda l’estate passata, ma ho aspettato perché con la pandemia si erano allungate di parecchio le tempistiche di tutta la procedura. Penso che farò domanda nel 2022.

 

Le prime impressioni da Italiano in Usa e le prime differenze che hai notato rispetto alla vita in Italia?

I primi tempi sono stati molto emozionanti ogni giorno era la scoperta di qualcosa di nuovo. Tra le cose che apprezzato di più fin da subito il poco caos, l’organizzazione. Nelle persone ho apprezzato da subito quanto sia più diffusa la gentilezza e il rispetto verso gli altri.

 

Cosa hanno detto parenti e amici quando hai detto che saresti andata a vivere negli Usa? E cosa ti dicono oggi?

Noi siamo stati fortunati perché abbiamo sempre avuto il supporto delle nostre famiglie. Certo la lontanza è tanta e non permette di potersi vedere quanto si vorrebbe, ma non ci hanno mai fatto mancare il loro supporto. 

Anche dagli amici non abbiamo avuto reazioni negative, qualcuno con gli anni si è perso per strada nonostante gli sforzi per mantenere vivi i rapporti. Però il trasferimento ha dato anche l’occasione invece per riallacciare rapporti che si erano smorzati. 

 

Cosa ami e cosa non ami degli Usa? Come ti sembrano gli Americani, amici, conoscenti, colleghi?

Gli americani sono molto diretti ed amichevoli. Sono carettarielmente molto diversi da noi italiani, questo non sempre rende facile creare veri rappoorti di amicizia intesi a come siamo stati abituati in passato. Se in più ci si mette la difficolta nelle relazioni quando ci si trasferisce da adulti non è sempre facile capire come realazionarsi. Anche perché spesso tendono a creare compartimenti molto più definiti rispetto a come facciamo noi. 

 

Uno o più episodi che ti hanno fatto esclamare: “Siamo proprio in America!”

Una sera a cena al momento di pagare la cameriera ci ha detto che il nostro conto era già stato pagato. Per abitudine un loro cliente abituale ogni sabato sera offre la cena a caso a qualche altro cliente nel ristorante. Conosco tantissime persone a cui sia capitato di vedersi pagare la spesa o magari arrivare alla cassa del drive thru per scoprire che la macchina precedente aveva pagato già anche il loro conto.  

 

Cosa ti mancava i primi tempi in Usa e cosa ancora ti manca dell’Italia?

Gli affetti e il cibo. Gli affetti penso sia ovvio per tutti. 

Per il cibo si trovano tante cose e a casa si può facilmente cucinare italiano, così come si possono trovare anche ottimi ristoranti, ma alcuni sapori non si riescono proprio a riprodurre e alcuni alimenti non arrivano neanche nei negozi più specializzati.   

 

Quando torni in Italia provi il reverse culture shock ovvero noti qualche aspetto che ti colpisce che non avevi mai notato quando vivevi in Italia perché ti sembrava normale?

Da che sono arrivata qui sono rientrata solo due volte. La prima era solo qualche mese che ero qui, quindi credo fosse troppo presto per avere un reverse shock. La seconda invece è stato fortissimo. Tante piccole cose che oggettivamente sono sempre state normali mi hanno colpito profondamente. La negatività (e aggressività) una fra le prime. Gli americani sono sempre super positivi e propositivi, in Italia ogni cosa è vista nei suoi aspetti negativi o viene criticata. La moda; parliamo di quella da tutti i giorni non l’eleganza delle grandi firme. Una cosa che mi ha colpito tantissimo è come tutti fossero vestiti allo stesso modo con la stessa giacca e  borsa che andava di moda. Come i colori fossero pochissimi. E’ vero che qui in Usa ogni tanto si vedono abbiamenti che ai nostri occhi sembrano azzardati ma si vedono tanti stili diversi, colori diversi da il “colore pantone dell’anno”.

 

Pensi che rimarrai a vita negli Usa o un giorno tornerai in Italia?

Per ora siamo qui, non sappiamo ancora cosa faremo quando arriverà il momento della pensione, mancano ancora troppi anni e chissà come saranno gli USA e l’Italia allora. Sicuramente spero a quel tempo di avere l’opportunità di poter passare tempo in entrambi i paesi e avere la fortuna di prendere il meglio di entrambi.

 

Quali consigli vuoi dare agli Italiani che sognano di trasferirsi in America?

Venire in America è un progetto a lungo termine. Se si vuole venire per fare un’esperienza solo di qualche anno può non essere troppo difficile trovare una via ed un visto per venire. Se invece si vuole pensare a un trasferimento in via più definitiva l’unica via (fortuna con la lotteria per la green card a parte) è la strada dell’investimento secondo me. O l’investimento nel senso più letterale del termine e quindi quello economico nel creare o rilevare un’attività. Ma ancora di più un investimento in se’ stessi nel crearsi un percorso di studi e una carriera che rendano i primis la propria figura professionale appetibile per un sponsor, ma soprattuto realistico pensare a che un visa sia rilasciato. Quindi non necessariamente un investimento economico, ma di tempo, risorse e impegno per creare le condizioni per un possibile trasferimento. Certo non è l’unica strada, ma le possibilità che dall’oggi al domani si crei la situazione per un trasferimento senza averne creato le basi non sono molte.


FOTO 1: Sunset - downtown Tyler



FOTO 2: Lake Tyler - spesso tanti rimangono sorpresi dalla quantità di laghi e foreste che abbiamo qui in east Texas


FOTO 3: Febbraio 2021 - il Texas sommerso di neve a temperature arrivate fino a -30 percepiti.



giovedì 9 dicembre 2021

Voci di Italiani in America - Claudia Pessarelli

Vivo a: Milwaukee
In Usa dal: 1995
Professione: Farmacista in Italia, lettrice universitaria negli USA
Canali: Un’alessandrina in America  (pagina FB, Blog ed Instagram)

 

• Racconta la storia che ti ha portato negli USA:
Sono partita come moglie a seguito: a mio marito era stato offerto un trasferimento vantaggioso per la carriera a Pittsburgh. Giovani e senza figli, ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti: “Partiamo, giriamo gli Stati Uniti e poi torniamo in Italia”. Il contratto era per tre anni. Ho preso aspettativa dal lavoro di farmacista comunale, giusto per sentirmi con le spalle coperte se fossi voluta scappare; abbiamo salutato le famiglie, chiuso la porta di casa e siamo partiti all’avventura nel nuovo mondo. Sono trascorsi 27 anni quasi e siamo ancora qui.

• Di cosa ti occupi qui negli Stati Uniti? 
Ho trascorso i primi anni a fare la mamma perché volevo crescere nostra figlia, nata l’anno dopo il nostro arrivo negli Stati Uniti, bilingue e per questo motivo trascorrevo periodi lunghi in Italia con lei. I soggiorni in Italia le sono serviti non solo per capire che c’era una famiglia oltre a mamma e papà, ma anche per imparare a parlare bene, scrivere e leggere in Italiano, visto che fino alla fine delle elementari è riuscita a frequentare l’ultimo mese di scuola in Italia come “auditor”.  Nel frattempo avevo cominciato a dare lezioni di italiano e, quando lei era in quinta, mi fu chiesto di fare una sostituzione semestrale come lettore universitario in una delle università della città. Quella che doveva essere solo una sostituzione si è trasformata in un lavoro. Ho insegnato dieci anni in quella università, poi altri sei nell’univeristà pubblica dello stato. Ora sono in pensione...forzata, causa riduzione drastica dei corsi anche a causa del Covid, ma anche benvenuta perchè mi permette di viaggiare di più e tornare più spesso in Italia, dove c’è la nostra famiglia, o essere più disponibile quando mio marito può prendere ferie e possiamo fare qualche vacanza.
Ho ripreso a dare lezioni private, anche tramite Zoom, ai miei allievi storici, ormai diventati amici. Faccio traduzioni e scrivo. Mi sembra strano non lavorare più fuori casa, ma alla fine anche per età, essere in pensione non dovrebbe suonarmi strano...
Sono anche una delle amministratrici e organizzatrici del progetto USA Coast to Coast, che mi serve per coltivare belle amicizie con altri espatriati negli Stati Uniti.

 

• Qual è stato il tuo percorso per rimanere qui in termini di visti e green card?
Parliamo di prima del 2001: era un ambiente totalmente diverso in cui era tutto più facile. L’azienda americana, consociata a quella italiana dove mio marito lavorava, aveva potuto assumere mio marito perchè nessun americano avrebbe potuto ricoprire il suo ruolo (fatto molto importante per poter avere un visto). Lui era un manager in Italia con conoscenza del prodotto, che era un prodotto molto specifico con nessuna azienda americana concorrente, e bilingue italiano-inglese. A me era stato dato un visto che non mi permetteva di lavorare, ma avevo ricevuto il SSN. Non so aggiungere altro e devo ammettere la mia totale ignoranza su visti e permessi. Mi ricordo che quando è nata nostra figlia, nata in USA e pertanto cittadina americana per nascita, abbiamo chiesto la Carta Verde che ci è stata data molto facilmente proprio per le sue funzioni di manager (tanto che non mi ricordo di periodi in cui non sia potuta tornare in Italia perchè eravamo nel “limbo” ) e ci è stata pagata dall’azienda. Lo stesso processo seguito per i tecnici dell’azienda che avevano richiesto la carta verde allo stesso nostro momento, era stato molto più lungo e complesso proprio per la loro funzione non manageriale. Con la carta verde, avevo potuto iniziare a lavorare pure io.
Dopo dieci anni di carta verde e una vita ormai stabilizzata qui (alla faccia del “poi torniamo”) abbiamo chiesto la cittadinanza. Siamo diventati cittadini nel 2008. 

• Le prime impressioni da Italiana in USA e le prime differenze che hai notato rispetto alla vita in Italia?
Domanda difficile perchè è passato tanto tempo dalle mie prime impressioni. Mi ricordo che avevo tanto entusiasmo e non mi lasciavo scoraggiare da niente, neanche dal mio inglese maccheronico. Ho sofferto molta solitudine all’inizio, perchè allora non c’erano i social e fare amicizie era difficile. Sono sicura che oggi sia più facile. Però ho sempre trovato un amore incondizionato verso noi Italiani, se non perchè quasi tutti un antenato italiano dicono di averlo, almeno perchè in Italia ci hanno viaggiato o ci vogliono andare. Ho sempre incontrato persone molto gentili, non ho horror story, di rifiuto o razzismo nei miei confronti però non voglio che gli USA sembrino il paese delle meraviglie perchè non lo sono, non sempre. Quello che è fantastico è che ci si può reinventare e se si fanno le cose bene si viene premiati. Nello stesso momento puoi anche essere il migliore nel tuo campo, ma se non servi più, non si fanno problemi a lasciarti a casa, senza stipendio, senza assicurazione sanitaria e tutto il resto dall’oggi al domani.
Ammiro però il loro entusiasmo ed il non piangersi addosso,  si rimboccano le maniche e vanno aventi senza aspettare aiuti esterni. Non hanno nel DNA le lamentele che invece sono comuni agli italiani sempre pronti a trovare il lato negativo delle cose, ma mi spaventa l’accentuato individualismo. Gli americani si bastano e la loro libertà individuale diventa prevalente su tutto. Sono dei solitari. Questo non vuol dire che non sono generosi con i loro soldi...lo sono molto meno con i loro sentimenti e questo li pone all’opposto di noi italiani (parere personale!)

• Cosa hanno detto parenti ed amici quando hai detto che saresti andato a vivere negli USA? E cosa dicono oggi?
Sono rimasti scioccati. Avevamo appena finito di ristrutturare la nostra casa in Italia, non se lo sarebbero mai aspettati. 27 anni...e siamo riusciti a mantenere le amicizie che contano. Torniamo spesso ed in questo siamo privilegiati e appena mio marito andrà in pensione i periodi in Italia saranno più lunghi senz’altro. 


• Cosa ami e cosa non ami degli USA? Come ti sembrano gli Americani, amici, conoscenti, colleghi?
Quando sono in USA, mi manca l’Italia e viceversa. Amo degli Stati Uniti il fatto che puoi andare in giro come vuoi e nessuno ti giudica per l’aspetto esteriore. Amo la serietà, anche se a volte questa diventa rigidità. In molto sono diventata più americana che italiana e questo mi spaventa un po’ perchè non pensavo potesse succedermi.
Per esempio sono diventata precisina...tanto: l’approssimazione e non ricevere risposte certe mi manda in bestia. Mi piace che qui tutto funzioni e che tutto si possa fare online semplicemente. Non amo che mancano le città dove si va in centro e a piedi si può far tutto (New York, Chicago e poche altre metropoli dove c’è un vero centro non sono la rappresentazione fedele di come sono gli Stati Uniti!). Non amo che per vedere un conoscente, che magari incontri per caso al supermercato e non vedevi da anni, ti venga dato un appuntamento per un caffè dopo 3 mesi e dopo un “let me go home, look at my calendar and get back to you”...ma chi sei che sei così impegnato?
Sono ossessionati con il calendario, devono averti in programma per un giorno, salvo poi cancellare un appuntamento un’ora prima.
Non so se dopo tanti anni in USA qui ho amiche, di quelle vere, americane. Ho persone con cui mi trovo bene a fare sport oppure posso vedere per andare a vedere una mostra, ma non sono le stesse, si definiscono “buddies”, non “”friends” per un ambito definito della vita.
Eppure di primo acchito gli americani spiazzano perché sembrano tutti amiconi, danno confidenze che stupiscono noi italiani. 

• Uno degli episodi che ti ha fatto esclamare: “Siamo proprio in America!”
Quando siamo stati invitati ad una festa da amici dei nostri vicini, abbiamo portato una ottima bottiglia di vino rosso italiano e ci è stato detto che loro non bevevano vino rosso perchè temevano di macchiare la moquette chiara. Una cosa così non sarebbe mai stata fatta o detta in Italia!
 
• Cosa ti mancava i primi tempi in USA e cosa ti manca ancora dell’Italia 
All’inizio solo il cibo e la famiglia poi gli amici e pian piano anche i luoghi giornalieri.
Mi sembra di avere già risposto: sono a casa e non sono a casa in entrambi i luoghi. Divisa a metà. Per il cibo, ormai si trova tutto, di quel poco che non trovo ho imparato a farne a meno. La famiglia e gli amici se erano veri sono rimasti se no, non lo erano. Mi manca la vita quotidiana in Italia, la facilità ad arrivare al mare e in montagna, ma anche nelle città d’arte. Odio le distanze di qui e il dover prendere sempre aerei

• Quando torni in Italia provi il reverse culture shock ovvero noti qualche aspetto che ti colpisce che non avevi mai notato quado vivevi in Italia perché ti sembrava normale?
Noto che c’e` molto pressapochismo, c’è la tendenza a fregare gli altri per il proprio tornaconto e poco rispetto per la cosa comune. Una cosa che noto poi sempre di più è che quello che qui è il mantra: “lo spazio personale va rispettato”, che fa sì che una persona ti stia almeno ad un metro di distanza perchè altrimenti “invade il tuo spazio”, in Italia è un concetto sconosciuto: ti soffiano tutti sul collo e stanno appiccicati a te...
Qui viceversa ti abbracciano tutti quando ti salutano dopo averti visto per la prima volta in vita loro, mentre noi italiani-almeno quelli del nord come me- siamo più parchi in baci e abbracci con “sconosciuti”
 
• Pensi che rimarrai a vita negli USA o un giorno tornerai in Italia?
Metà e metà: con una figlia in USA, come faccio a tornare in Italia per sempre?

• Quali consigli vuoi dare agli Italiani che sognano di trasferirsi I America? 
Non posso dare consigli perchè la mia esperienza è troppo datata per essere valida. Quello che rimane valido dopo tutti questi anni è di non farsi troppe illusioni, perchè giustamente gli Stati Uniti vogliono proteggere i propri cittadini o chi è già qui legalmente prima di rilasciare visti a persone dall’estero, quando ce ne sono di più facili e meno costose da trovare sul mercato interno. Quindi il mio consiglio è di partire con una notevole specializzazione, trovare un lavoro in Italia e dare la propria disponibilità a trasferirsi qui. Poi c’è sempre la lotteria della Carta verde, ma davvero di quella non so niente!

Se vuoi, puoi inviare fotografie di 3 luoghi di dove vivi e dirci due righe sul perché sono significativi/importanti/caratteristici per te?


FOTO 1: 
Pittsburgh per me sarà sempre la mia città americana: quando mi chiedono da dove vengo...sono di Pittsburgh


FOTO 2:
Non mi piace l'inverno e vivo in un luogo freddissimo per molti mesi all'anno, ma la neve del mio giardino mi dà molta pace




FOTO 3:
Milwaukee dal lago



mercoledì 17 novembre 2021

Voci di Italiani in America - Intervista a Mirko Bonet (Mirkojax)

Vivo a: Jacksonville Florida

In Usa dal: 1999

Professione: Web Developer

Canali: Mirkojax America - https://www.youtube.com/c/CoseDiOggi

 

Racconta la storia che ti ha portato dall’Italia agli Usa

Sono arrivato in usa nel 1999 con un visto da turista di un anno per stare con mio fratello che era pilota militare a Pensacola, Florida. Visto che praticamente era impossibile rimanere senza un visto di lavoro, mi sono iscritto al scuola per ottenere una laurea che mi sarebbe servita per fare domanda per il visto di lavoro H1-B. Ottenuta la laurea, ho quindi potuto chiedere il visto di lavoro ed iniziare a lavorare, poi successivamente ho ottenuto la green card, ed infine la cittadinanza americana nel 2020...In pratica ci sono voluti circa 20 anni per tutto il processo. 

 

Di cosa ti occupi qui negli Stati Uniti?

Primariamente Web Developer (Sviluppatore siti web), ma anche graphic designer e video making.

 

Le prime impressioni da Italiano in Usa e le prime differenze che hai notato rispetto alla vita in Italia? 

Le mie prime impressioni quando arrivai nel 1999 furono gli ampi spazi, strade larghissime, clima mite anche d'inverno, gentilezza degli americani, auto enormi; la mia prima auto infatti fu una 1980 Mercury Grand Marquis da 5mila di cilindrata.

 

Cosa hanno detto parenti e amici quando hai detto che saresti andato a vivere negli Usa? E cosa ti dicono oggi?

Molti amici del lavoro mi sconsigliarono la decisione ed erano sicuri che sarei ritornato a casa a breve.

 

Cosa ami e cosa non ami degli Usa? Come ti sembrano gli Americani, amici, conoscenti, colleghi?

Amo tutto tranne solo il sistema sanitario americano, dove tutto ruota intorno ai soldi, e la facilità di possesso ed uso delle armi.

 

Uno o più episodi che ti hanno fatto esclamare: “Siamo proprio in America!”

Andai all'ospedale perché mi faceva male la pancia e il dottore mi disse subito che si trattava di appendice e che bisognava operare, anche se in realtà non mi faceva cosi male. Mi fecero subito tutti gli esami ed anche una TAC e a mezzanotte mi operarono. Dopo qualche settimana arrivò una parcella di 17mila dollari.  Fortunatamente a quell'epoca avevo una assicurazione tramite la scuola e riuscirono a cancellarmi l'intero costo. Si siamo proprio in America! 

 

Cosa ti mancava i primi tempi in Usa e cosa ancora ti manca dell’Italia?  

Fare quattro chiacchiere in italiano, e quando arrivai nel 1999 internet non era un granché, Facebook e YouTube neanche esistevano. Al giorno d'oggi non mi manca quasi niente.

 

Quando torni in Italia provi il reverse culture shock ovvero noti qualche aspetto che ti colpisce che non avevi mai notato quando vivevi in Italia perché ti sembrava normale?

Noto che molta gente in Italia non è gentile ne tantomeno onesta o educata.  Quando mai in Italia qualcuno ti tiene la porta quando si deve entrare in un negozio? O ti saluta quando lo incroci su un marciapiede? O un bambino che ti chiede scusa o grazie e non dice quattro parolacce nel mentre?

 

Pensi che rimarrai a vita negli Usa o un giorno tornerai in Italia?

Se il sistema sanitario non migliora, ritornerò in Italia. Non si riesce a vivere sereni se per ogni cosa si deve avere la preoccupazione di quanto si spenderà per le cure mediche.

 

Quali consigli vuoi dare agli Italiani che sognano di trasferirsi in America?

Non voglio scoraggiare nessuno, ma la gente, soprattutto italiani o europei, dovrebbe smettere di immaginare gli USA come un paradiso terreste, l'unica via di salvezza per scappare dall'Italia, e magari pensare che andare vivere in USA sia come vincere alla lotteria.  Si, ci sono grandi opportunità e facilitazioni per creare una propria attività e anche da dipendente si può far carriera grazie alla meritocrazia, ma bisogna saperci fare, essere intraprendenti e avere tanta fortuna.  Conosco persone che hanno vinto la lotteria della green card. Forse pensavano che sarebbe stata la svolta a tutti i problemi e sarebbero diventati ricchi, ed invece si sono ridotti a lavoricchiare in ristoranti italiani al minimo salariale. Quindi il consiglio che posso dare è imparare un buon lavoro o ottenere un laurea in Italia, perché altrimenti, eccetto rare eccezioni, sarete limitati a fare i lavori meno retribuiti e a lungo andare non vedrete l'ora di tornare a casa.

 

Foto 1: Classici uragani della florida che ogni anno arrivano. 



















Foto 2: Mi piace la natura a volte ancora selvaggia della Florida. Ecco un Opossum, uno degli animali strani della florida. 



















Foto 3: La mia città Jacksonville, FL.



lunedì 15 novembre 2021

Voci di Italiani in America - Intervista a Felice Colucci

Vivo a: New Jersey ma ho vissuto in Upstate NY, Florida e in Maryland per 8 anni.
In Usa dal: 2014
Professione: Executive Sous chef
Instagram: felice_colucci 

• Racconta la storia che ti ha portato negli USA:

Ho conosciuto mia moglie nel 2011 in Italia, e di conseguenza la sua famiglia poco dopo.Sono iniziati i pranzi e le domeniche insieme e pian piano ho scoperto che mio suocero aveva vissuto negli USA, immigrato all’età di 17 anni, negli anni 60 e ci aveva vissuto per circa 24 anni. Torna in Italia per una vacanza/visita alla famiglia, incontra quella che sarebbe stata la sua futura moglie e da li ricomincia la sua vita in Italia. Mia moglie è nata in Italia ma ha avuto la possibilità di ottenere cittadinanza Americana tramite suo padre, da lì un po’ per gioco, un po’ per voglia di fare qualcosa di diverso abbiamo iniziato a fantasticare sugli Stati uniti e da allora è iniziata la nostra avventura che dura da 8 anni.

• Di cosa ti occupi qui negli Stati uniti? 

Food.Purtroppo non posso spiegare nei dettagli cosa faccio di preciso ne’ il nome della compagnia per cui lavoro dato che opera in stealth mode. Da inizio 2022 dovrei poter iniziare a rendere noti molti più dettagli. I miei social non sono aggiornati da Luglio per lo stesso motivo. Tranquilli non lavoro per l’FBI :D

• Qual è stato il tuo percorso per rimanere qui in termini di visti e green card?

Ho sposato mia moglie (Italiana), figlia di cittadino americano.Non aveva fatto domanda per la cittadinanza Americana e l’ha richiesta all’età di 23 anni ben oltre il limite consentito per richiederla quando si vive fuori dai confini americani ma è stata fortunata nel riuscire ad ottenerla. Una volta ottenuta la cittadinanza ed in seguito al matrimonio, ho fatto domanda per green card, dopo tre anni vissuti negli USA ho fatto domanda per la naturalizzazione e sono diventato anche io cittadino americano nel 2018.

• Le prime impressioni da Italiano in USA e le prime differenze che hai notato rispetto alla vita in Italia

Tutto mi sembrava incredibilmente grande e le pratiche più semplici da sbrigare (burocrazia in primis). Pensavo che tutti fossero un po’ milionari visto lo stile di vita e che io lo sarei diventato a breve! Mi sembrava avessi lasciato l’Italia che viaggiava a 10 Kilometri all’ora e che gli Stati uniti andassero a 100 miglia all’ora. I primi mesi sono stati un po’ uno shock, specialmente dal punto di vista culturale, visti i ritmi a cui ero abituato ma ci ho messo relativamente poco ad integrarmi alla nuova vita.

• Cosa hanno detto parenti ed amici quando hai detto che saresti andato a vivere negli USA? E cosa dicono oggi?

Erano tutti convinti che saremmo tornati indietro entro i primi 6 mesi e penso che qualcuno si sia fatto più di una risata visto che non sapevo una singola parola Inglese. Oggi pensano che: “ti sei fatto i soldi”, “tu stai bene all’America” e non so il perché sinceramente! Penso che ci sia una discreta e sincera ammirazione in quello fatto in questi 8 anni quando racconto la mia breve avventura.

• Cosa ami e cosa non ami degli USA? Come ti sembrano gli Americani, amici, conoscenti, colleghi?

Amo le possibilità che questa terra ti concede e la libertà di diventare la persona che si desidera. Non amo la diffusione delle armi e il rapporto odio/amore con il Sistema sanitario. La gente non mi sembra molto diversa da quella Italiana, dipende molto dagli ambienti che si frequentano, gli spaccati sono identici a quelli Italiani se si fanno i giusti paragoni. Non si può paragonare una realtà come quella da cui provengo (una piccola città della provincia di Bari) con NYC ma se ci si allontana dalla città ci sono molte similitudini con lo stile di vita e il modo di pensare/vivere. Di solito si tende ad affermare che con gli Americani si instaura un rapporto legato meramente al lavoro o gli affari ma non è così.

• Uno degli episodi che ti ha fatto esclamare: “Siamo proprio in America!”

Appena trasferiti in America, alla prima visita a Walmart, si vendevano ancora le armi nel reparto sport.

• Cosa ti mancava i primi tempi in USA e cosa ti manca ancora dell’Italia All’inizio solo il cibo e la famiglia poi gli amici e pian piano anche i luoghi giornalieri.

Adesso il cibo comincia a mancare sempre meno, ma mai completamente e mai lo sarà, ovviamente la famiglia e gli amici. Col tempo le sensazioni cambiano.

• Quando torni in Italia provi il reverse culture shock ovvero noti qualche aspetto che ti colpisce che non avevi mai notato quado vivevi in Italia perché ti sembrava normale?

Non so da dove iniziare ma in fondo l’Italia è bella così com’è!

• Pensi che rimarrai a vita negli USA o un giorno tornerai in Italia?

Personalmente non mi rivedo in Italia ma mai dire mai!

• Quali consigli vuoi dare agli Italiani che sognano di trasferirsi I America? 

Non pensarci troppo ed essere preparati il più possibile. Non si è mai preparati ad un cambio del genere ma conoscere la lingua ed avere un programma aiutano molto. Quando parlo di programma mi riferisco ad informarsi sui requisiti per svolgere una determinata professione e cercare di capire il più possibile a cosa si va in contro negli aspetti della vita quotidiana. Accettai il mio primo lavoro che pagava $1900 al mese ed ero convinto avessi fatto jackpot!

Puoi inviarci 3 foto di tre luoghi significativi/importanti/caratteristici di dove vivi (o dove hai vissuto)?

Tramonto a Key West: Tramonto sulla famosa piazza di Key West dove attraccano le navi da crociera. Non molti sanno che Ernest Hemingway aveva deciso di viverci! Forse il più bel tramonto visto in vita mia a pochi passi dal punto più a sud degli Stati Uniti.


Monmouth Battlefield Park in New Jersey:  Il Monmouth Batterfield park, luogo di diverse battaglie ma anche luogo dove si insediarono famiglie scozzesi e olandesi e diedero vita a tante Farm dove crescevano bestiame e diversi tipi di cereali. Si parla sempre male del New Jersey e ironicamente che puzza ma ci sono bellissimi paesaggi e parchi. Non a caso so chiama Garden State.


Foto scattata al Great Falls Park in Virginia: Se non sbaglio quello fotografato è il famoso Potomac che passa anche per DC (District of Columbia).



lunedì 18 ottobre 2021

Il giuramento e la cerimonia di naturalizzazione

Un mese fa, come sapete, ho sostenuto e superato il test e il colloquio per la naturalizzazione americana.

Ieri è stato l’ultimo step ovvero il giuramento (Oath of Allegiance) e la cerimonia di naturalizzazione.

Poiché la sede, Hartford, è a quasi due ore di macchina dalla mia città, la sera prima sono andato a dormire in un piccolo hotel non lontano dalla sede della cerimonia. La stanza era un po’ umida e fredda e, anche se ho acceso il riscaldamento, mi sono svegliato con un mal di testa che  è andato via solo in serata molte ore dopo la cerimonia. Ma insomma, fa niente.

 

Di buona mattina sono andato alla sede dell’USCIS e dopo i controlli del metal detector mi hanno fatto accomodare in una saletta con altre trenta persone. Nella saletta dovevamo essere seduti a distanza di due posti l’uno dall’altro e indossare le mascherine per tutta la durata della cerimonia. 

 

Prima di entrare ero preoccupato di non essere troppo elegante, jeans grigio scuri, camicia azzurra e giacca blu. Forse non avrei dovuto mettere i jeans? Sulla lettera dell’USCIS era scritto di vestirsi in modo appropriato. Ma mi sono guardato attorno e mi sono rasserenato. C’era gente vestita in modo sobrio o elegante ma non tutti. Un ragazzo aveva una felpa e dei jeans a mo’ di rapper, un altro un cappellino della Mercedes e una tuta e sembrava un pilota di formula uno e un’altra…un felpone grigio con tutti i personaggi coloratissimi di Scooby-Doo! 

 

Alle 8:30 am in punto è entrata una funzionaria dell’immigration che ci ha chiesto di darle la green card e il modulo richiesto di precompilare a casa (in cui bisognava dichiarare se dal giorno del colloquio era cambiato qualcosa. Matrimonio? Viaggio fuori gli Usa? Arresto?).

Poi chi ha dato una bandierina americana e un plico contenente il testo del giuramento e varie informazioni su come richiedere il passaporto americano, come far diventare cittadini i propri figli o la propria compagna, come registrarsi per votare.

Dopodiché è entrata una funzionaria di grado superiore che ci ha spiegato che in periodo pre-covid le cerimonie venivano fatte da un giudice in un’altra aula ma ora l’avrebbe fatta lei in quella sala e anche se meno solenne sarebbe stata comunque una cerimonia dello stesso valore anche se un po’ più veloce.

 

Ci ha fatto un discorso sui diritti e doveri da cittadini americani e ci ha chiesto di alzarci in piedi e mettere la mano destra sul petto per  ripetere dopo di lei le parole del giuramento:

 

"I hereby declare, on oath, that I absolutely and entirely renounce and abjure all allegiance and fidelity to any foreign prince, potentate, state, or sovereignty, of whom or which I have heretofore been a subject or citizen; that I will support and defend the Constitution and laws of the United States of America against all enemies, foreign and domestic; that I will bear true faith and allegiance to the same; that I will bear arms on behalf of the United States when required by the law; that I will perform noncombatant service in the Armed Forces of the United States when required by the law; that I will perform work of national importance under civilian direction when required by the law; and that I take this obligation freely, without any mental reservation or purpose of evasion; so help me God."

 

Dopo il giuramento ci ha detto:

“Congratulations you are now citizens of the United States of America.” Tutti abbiamo applaudito.

“Ora chiamerò uno alla volta per nome e cognome e nazionalità di provenienza. Quando vi chiamo potete venire da me e vi consegno il certificato di naturalizzazione, dopodiché se non avete domande potete tornare a casa. Di nuovo congratulazioni”

 

La chiamata dei nomi è stata interessante: Maria…from Greece. Juan…from Brazil, Monique from France. Ad ogni nome tutti gli altri applaudivano.

C’erano persone da varie parti del mondo, dall’U.K., la Jamaica, Porto Rico, Tailandia. C’era anche una persona del Gabon che ha me ha fatto tornare in mente una scena di un film di Verdone (Ah ecco dovere era finito! - ho pensato - ridacchiando sotto la mascherina). Il mio nome non arrivava mai...mi ha chiamato per ultimo. Quando ha finalmente chiamato “Luca…from Italy” si è sentito un whohoo come a dire “wow dall’Italia, che figo”. Erano i due ragazzi della Giamaica e la ragazza della Tailandia. Che forte, basta dire Italia e tutti pensano a uno dei Paesi più belli del mondo. Gli ho sorriso e ho detto “thank you” e poi ho sorriso anche alla funzionaria che a sua volta aveva sorriso per l’ovazione ho ringraziato anche lei, ho preso il certificato di naturalizzazione e sono uscito. Un giornata interessante, divertente e sicuramente una delle più importanti della mia vita in America.

American Citizen

Ero appena un bambino quando visitai gli Usa per la prima volta. I miei genitori proposero a me e ai miei fratelli di fare una vacanza a New York  per visitare zii e nonni italo-americani.  Ovviamente non vedevamo l’ora di partire. Avendo vissuto fino ad allora sempre nel mio piccolo paesino del sud Italia,  dove il tempo sembra essersi fermato, uscire dal JFK airport fu come varcare la porta segreta di un mondo fantastico, dinamico, elettrizzante e pieno di sorprese.

 

Bastarono due giorni per innamorarmi dell’America: Central Park, Rockfeller Center con l’albero di Natale e la pista di pattinaggio, la vista dall’Empire State Building e la vista incredibile dall’86esimo piano, la 5th Avenue, la Statua della Libertà ed Ellis Island, Times Square, il ponte di Brooklyn e lo skyline di Manhattan di notte. Tutto stupendo. E adoravo anche la serenità delle zone residenziali, le bandiere americane sulle porte, gli scoiattoli che si arrampicavano sugli alberi, la neve sui prati, i piccoli negozietti e i grandi supermercati, le insegne in inglese. E mi colpirono ancora di più la gentilezza, il senso civico e la positività della gente e la vista di persone di tutte le etnie del mondo che convivevano senza troppi problemi. 

 

La prima vacanza fu a dicembre ma venni poi anche in estate, periodo di barbecue, 4 luglio, fuochi d’artificio in spiaggia, e poi venni ogni 4 anni circa fino al periodo dell’università in cui dovetti interrompere per gli studi. Poi arrivò l’11 settembre. Mancavano ancora tre anni alla laurea ma quel giorno decisi che sarei partito presto per l’America, mancavo da troppo tempo, e questa volta sarei restato più a lungo di una semplice vacanza, magari qualche mese o un anno anche se…era un sogno che confidai solo a me stesso, anche perché quasi impossibile, iniziai a pensare a un grande progetto di vita: e se provassi a restarci a vita?

 

Partii appena due settimane dopo la laurea senza un piano preciso. Potevo restare solo 90 giorni e dovevo trovare un modo per restare più a lungo.  Così  mi iscrissi a un community college che frequentai per due anni. Poi trovai lavoro e restai per altri cinque anni ma dopo qualche tempo qualcosa iniziò a non andare bene. A lavoro non mi pagavano moltissimo e tutti i miei risparmi se ne andavano in pratiche burocratiche.  Col visto legato all’azienda non potevo cambiare lavoro. Mi mancava un po’ l’Italia e la mia famiglia, molti miei amici erano già tornati in Italia perché non gli avevano rinnovato il visto. Insomma fu una crisi del 7 anno. Abbandonai l’America e partii per l’Italia. 

 

Ma in Italia fu più difficile del previsto. Ero felice di esser tornato dai miei ma non potevo farmi mantenere a vita. Dovevo trovare un lavoro. A niente sembrò servire l’esperienza americana. Impiegai mesi di colloqui ridicoli prima di trovare un lavoro e mi licenziai dopo una sola settimana. proprietari, marito e moglie, erano due tipi odiosi, arroganti e cafoni che mi parlavano dall’alto in basso e che non mantennero le promesse fatte durante il colloquio. Partii per Londra dove feci una bella esperienza lavorativa di un anno, poi tornai in Italia perché uscì fuori un’altra possibilità lavorativa.

Ma fu un’altra esperienza ridicola, ai limiti dello sfruttamento schiavista, ai confini della realtà. Mi licenziai dopo una settimana, come al primo lavoro.

 

Le avevo tentate tutte in Italia e non sapevo che fare. L’America iniziò a mancarmi e capii che avevo fatto un errore a lasciarla. Ormai era chiaro: il mio posto era in America. Italia o Inghilterra non erano per me. 

 

E così ripartii per l’America ma dovevo iniziare tutto da zero e trovare un lavoro in 90 giorni. Per fortuna trovai un’azienda disposta a sponsorizzarmi così riuscii a mettere piede in America. Altro visto di lavoro e dopo due anni. Grazie all’azienda, ottenni la fatidica green card! Ero finalmente libero, non avevo più l’ansia dei rinnovi dei visti con la paura di una non approvazione e di un ritorno forzato in Italia. Ero diventato un permanent resident e volendo avrei potuto anche cambiare lavoro. Libertà assoluta. E da allora le cose iniziarono a girare bene, molto meglio della mia prima, non facile, esperienza americana.

 

Chi ottiene la green card solitamente è contento così, è soddisfatto e non va oltre. A me fa sentire invece di essere ancora un “esterno”, che sfrutta le opportunità ma non si sente di fare l’ultimo passo. Per questo, poiché dopo 18 mi sento parte integrante della società americana, mesi fa ho deciso di fare domanda per la cittadinanza. 

 

E oggi è stato il grande giorno della cerimonia del giuramento. 

E’ stata interessante e mentre recitavo il giuramento assieme a tutti gli altri, ho pensato a tutti i momenti importanti trascorsi in America, giornate euforiche, di gioia, ma anche momenti difficili, giornate d’amore e di odio, di scontri, indecisioni, abbandoni e ritorni. Quante ne abbiamo passate assieme io e l’America! 

Ma mi ha accolto a braccia aperte due volte e oggi abbiamo deciso di consolidare il rapporto. Nonostante tutte le bufere passate, siamo una bella coppia io e Miss America.  

 

Congratulations – ha detto la funzionaria appena abbiamo finito di recitare il giuramento – You are now citizens of the United States of America.